venerdì 30 novembre 2012

Pleistocene

Quello che si avverte, cche si sente nei finti luoghi dell'arrembaggio, nei finti luoghi di rivoluzioni zoppe perché nate male, è un senso di vuoto e d'abbandono. Che il sentire interiore sia tutt'altra cosa del modo esteriore d'apparire è una caratteristica peculiare di questo inizio millennio. Al Sud, dove la lentezza (Sa-lento) tinge le parole d'un acre veleno (che non ammazza ma pian piano logora dentro), al Sud per i più è meglio tacere. Meglio essere accondiscendenti. Ecco allora che le guerre dichiarate al mondo s'inabissano nella tetra convenienza. Tutti DEVONO essere amici di tutti. Almeno all'apparenza. Un problema, quello della doppia faccia, antico come il mondo. Soltanto che qui, nella provincia lenta, in questo estremo lembo di terra, la questione ha raggiunto il parossismo. Qui tutti vedono, tutti sentono. Eppure nessuno vede e nessuno sente per davvero. Tutti vanno avanti come delle macchine che una volta accese faticano a fermarsi. Percorrono strade idiote, strade inconcludenti. Felici, però. Felici della loro infelicità cronica. Ecco allora la presenza/assenza, quel particolare tipo di condizione atipico-abitudinaria così peculiarmente sa-lentina. Esserci e non esserci. Qualcosa che avrebbe fatto la felicità di Amleto. Presenza/assenza come fulcro mitico di un mitico istinto di sopravvivenza resistente al tempo e immanente. Che in tutti si veda un nemico, un antipatico e mostruoso avversario consente l'introiettare del male come elemento universale di unificazione umana. Potrebbe non esserci scampo. Ma una via d'uscita esiste. L'onestà.

giovedì 29 novembre 2012

Mai più secondo - i versi di Vito Antonio Conte per Luca Pensa Editore



Quando ci si trova davanti alla poesia – quella vera, quella che ad un tempo ti scortica l’anima e t’incendia il cuore – può assalirti la paura di parlarne, di permettersi la recensione, la ‘discettazione su’. No, non è vigliaccheria. È qualcosa di più sottile e profondo, come la paura che ti prende davanti alla persona di cui sei innamorato. Allora temi che lei possa non capire, che possa non  considerarti nemmeno. Di più, che possa farsi scherno di te. Ma corri ugualmente il rischio, e le parli col cuore in mano. E poi ne parli agli altri, perché è troppo l’amore che provi per lei e allora vuoi che tutti sappiano. Ecco, adesso voglio correre questo rischio e parlare della poesia di Vito Antonio Conte. Voglio parlare di questo suo ultimo lavoro, Mai più secondo, edito da Luca Pensa Editore, 2012. L’ho letteralmente divorato in poche ore, ed è bastato quel breve lasso di tempo perché i componimenti presenti nella raccolta (perlopiù brevi e tutti rigorosamente senza titolo) mi aprissero la mente come una lama tagliente e inesorabile e mi sprofondassero nell’anima: “E parlare con le nuvole / Non è esercizio / D’una qualche malattia”. Già, tutto questo non è una malattia, un morbo infestante dal quale tenersi lontani. E se purtroppo non tutti capiscono o hanno voglia di capire l’immensità di quello che appare a metà tra un monito e un suggerimento, di sicuro lo capirà qualcuno dalla vista lunga e dall’orecchio fino, quell’orecchio usato non “ […] soltanto / Per appendervi monili” ma per sentire fino in fondo i mali del mondo e tutto il marcio che c’è in giro, ma anche per afferrare ciò che di buono rimane a questa umana società; qualcuno che andrà oltre il muro dell’odierna ovvietà, così ammogliata al ‘vile denaro’: “Passate pure i giorni / Accumulando ogni sorta / Di cose da spot / Occupatevi solo di quel che appare / Di tutto quel ch’è apparenza / Indebitatevi per ogni stupida materialità / Compratevi il vile denaro […]”. Una terapia d’urto quella di Conte, un agone continuo, una lotta – come lui stesso dice, dedicando la pugna a tutti quelli che mai si piegano – contro ogni degrado: “Quando la televisione / S’è accesa / I neuroni hanno iniziato a spegnersi / (N’è passato di tempo…) / Fate i vostri conti”. I conti, queste strane entità che sembrano non tornare mai, delle volte appaiono invece in tutta la loro semplicità, perché forse l’uomo ci mette del suo per complicarsi la vita e rendere tutto così maledettamente difficile. Allora non è detto che la felicità risieda dove cammina Zaratustra o ‘Where eagles dare’, dove osano le aquile (per dirla con gli Iron Maiden), più semplicemente potrebbe abitare proprio dietro l’angolo, a due passi da noi. Forse sarebbe il caso di rendersi conto che “Piccole quotidiane contentezze / Fanno una vita felice”. Il che non equivale ad accontentarsi delle briciole, a vivere sommessamente ai margini, tutt’altro. Significa invece guardare al reale con occhi nuovi, andare, cercare, scovare ogni singola molecola di vita, ogni goccia di sangue vivo, anche distruggendo il castello di certezze che abbiamo costruito per “riattarne” (parafrasando l’autore) un altro: “E arriva il momento / Di bruciare tutto / Conservando le ceneri / Aspettando un altro tempo / Per trovare il luogo / Dove affidarle al vento”. Il poeta non è e non sarà mai lo specchio delle masse informi che pascolano nei fast food e nei non-luoghi psicologici creati ad hoc dalle griffe, non sarà l’accomodatore di situazioni stantie e fatiscenti o l’appianatoio delle idiozie perennemente mestruanti inflitte a tutte le ore dalla TV e dal giornalettismo d’appendice; men che meno sarà debitore nei confronti di una cultura che in alcuni frangenti sembra essere oscenamente trapassata: “Quando ho iniziato a scrivere / Ero circondato da vecchi / Era un mondo giovane / Adesso è un pianeta vecchio / Dove i vecchi sono archeologia / Sì come il loro sapere”. E se è vero che in Mai più secondo non si cercano risposte che abbiano il valore di diktat esistenziali ma – molto più opportunamente – fluide occasioni di movimento, di ripartenze, di cambiamento, di tentativi (ché tentare bisogna sempre), non possiamo non provare un senso d’insperata potenza, di umano riscatto, di amore per la vita e per la terra alla lettura di queste pagine; e se anche tra le mani non dovesse rimanerci che polvere, poco male, comunque siamo vivi: “Più mi guardo intorno / Vedo ascolto sento leggo / Più mi bruciano gli occhi / (E non solo quelli) / Sempre meno quel che / Resta tra le dita / Ancor meno dimora dentro / E da lì che bisogna ripartire / Perché un altro cielo sia”.
Sì, Vito Antonio Conte, fai bene a ribadirlo: “un altro mondo è possibile”!      



