giovedì 31 gennaio 2013

PIETRE PREZIOSE IGNOMINIOSE di Zeiong Utemberg



Care amiche, cari amici. Di seguito, per "Spazio Autori" di Linea Carsica, un gradito ritorno: Zeiong Utemberg e il suo "Pietre preziose ignominiose". Racconto intriso di iperrealismo astratto, come egli stesso ama "non-definire" certa sua prosa. Buona lettura.







Gli indici puntati a cerchio, frecce o spade come cerchioni di ruota di bicicletta, mentre Radio Londra canta di case dolci, di case di zucchero. Home sweet home, di casalinghe col grembiule a pois, le fasce in testa che stringono i capelli lisciati, permanentati da amiche grasse, i tubi imbottiti di panna sparata da siringhe plastiche, i dolci in forno, tiepidi, compassionevoli, amanti dell’ordine, delle tette grosse, del sorriso morbido, degli zigomi marcati e le fossette, le fossette abbagliano, le gote inducono. Il microfono sfonda le casse. Altoparlanti celibi a caccia d’avventure. Organetti tristi dietro ombrelli in giorni di pioggia accordano stonati. La propaganda gioca forte. Bandiere e drappi sventolanti ossimori, teste rasate incontrano idee pazze, allucinanti tiritere del male. Mare di morte, prebenda oscena di mitiche fessure. Tra le dita il candore sconcio, scostumata apolide, tetta al vento, gonna super. Il palo degli altoparlanti è stato addobbato a festa: vedi le banderuole? Vedi come voltano? Girano girano girano, voltano voltano voltano. Che direzione prendono, riesci a vedere? Triangolini rossi blu verdi viola. Le ragazze fanno inchini, preparano dolci speziati, panpepati marzapani meringhe. Le ragazze fanno passi da giganti, osservano il marciare ottuso di ragazzi imbellettati. Ragazze ragazze è arrivato l’uomo nero: nascondetevi presto, nascondete il vostro seno. La Papuasia un sogno lontano, incubo perfetto anni fa, all’ombra dei negretti. Affamati di tutto. E noi a pance piene a guardare commossi. Ma mai vuoti, mai. Che ne è stato del Biafra? Del Ruanda? Del Mogadiscio? Del Nicaragua? Della stessa Cina? O dell’Iran? Com’è la Turchia a Mezzogiorno? Chi ha visto l’Iraq questa notte? E le strade di Damasco? Ancora ci si ferma in qualche tratto? È possibile vedere Il Cairo dormire? Uomo, uomo di merda com’è triste il tuo destino, tra i carri che rovinano per terra e le vite che passano vicino. Morti agghindate per la festa, morti fredde bagnate per metà riflettono menzogne a caro prezzo, finisce la cara verità. Policromi effetti disturbanti, tenui rimesse di giornata, cocomeri mangiati per la notte, molluschi vomitati a Mezzetà. Polipi maligni contrattano stasera. Stasera si porta pace per metà. Sempre in due è divisa la vita: due più due e l’intero si farà.





mercoledì 30 gennaio 2013

Book trailer di MEDUSA, Chiara Cordella (Lupo Editore)

A tutti voi che entrate nelle pagine di MEDUSA di Chiara Cordella (Lupo Editore) un avvertimento: lasciate ogni speranza di dormire tranquilli. Buona lettura.

MEDUSA:
Dal mito classico alla psicanalisi moderna, la terrificante immagine di Medusa ha sempre rappresentato la pericolosità e l'angoscia del "femminino", la cui insondabile e ambigua forza distruttiva – di qualsiasi abito si vesta – disarma l'uomo e lo fa soccombere.
Questi racconti, spesso sottilmente surreali, ci portano in storie inquietanti le cui protagoniste mietono vittime impreparate e inermi a volte consumando una loro crudele privata vendetta, a volte per calcolo spietato, altre rivendicando semplicemente il diritto ad esistere. 

PANNI SACRI di Roberta Pilar Iarussi, ebook 06 Musicaos.it


Care amiche, cari amici. Vi segnalo "Panni Sacri" di Roberta Pilar Jarussi, sesto e-book di Musicaos.it. Buona lettura.

