venerdì 13 luglio 2012

L’ANELLO INUTILE di Maria Pia Romano (Besa Editrice, collana COMETE)


Dopo quattro raccolte di poesie e un romanzo, Maria Pia Romano pubblica L’anello inutile, un affascinante ibrido tra i due generi letterari – poesia e narrativa, appunto – in cui l’autrice s’è immersa, con passione e abbandono, come nel mare che tanto ama.  
Suddiviso in quattro parti quanti sono gli elementi primordiali dell’Universo, acqua, aria, terra e fuoco, il libro della Romano è un viaggio attraverso mondi paralleli (che delle volte s’intersecano sfidando le leggi matematiche) fatti di sostanze corporee e psichiche, in un turbinio di passioni, percezioni, sensazioni. Il lettore, quasi frastornato dall’intensità materica dei luoghi e dei personaggi, non conoscerà tregua, ché la vita, i sentimenti, e perfino la terra non possono concederla: “[…] nella vita abbiamo un obbligo unico e grande. Quello di essere  semplicemente noi stessi. Schierandoci dalla parte delle nostre emozioni”. Essere se stessi, un leitmotiv che ritornerà spesso in quest’opera, quasi come un’invocazione contro l’abdicazione alla vita, contro rimorsi e rimpianti costruiti non da un genio malvagio ma da donne e uomini che per le più svariate ragioni non riescono a uscire fuori dal vicolo cieco creato dalla loro psiche. L’anello inutile, elemento tra gli elementi del mondo, ritaglia pezzi di esistenze a stretto contatto con la liquidità, l’etereo, il terroso/plastico, il caldo/rovente di un Salento scandagliato fin nelle sue intime profondità, lasciando trasparire l’immenso amore che l’autrice (nata a Benevento) nutre per questa terra di cui sembra conoscere segreti e magie. Ed è proprio di queste malie, di questi incantesimi che la Romano ci fa partecipi, raccontandoci energicamente, con una prosa/poesia che toglie il respiro, come mare e terra, vento e fuoco siano principi viventi, con i quali è possibile intessere rapporti di reciproca confidenza. Indubbiamente, le origini campane dell’autrice riportano alla mente riti e usanze arcani – che il romanzo in questione evoca emozionalmente – trasportando chi legge verso mondi altri dove musica e colore, animali e rocce, alberi e fiori, compongono una danza atavica e suggestiva, un perpetuo movimento di esseri  e  cose che trascinano l’umano in questo ballo dell’impossibile/possibile, dove ci si ritrova in balia di sani turbamenti. Così, quel “Sono sempre stata fuori tempo” di una delle protagoniste potrebbe essere riletto in una chiave non più di rinuncia ma di affermazione: noi non siamo fuori dal mondo, ma di questo facciamo parte, ne siamo parte integrante. Essere fuori tempo potrebbe anche voler dire che il tempo non è nostro nemico ma, insieme allo spazio, un elemento tra gli elementi dell’Universo. Come noi umani, del resto.