Articolo pubblicato sul numero del 28/11/2012 del quotidiano "Il Paese Nuovo"

                                                                              

mercoledì 28 novembre 2012

Ohi noi

Ohi noi, 
in questa terra di falde senz'acqua
in questo mare condito per le feste
in queste finte letterature marziane
in questo 
questo 
questo 
limbo limbatico limbiotico
simbiotico
amorfo plurimorfo
smorfioso.  

martedì 27 novembre 2012

Estemporanea

Come la falce taglia le spighe
così una lama affilata recide
le parole che si sprecano invano
cercando di convincere i più
a rinunciare  a ciò che di superfluo
ricopre le emozioni. 

lunedì 26 novembre 2012

E' in libreria "Immagina la Gioia" di Vittoria Coppola

E' da pochi giorni in libreria Immagina la Gioia, il nuovo romanzo di Vittoria Coppola, edito da Lupo Editore. Questo secondo lavoro -  il primo, Gli Occhi di Mia Figlia (sempre per Lupo), ha vinto il sondaggio della rubrica Tg1 Billy come miglior romanzo 2012 – rappresenta una conferma per la giovane autrice salentina.
La storia, che si apre in un ventaglio di emozioni man mano che scorrono le pagine, è incentrata sulla figura di Eva, giovane e inquieta donna dalla personalità curiosa quanto riservata, amante della vita eppure in conflitto con essa. Attorno alla protagonista altri personaggi importanti faranno poi la loro comparsa: dal fratello Pietro, con il quale Eva ha un rapporto in cui trova spazio la gelosia, a nonna Annina, che cerca di trovare le parole giuste per interagire con lei e la consiglia, a nonno Manfredi, una figura quasi mitologica, legata a certi amori che si pensano indissolubili.
All’apparenza Eva è una ragazza come tante altre, ma dentro di sé ha un mondo immenso e a tratti travagliato, che forse cerca di tenere celato con un abbigliamento variopinto e sgargiante, un po’ come quando si tende a dissimulare la timidezza con la loquacità, esternando il contrario di ciò che il proprio essere conserva all’interno. Suo fratello Pietro, invece, è solare e intraprendente, amante del calcio e realizzato in amore, tanto che ci si potrebbe chiedere se non sia questa differenza caratteriale a far ingelosire Eva e a farla vivere come sull’orlo di un’eterna competizione.
Fin qui tutto normale -  o quasi - ma all’improvviso, accade qualcosa che sconvolgerà gli equilibri personali così faticosamente tenuti assieme, perché si possa realizzare quanto appena suggerito in seconda di copertina: una vicenda di unione autentica, fatta di parole non dette e verità dolorose che fanno crescere.
Il  nuovo lavoro della Coppola, in contintuità tematica con il romanzo d’esordio, segna un altro passo fondamentale nel percorso letterario dell’autrice, che così commenta questa tappa del suo cammino:
"L’uscita di Immagina la Gioia è per me un momento importante e forte dal punto di vista emozionale. Dietro al romanzo c’è un lavoro costante, giornaliero, che si è tradotto in pagine che parlano di donne forti e famiglia, condite da sapori unici provenienti dalla terra. Mi auguro che il lettore possa sentirsi accompagnato tra le mura di quella casa e deliziato da quei profumi, che tanto mi hanno sorpreso durante la stesura del romanzo".