“Ho stretto con forza il mio sesso giovane e l’ho spinto fuori da me. Ho chiuso le gambe. Ho irrigidito tutti i muscoli fino a sentire dolore. Ho serrato la bocca. Mi ha sporcato l’inguine di liquido giallastro senza seme, andava fiero del suo pesce morto come fosse un trofeo di guerra. Prima dell’orgasmo che non è arrivato più, ha sussurrato alcune parole in disordine, sbattevano nell’abitacolo della macchina e nella mia pancia e da tutte le parti…” (Panni sacri)

In un piccolo centro del nostro sud, decadente e insieme rassicurante, un prete anziano, socialmente impegnato e sensibile alle ferite dell’umanità, incontra casualmente una bellissima ragazza. La giovane donna è sola e anche il prete, a suo modo, lo è.
Tra i due nasce subito una forte intesa. L’uomo e la donna avviano una strana frequentazione, a metà strada tra la voglia ingenua della donna di affidarsi completamente e la smania dell’uomo di impastar le mani nelle vite degli altri.
La storia segue così un doppio filo narrativo: se nella vita vera, la ragazza si confronta con un uomo maturo, spirituale, distante dai nodi carnali che sempre complicano le relazioni, nella realtà virtuale, condita di chat erotiche notturne e veloci sms, la donna ‘frequenta’ un “Ragazzo” giovane, desiderante e lubrico. Evidentemente, però, le cose sono diverse da come appaiono.
Il racconto Panni sacri è parte di una mini raccolta che mette insieme tre diverse storie accomunate dall’elemento di uno ‘strappo’.
Il medesimo strappo in forme differenti. L’Amore, non solo erotico, quindi, e quell’inevitabile lacerazione che si porta appresso, quasi come se le due cose, piacere e ferita, fossero inscindibili.

[dalla postfazione a "Panni sacri", Luciano Pagano]
‘Due che fanno sesso virtuale, come si chiamano?’. La prima domanda che compare in ‘Panni sacri’ di Roberta Pilar Jarussi, è di una semplicità disarmante, eppure nasconde quello che sarà uno degli atteggiamenti ricorrenti in tutta la narrazione, ovvero sia il contrasto continuo tra sacro e profano, tra ingenuità nell’amore e esperienza del sesso, tra conoscenza dei profondi anditi della psiche umana e ricerca ossessiva della verità corporea, quando due, tre persone, hanno a che fare con l’innamoramento e con la totale miscredenza delle reazioni che l’amore può indurre, d’improvviso.
La protagonista di questo racconto vive due storie contemporaneamente, più esatto sarebbe dire che vive diverse storie, dato che la schizofrenia amorosa, ad esempio nel rapporto con Ragazzo, si identifica con il duplice rapportarsi all’immagine virtuale, digitale, web-voyeuristica e all’immagine fisica, materiale, a quel verbo ricorrente con cui di denota l’incontro e l’atto insieme, cioè il “prendersi”.
Una realtà fatta di gesti, atti, sequenze di prendere, stringere, abbandonare. Roberta Pilar Jarussi, in questo suo trittico di storie che si intrecciano, presenta una vera e propria fenomenologia dell’amor ‘intrapreso’, per tentativi, approcci, manovre lontane che si appressano e diventano vere e proprie sospensioni di gravità. La cosa che colpisce di più il lettore è sempre questo correre su un crinale, da una parte la purezza della carne e dall’altra la (presunta) falsità di uno spirito che ambisce a qualcosa di impossibile, salvare le capre e i cavoli, avere tutto, possedere la carne e dominare il pensiero, carpire, se c’è, l’amore cerebrale. Come se ciò non bastasse Celso, il francescano narcolettico esperto in mercatali pesche miracolose e avances etoromani, è brutto e con la pancia, mentre Ragazzo è bello, punto e basta. La protagonista del racconto sembra oscillare come un pendolo tra entrambi, ed è come se la virtualità dell’amore, a tratti, concedesse un po’ di stupore in avanzo al fatto che la forma fisica, forse, non importa granché quando c’è di mezzo il desiderio.
Una lettura, quella di “Panni sacri”, che procede rapidamente, come scorrendo delle polaroid, una dopo l’altra, anticipando ciò che sarà, ripetendosi che no, la protagonista non cadrà nel tranello, per poi scoprire che è come se questi tranelli, in fondo, fanno parte di un gioco meditato, una partita a scacchi dove la regina è circondata, per scelta, da una manciata di minuscoli pedoni. Fino al culmine del suo personale viaggio al termine della notte, in un ‘solito’ pomeriggio, sudicio e afoso, col finestrino abbassato per respirare, in attesa di un afflato che non è spirito, perché lo spirito oramai se l’è squagliata…chissà che fine ha fatto, da questo quadro così perfetto, lo spirito.

