lunedì 11 marzo 2013

Un'ordinaria storia di povertà




Lo stabile in cui abitava abusivamente la famiglia Cocò era un ammasso informe di cemento e calcinacci sfatti, invaso dalle erbacce e puzzolente.
Non per questo i Cocò ne facevano una tragedia. Anzi, vi si erano adattati così bene che gli altri occupanti – anche loro abusivi – non riuscivano a farsene una ragione.
Silvio Cocò, il capofamiglia, tuttofare comunale a tempo determinato, aveva ricevuto un alloggio presso lo stabile Primavera per via di un accordo tra parti sociali e istituzioni.
C’era invece chi vociferava che un tetto sopra la testa gliel’aveva messo Antonio Vettori, vicesindaco in fine di mandato. Perché si era alla vigilia delle elezioni e i Cocò avevano razza lunga. Poi le elezioni furono perse e ai Cocò fu chiesto di sloggiare. Così Silvio Cocò e famiglia s’impiantarono di fatto in quel tetro edificio. Fino a prova contraria.
Marinella Ruina in Cocò, una bella donna sulla quarantina, aveva deciso di sposare Silvio anche per via del nome. Era convinta che – nomen omen – in ogni nome ci fosse scritto il destino di un uomo. Così quando nei primi anni novanta Berlusconi scese in campo, Marinella ne rimase folgorata. Il palazzinaro di Arcore era ricco. Ricchissimo. Uno che ti poteva garantire una vita da sogno, lontano dalle miserie e dagli stenti di Borgo Nuovo.
Ma la realtà si rivelò ben presto in tutta la sua devastante crudezza. Suo marito era un mezzo fallito. E prima lo avrebbe accettato, meglio era per tutti. Però non lo odiava. Anzi. Lo amava davvero. Nonostante tutto. Nonostante Giovanna Mura.
Un dado per il brodo. Solo un dado per il brodo le aveva chiesto alla Mura. E quella, acida come uno yogurt scaduto, era stata capace di rinfacciarle che era già la terza volta che cacciava fuori un dado. Che lo tirava fuori proprio per lei, per Marinella. Che i dadi costavano. Che lei li pagava. Che mica glieli davano gratis. E così Marinella si sprecava in scuse, in rassicurazioni.
–Quando Silvio risolverà sta cosa dei soldi mi ricorderò di te Giovanna. Un’amica vera.
–Sì, sì – faceva la Mura come per dire: alle calende greche me li ripaghi i favori che ti faccio.
Alla fine il dado la Mura glielo dava. Ma quanto le costava quel dado! Quella fetente della Mura ripeteva il suo macabro rito ogni santa volta. Prima le dava il dado, poi aspettava che uscisse. E quando era sicura che Marinella poteva ancora sentire, la chiamava pezzente e faceva il rumore come per sputare.
Ormai Marinella doveva esserci abituata, ma in realtà quella parola – pezzente – le rimbombava nelle tempie come un martello pneumatico.
Quando Marinella tornava a casa con l’aria afflitta Silvio sapeva già cosa era successo.
– Sei andata di nuovo dalla Mura non è vero? – si mordeva le labbra Silvio, pieno di rabbia – Ma che diavolo ci vai a fare da quella stronza rimbambita? E poi è maligna.
Silvio si illudeva che insultando la Mura, la patata bollente sarebbe balzata dalla loro miseria alla cattiveria della Mura.
– Non è maligna. La verità dice.
Quelle parole ferivano Silvio più di una lama.
La verità. Quella era la verità.
Una vita di precariato interrotta soltanto da piccoli lavoretti avuti per intercessione del politicante di turno.
Silvio ci dava sotto con le maleparole. Era l’unico modo che conosceva per difendersi. Allora attaccava a dire che non erano loro ad essere poveri, a bisognare di tutto, era lei, la Mura la megera, l’essere malefico, la masciara che esagerava le cose e che non perdeva occasione per insultarli, per farli sentire dei vermi.
Marinella però sapeva. Sapeva come stavano le cose.
Così a Silvio non rimaneva che intimarle di non andarci più dalla Mura. Ché tanto non avevano bisogno di lei.
A quelle parole, ripetute ogni volta allo stesso modo (modo che a Marinella suonava falso), le scappava irrimediabilmente di piangere. Sapeva che suo marito mentiva a fin di bene. Bugie bianche, aveva sentito dire quando era piccola. Bugie bianche e miseria nera. Marinella sapeva. Sapeva che nemmeno Silvio credeva alle sue stesse parole.
Marinella avrebbe voluto piangere tutte le sue lacrime. Tutte in una volta. Così da finirle per sempre. Perché è da quando era bambina che non faceva altro che piangere. Di miseria. E la fanno facile gli altri a dire che uno non si deve autocommiserare. Voleva vedere Marinella uno di quelli che hanno la pancia piena. Voleva proprio vedere se dopo una settimana che mangiava avanzi (o aria fritta) uno rimaneva dello stesso parere. Voleva piangere. Un mare di lacrime.
E invece doveva smetterla e asciugarsi in fretta le quattro lacrime che aveva pianto. Ché all’una e mezza Piero tornava da scuola. E suo figlio non la doveva trovare così, in quello stato.


Pezzo pubblicato sul numero di sabato 9 marzo 2013 del quotidiano "Il Paese Nuovo"