giovedì 30 agosto 2012

Il poeta del sabato e altre aberrazioni


Il poeta del sabato è colui che non ha tempo. Colui che lavora dal lunedì al venerdì, simile a un manager milanese stressato-depresso. Il poeta del sabato è un automa mancato, ma non bisogna inveire contro di lui, perché siamo un po’ tutti poeti del sabato. Viviamo per inerzia il nostro quotidiano, salvo poi ricordarci che necessitiamo di qualcos’altro che non sia soltanto fisiologico. Tutti lavorano da pazzi (chi ha un lavoro, ovviamente!), tutti corrono verso un delirio di automaticità (su questo si sono spesi fiumi d'inchiostro), di omologazione forzata o auto-imposta. Comprare è sinonimo di vivere al giorno d'oggi. Comprare e mostrare. Addirittura l'oggetto acquistato può essere la misura dell'affettività. Un padre che ami suo figlio gli compra una playstation se è piccolo un'auto se è grande. Un  amico che vada a fare visita ad un altro amico porterà in dono qualcosa come simbolo di quell'amicizia. Marito e moglie che si amino si scambieranno doni. E guai a contravvenire. Qualcuno potrebbe pensare di non essere abbastanza importante. Se io non ricevo un dono per te non conto nulla. Quante volte ho sentito dire la frase: "Ma guarda un po' quello... si è presentato a mani vuote". Alla faccia del valore intrinseco dell'amicizia o di qualsiasi altro rapporto. Bene, qui non si discute sulla bontà del regalare qualcosa a qualcuno. Un dono può essere un piacere, sia per chi lo fa che per chi lo riceve. Dirò una banalità galattica affermando che non si dovrebbe basare un rapporto sulla quantità di doni fatti e/o ricevuti, ma lo farò lo stesso. E fatemene dire un'altra di banalità: forse che donare un sorriso, un abbraccio, una carezza, il nostro tempo, non è più prezioso di qualsivoglia oggetto materiale?