Roberta Pilar Jarussi ha pubblicato il romanzo “Nella casa” (2003, Palomar – collana Cromosoma Y, diretta da Michele Trecca e Andrea Consoli) e Dal vivo, racconti (2002 , zerozerosud). Nell’ottobre 2003, è selezionata a ‘Ricercare’ convegno-laboratorio per nuove scritture (Reggio Emilia), con un brano dell’allora inedito romanzo “Nella casa”. Collabora con BooksBrothers, sito e laboratorio letterario, che ha prodotto l’antologia “Frammenti di cose volgari – Acqua passata – Volume Uno 2006/08”, a cura di Maurizio Cotrona e Antonio Gurrado (2009), nella quale sono presenti alcuni suoi racconti inediti.
È operatrice culturale della Biblioteca Provinciale di Foggia. Dal 2006 al 2009, ha curato il progetto e Premio Letterario nazionale ‘Libri a trazione anteriore’ della Provincia di Foggia, in collaborazione con Casa Circondariale di Foggia, con la direzione artistica di Michele Trecca, che includeva, in Carcere, un ciclo di incontri con gli autori ed eventi per i detenuti’; ha collaborato con il Kollettivo – associazione studentesca dell’Università degli Studi Foggia, nella realizzazione delle prime edizioni di BAOL – concorso letterario per scrittori esordienti, rivolto agli studenti e ai detenuti di Foggia, giunto ora alla sua 4° edizione.
Nel 2006 ha curato l’organizzazione del convegno nazionale sui blog letterari, “Le tribù dei Blog”, tenutosi a Foggia e al quale hanno partecipato (anche) Christian Raimo, Maurizio Cotrona, Giulio Mozzi, Michele Trecca, Enzo Verrengia, Anna Maria Paladino, Rossano Astremo, Ivano Bariani, Luciano Pagano, Silvana Rigobon, Fabio Dellisanti, Manila Benedetto.
Ha collaborato con il gruppo di musica popolare ‘I cantori di Carpino’ e con studiosi e portatori della tradizione, lavorando sulla struttura originaria della Danza Tradizionale Pugliese e sulle sue contaminazioni. 
  
Il suo blog personale dell'autrice è “In punta di dita”: http://robertajarussi.blogspot.com/

CAFE' DES ARTISTES di Angela Leucci (Lupo Editore) alla Vineria San Sebastian di Copertino

Mercoledì 30 gennaio, alle 21, presso San Sebastian Vineria, in via Malta a Copertino (nel centro storico), Angela Leucci presenterà il suo Cafè Des Artistes (Lupo Editore).

CAFE' DES ARTISTES: 
Una bionda detective argentina, un caffè letterario, lo strano omicidio di un pusher. Sono solo alcuni degli elementi di "Café des Artistes", romanzo breve che apre il ricco scenario ai personaggi racchiusi in questa raccolta. Una galleria di suggestioni, in cui il folle Michele Lamorte scolpisce nella pietra l'immagine della moglie morta e il motto "Beati quelli che non hanno storia", un'insegnante costruisce dentro di sé l'aberrazione per i lunedì, due gemelle uccidono per essere felici e due gemelli si danno all'incesto per liberare il mondo dal male. Come nei Menecmi plautini o nei film di Peter Greenway, anche le immagini simmetriche nascondono storie inenarrabili, tutte da leggere. 

ANGELA LEUCCI:
Incantatrice di serpenti, go-go dancer, blogger e giornalista, Angela Leucci è lo pseudonimo infelice dietro cui si nasconde Clarita Lasalerosa, l'eroina di questo romanzo. Attualmente è corrispondente per i quotidiani "La gazzetta del mezzogiorno" e Otranto Oggi, il settimanale Belpaese e per il portale DireDonna. Ha pubblicato con Akkuaria "Nani, ballerine e altre suggestioni" ed è stata finalista al concorso "Streghe e vampiri" di Giovane Holden Edizioni. Suoi racconti e poesie sono comparsi nelle raccolte "31 piccoli scatti & scritti" di Linea BN Edizioni ed "Eroticoamore" di Albus, e nella miscellanea "Note di storia e cultura salentina" della Società di Storia Patria per la Puglia. Ha ideato e organizza con l'Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada il concorso "Corto Magliese".