   
Articolo pubblicato sul quotidiano on line "Otranto Oggi" il 26/11/2012, 
visualizzabile al seguente indirizzo:

domenica 25 novembre 2012

Welcome to the jungle

Vore antiche inghiottono cuori

e i cuori 

non potendone più del marcio

si lasciano inghiottire.
 

sabato 24 novembre 2012

Isterismi di inizio millennio


Lei mi trovava molto interessante. Dentro. Lei mi trovava talmente interessante e degno di nota (di tre asterischi, per usare il suo linguaggio - il massimo era cinque).. ma talmente interessante che quando le chiesi di scopare, tuttAunTratto la mia immagine le si era focalizzata davanti... scoprendo che i trenta centimetri non erano di fallo ma era la parte di panza che usciva fuori dalla cintura. Così ebbe un sussulto... e poi singhiozzò... e poi mi guardò schifata. Allora io le dissi che non c'era nessun problema, che era normale che al momento del passaggio dalla "fase platonica" alla "fase freudiana" scattava la molla "bellezza esteriore-eccitazione-sesso", di conseguenza era altrettanto normale che lei desiderasse come partner sessuale un bell'uomo atletico e non un letterato grasso. Ma lei non volle accettarlo, così, all'improvviso era lei a voler scopare. A quel punto fui io a non volere. E lei mi disse che era normale che io, sentendomi deluso dal suo comportamento alquanto superficiale, mi sentissi in qualche modo ferito e indisposto nei suoi confronti. Così io le dissi che non era vero, che io ero sì indisposto ma ferito no. E lei mi disse che dovevo essere sincero, che di sicuro almeno un po’ ferito lo ero. Ma io le dissi che no, ferito non lo ero ma ero indisposto nei suoi confronti. Così lei se ne andò. O me ne andai io? Così quando ci siamo sentiti dopo due giorni per telefono io le dicevo che ero io ad essermene andato. E lei diceva che no, che era lei ad essersene andata. Ma io le dicevo guarda che ti sbagli ero io ero io. E lei diceva che era lei era lei. Così non ci siamo più sentiti per telefono. Così quando lei mi inviò la mail dicendomi che così non poteva andare ma che si scusava per avermi chiuso il telefono in faccia io le risposi che ero stato io a chiuderle il telefono in faccia. Ma lei disse che no che era stata lei a chiudermi il telefono in faccia. Così io dissi no sono stato io, non ricordi? E così non ci spedimmo più le mail. Così quando Roberta mi venne a dire che lei (lei a cui avevo chiesto di andare a letto) si scusava perché non mi stava inviando più nemmeno una mail io le mandai a dire con Fulvio che ero io che non gliene stavo più inviando. Ma lei mi fece arrivare il messaggio con Roberta che no che era lei a non avermi più inviato mail. Così né Roberta né Fulvio continuarono la loro attività di mezzani. Allora quando dopo tre mesi la rividi le dissi ciao come stai mi fa piacere che tu ti faccia vedere. Ma lei disse no a me fa piacere che tu ti faccia vedere. E io le dissi no no no sei tu che ti sei fatta vedere. Ma lei disse no no no sei tu sei tu sei tu. E così passarono i minuti, le ore, i giorni. Ciao.

venerdì 23 novembre 2012

Baci/Besos/Kisses

La sinfonica via per l'amore
chiede soltanto baci e non parole
eppure si sprecano interi dizionari
lunghissimi libri di grammatica
onde lunghe di sintassi astrali
per declinare l'unica risorsa dell'umanità.  

giovedì 22 novembre 2012

Assunti

Nelle forme del caso succede che si accoppino i guai, per dar ragione al nesso causale dell'opinione pubblica, per dimostrare la veridicità degli assunti dati una volta e per sempre. E così, le forme di castigo maggiori sono proprio quelle che provengono dagli amati o dalle aspettative deluse che crediamo oggettive solo in quanto accadenti. Lontani anni luce dal Cosmos greco, ordine e ragione, succede anche che si perda il respiro dietro esuli lontani dalle proprie terre. La logica ha lasciato il posto all'economia.

mercoledì 21 novembre 2012

Attimi



Conosco attimi di pura paura
Entra
Oltrepassa quella porta
Spogliati di tutto
Bianca pura o inzaccherata
Entra nel fango
Bagnati nella pozza
È solo per te che erigo piani di palazzi cadenti.

martedì 20 novembre 2012

Colata lavica



Una colata lavica giunge fin quaggiù, nel paese delle gozzoviglie, a riscaldare l’ambiente un po’ freddino, a colmare gli animi col suo calore. Non sarà pericoloso?
Luna grata dei turchi, gioisci questa volta, i tuoi scagnozzi hanno riportato giovani al di là del mare per paura di scoprirle puttane e non vergini di note glauche a ballare tutta la notte.
Che idiozia.