martedì 4 settembre 2012

Nessuno sforzo (o della retorica)



Il parlare, il socializzare, l’essere disponibile oggi, va bene solo a condizione di non costare troppa fatica, di non richiedere eccessivi sforzi. Quando da una conoscenza superficiale e priva del benché minimo legame si passa a qualcosa di più (e qui non si parla di profondità inaudite) allora è giunto il momento di tagliare corto. Ok divertirsi un po’, chiacchierare, perfino districarsi in paroloni e motti ad effetto.. ma guai a toccare le corde dell’intimo. Ma siamo matti? Questo, paradossalmente, è ancora poco. Ecco che allora non bisogna nemmeno parlarne. Non se ne deve parlare, pena, un’accusa di essere retrò o di fare retorica. L’eterno cruccio del genio incompreso. Ci si potrebbe chiedere, quindi, cosa non è più retorica. Sarà retorica anche il nostro respiro? Non respiriamo allora. Annichiliamoci nelle paturnie post-tutto. Al giorno d’oggi è tutto obsoleto. Interrogativo: l’uomo che campa a fare? Se è obsoleto perfino il suo pensiero, meglio sarebbe non fare nulla. Anzi, fare il nulla. Sembrerebbe la cosa più sensata. Niente più spreco di energia a pensare. Concentriamoci (in senso fisico, eh!!) sui nostri bisogni basici. Eccezion fatta per il sesso. Dato che il sesso in origine aveva il compito esclusivo di assicurare la riproduzione, e ritenuta quest’ultima superflua oggigiorno, questi presunti bisogni elementari si dovrebbero ridurre a mangiare, evacuare (liquidi e solidi) e riposare: “Panna, nanna e cacca” avrebbe detto qualcuno. Andremo così verso la fine per annichilimento o, per dirla più volgarmente, per “nullafacenza”. La paura di alcuni scrittori e filosofi, secondo cui la fine del mondo avverrà per “mancanza d’amore”, si spartirà la fetta di “torta apocalittica” con ipotesi fanta-mediche che sono tanto di moda oggigiorno. King, con la sua A/6 (vi ricorda qualcosa??) ne è certamente un pioniere. Il genere umano non sarà annientato da fantasmagorici conflitti nucleari ma da una semplice influenza (e/o nullafacenza).
A questo punto sorge spontanea una domanda: a chi dovrebbe importare qualcosa se non siamo più capaci di emozionarci? Ormai siamo troppo smaliziati. Tutto è un dejà-vu. Il cammino secolare di civiltà che abbiamo percorso per affrancarci dalla rozzezza dei pitecantropi ha portato a ben poco se siamo ridotti ad automi di carne e pelle (bionica a parte) che altro non ascoltano se non lo stimolo della fame e della sete.
Non si tratta di remare contro, ma pensare ad un leggendario stato primordiale - in cui l’uomo era immerso nella natura e godeva di un occhio di riguardo (nonostante la natura spesso si rivelasse matrigna..) - è semplicemente ammettere che se non si può tornare indietro (e questo è tutto da vedere) che almeno si corra troppo avanti.
In tutto ciò sfugge però (al primo approccio) un punto fondamentale, che non rientra nello psicologico bensì nel fisico: l’inerzia. Alzarsi al mattino e affrontare la giornata non costa solo energia psichica, ma anche fisica, naturalmente. Abbiamo scoperto l’acqua calda, dirà qualcuno. Ed ha ragione, solo in parte però. Perché se è vero che l’acqua calda è stata facile da scoprire, molto più difficile è stato farne un buon uso.