A seguire "Teatro in musica" con: 
Donato Chiarello, voce
Gianluca Milanese, flauto traverso
Marcello Zappatore, chitarra   

 

martedì 29 gennaio 2013

Alla libreria Idrusa di Alessano c’è La B Capovolta di Sofia Schito


Martedì 29 gennaio, alle 19, presso la libreria Idrusa di Alessano in via Sangiovanni, si terrà la presentazione del libro La B Capovolta di Sofia Schito, edito da Lupo Editore. Dialogheranno con l’autrice la scrittrice Michela Santoro e Tiziana Cazzato.

Il romanzo della Schito, vincitore del premio letterario Torre dell’Orologio, Siculiana, 2012, nella sezione letteratura per l’infanzia e l’adolescenza Lo Scarabocchio di Giufà, affronta la spinosa tematica dell’Olocausto, tragedia immane che coinvolse milioni di persone.

Nella nota che accompagna il libro si legge: “Si può parlare della Shoah in tanti modi. In Se Questo è un Uomo Primo Levi lo ha fatto con poesia, coinvolgendo l’umanità intera in un capolavoro che tocca l’emozione di tutti, nel suo unire la bellezza della parola all’orrore umano. E in questa storia proprio Se Questo è un Uomo e Primo Levi guidano un bambino che vivrà con la grazia propria della sua età un evento che ancora gli uomini non si riescono a spiegare. L’infanzia entra nella Storia più cupa ed aberrante, provando a sfiorare il mistero del buio della coscienza dell’uomo europeo. Levi la accompagna nei luoghi del degrado della nostra civiltà, e lo fa con la sua presa immortale come intermezzo, che cerca di spiegare l’inspiegabile all’innocenza di chi non ha ancora saputo tutto dell’Uomo”.

E ancora: “Questo romanzo ci condurrà per mano in un incubo che non può essere lasciato solo al passato. Una storia che ci porterà a sentire l’inesorabilità del male ammantato dall’ingenuità dell’infanzia e dalla profondità della letteratura. Un libro che fa della semplicità lo strumento di narrazione per rispettare quei fatti senza rinunciare all’immaginazione e alla speranza”.

Proprio in questi giorni dedicati alla memoria, in cui si riportano alla mente i tanti orrori perpetrati dal Nazismo, un messaggio di speranza, come quello che sottende il romanzo della Schito, non può che aprire uno spiraglio di luce nel buio dell’umanità provata dal secolo breve e dai suoi spropositati mali, e far guardare ad un futuro meno nero.
Articolo pubblicato sul quotidiano on line "Otranto Oggi" il 28/01/2013 e visionabile al seguente indirizzo:

lunedì 28 gennaio 2013

TRA ANIMA E COSCIENZA di Siddharta-Asia Lomartire, edito da Albatros



Ho conosciuto Valentina Lomartire, in arte Siddharta-Asia, in occasione della presentazione del suo primo lavoro edito, La Tara dell’Ātman (Rupe Mutevole, collana La Quiete e l’Inquietudine, 2010). Una raccolta di liriche che a suo tempo mi colpì molto per i contenuti e per la forza dirompente del verso. Il suo recente ritorno in libreria con Tra anima e coscienza (Gruppo Albatros, collana Nuove Voci / Le Piume, 2012), mi ha nuovamente impressionato. Da parte mia, credo sia la conferma di un percorso poetico originale e potente, nel quale si riscontra una qualità importante della giovane autrice, classe 1987: la costanza. Un’attitudine al verso coltivata con dedizione, con un rivolgersi anima e corpo alla poesia. Ecco perché questo suo secondo lavoro, il cui titolo apre un’infinità di mondi, evocando luoghi psichici e fisici immensi, rappresenta un’ulteriore prova dell’ispirazione dell’autrice, frequentando, senza soluzione di continuità, il grande flusso della Poiesis. Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, sottotitolo della silloge, è il mantra di Cenresig, Buddha della compassione, che protegge coloro i quali vivono un’incombente minaccia. Mantra tra i più diffusi, in particolare di scuola Mahāyāna, si può tradurre con la formula “Salve oh gioiello nel fiore di loto”, un’invocazione salvifico-soteriologica dallo spiccato simbolismo. Tutto questo non è un vezzo della giovane poetessa, bensì è una cosciente e matura apertura, in continuità con la prima raccolta, a quella presenza di contrari, bene/male, luce/ombra, cui la poetica della Lomartire attinge a piene mani. Versi magici quelli in questione, dove si respira costantemente un’aria quasi preternaturale, una dimensione sospesa tra il rarefatto e il tagliente, tra l’oscurità crepuscolare e la luce dell’anima pura. Di questo mondo pluridimensionale sembrano far parte alcune figure che l’autrice evoca con trasporto in diverse liriche. Presenze all’apparenza lontanissime, ma che pure sembrano essere reali e vive, come se nella sua poesia, nei suoi versi, le stessero accanto e, in qualche modo, interagissero con lei su un piano non soltanto ideale ma concreto. Non parliamo semplicemente di un ricordo, di un’effimera emozione, ma quasi di una giaculatoria del pensiero, di una formula invocatoria pregna di misticismo, di afflato simbolico, plasmata sul valore metafisico della parola, che si trasforma in espressione massima della trance poetico-alchemica della Lomartire: “[…] Di quest’anima / siete i custodi, / quando giace fredda, / e piano la prendete voi / e dall’ignoto la consolate […]”, Di quest’anima siete i custodi. Ecco, la Lomartire disegna i suoi mandala, le sue immagini simboliche fondate sulle geometrie figurali del cerchio e del quadrato, fluttuando sulle relazioni sussistenti tra diversi piani di realtà: “[…] Verrà la tristezza / ed entrerà senza bussare, / senza permesso, / presuntuosa / ci aggredirà e l’ameremo, / sino a che ci abbandonerà / e ne sentiremo la mancanza / quando / esploderemo di felicità, / troppa per tenervi testa […]”, L’albero della vita. I mandala non solo come forme archetipiche dell’inconscio, in cui echeggiano richiami junghiani, ma anche come figurazioni della personale sensibilità artistica dell’autrice, che scava a fondo l’animo umano, traendone nei versi un’intimità minimale e, al contempo, un’immanente universalità. Onestà intellettuale, sincerità di vedute e sensibilità intuitiva fanno di Siddharta-Asia Lomartire un’artista della parola, e il suo percorso poetico una rarità primordiale: “E il tuo sguardo non dice / di gioie, / né di passioni parla, / abbandonato ai sospiri di un paese, / respiri con esso, / delle strade di cui sei custode deriso. / Monumentale la tua presenza / ai miei occhi, / un’anima assente che urla, / una bianca ombra che mi appare. / Ricordo che mi accompagnerà / negli anni di silenzio, / quando guardando le luci di strade / nel mio pensiero ti vedrò passare”, Bianca solitudine.

Articolo pubblicato sul numero di sabato 26 gennaio del quotidiano "Il Paese Nuovo".

domenica 27 gennaio 2013

Le linee elementari del caso

Fuori è buio pesto. Eppure qualcuno per strada c'è. E ci vede benissimo. Può camminare sicuro, senza paura d'inciampare e rovinare a terra. Però può succedere l'imprevisto. Il fatto casuale che cambia le linee della vita. Molti identificano tutto ciò col caso e i suoi capricci. Il vecchio Fato greco che è ancora vivo e vegeto e fa le bizze. Allora nasce il senso d'impotenza, che ben presto si trasforma in immobilismo. Un essere immobili giustificato dalla casualità dell'esistenza. L'essere fuori controllo delle situazioni. Ma il cammino non lo decide il caso. Lo decidiamo noi. E se anche su quel cammino il caso costruisse i suoi teoremi, rimarremmo pur sempre noi gli artefici primi del cammino stesso. Tutto il resto non è che epifenomeno.

sabato 26 gennaio 2013

IL TEMPO CHE CI VUOLE di Francesca Palumbo (Besa Editrice)

Care amiche, cari amici. Vi segnalo un'interessantissima lettura. Si tratta di Il tempo che ci vuole di Francesca Palumbo, un romanzo edito da Besa Editrice. Buona lettura.
 
Monica Dionubile ha quasi diciassette anni, vive a Bari insieme a sua madre Laura che è malata di depressione e passa la sua vita a tormentare la figlia. Dunia Bonerba è figlia unica di Luca e Marina; i suoi genitori sono una coppia serena che regala sensibilità e spensieratezza a una ragazzina semplice, a tratti ingenua e molto legata a Monica, sua compagna di classe. Le due ragazze si completano a vicenda: la leggerezza di una si unisce alla complessità dell’altra, è come se tra di loro ci fosse un accordo di “mutuo soccorso” di cui, in realtà, è solamente la giovane Dionubile ad aver bisogno. Lei è così intristita e poco interessata alla sua vita da vivere alla giornata. È così profondamente sola e disillusa che anche l’avvenimento di aspettare un bambino, naturalmente non desiderato, è affrontato nella più completa apatia. Il ginecologo che segue distrattamen te l’aborto è Carlo, marito di Giulia, amico di vecchia data di Luca e Marina, che racconta all’uomo di avere l’ennesima relazione extraconiugale. La donna per la quale ha perso la testa si chiama Roberta Mori ed è la psicanalista che ha in cura la madre di Monica. In questo disfacimento quasi totale, il porto franco di Monica è la casa di Dunia, dove ha la possibilità di conoscere suo nonno che, molto malato, ogni volta che la vede la scambia per la sua amata moglie Ornella oramai morta da tempo. C’è poi il rapporto speciale con il suo professore di lettere, Girardi, un docente atipico che ascolta i suoi alunni, li osserva e non si limita a etichettarli con un numero sul registro o un cognome da ricordare al momento dell’interrogazione.
Testimone oculare delle storie di ognuno di questi personaggi è il barbone Lacca, un tenero clochard che costruisce piccoli portacenere colorati in latta e che ha un ruolo determinante nel destino di Dunia e Monica.

venerdì 25 gennaio 2013

LA BOTTEGA DEL RIGATTIERE: la scrittura ibrida di Paolo Vincenti



È in libreria La Bottega del Rigattiere di Paolo Vincenti (Lupo Editore), bell’esempio di scrittura ibrida sospesa tra poesia e narrativa, teatro e musicalità della parola.

Un itinerario spazio-temporale dove le due dimensioni non sono mai date per scontate, ma che anzi faticano a manifestarsi, dando luogo a certe a-spazialità e a-temporalità che avvolgono il lettore col manto variegato e suadente del possibile nell’impossibile, del mostrarsi della parola anche dove la parola sembra nascondersi.

Un labirinto scritturale disseminato nel negozio personale di Paolo Vincenti, nel bric-a-brac della memoria senziente e subcosciente, dove le chincaglierie sono vita. A questo proposito sono chiare le parole di Carmen De Stasio, che nella prefazione all’opera scrive: “La vita è un groviglio narrativo di episodi, prosodie, chiose, chiuse capitolazioni, capitoli e capitomboli. E allorquando si tratta di capitoli, sono due le opportunità: ovvietà e senso di acquiescenza. Nulla di questo compare nel testo di Paolo Vincenti. E d’altronde è lo stesso titolo a darcene misura”.

Il percorso dello scrittore, così eclettico e decentrato rispetto al Logos caratterizzante la messa in scena della parola a senso unico, porta, in questo lavoro, ad una quasi sublimazione della promiscuità alchemica dettata dalla formula verbo-voce-pensiero, in un tutt’uno cosmico che trascina l’astante verso una profondità concettuale e un’apertura alla semantica del senso-parola.

Attinente è quanto scritto a proposito dell’opera di Vincenti da Luciano Pagano su Musicaos.it: “La Bottega del Rigattiere di Paolo Vincenti è un testo che racchiude una grande ambizione, quella di costituire un’opera trans-genere, che si presenti allo stesso tempo come prosa, poesia, riflessione, romanzo, teatro; parola scritta e allo stesso tempo spettacolo della parola. Paolo Vincenti non è nuovo a questo tipo di ‘ibridazioni’ letterarie e, in questa prova, ha raggiunto un equilibrio delle sue potenzialità espressive; non a caso, in contemporanea all’essere-libro della bottega, esiste uno spettacolo musicale-riflessivo-poetico, una sorta di wunderkammer rizomatica e itinerante ideata dall’autore”.

Articolo pubblicato il 23 gennaio 2013 sul quotidiano on line "Otranto Oggi", visualizzabile all'indirizzo: