venerdì 16 agosto 2013

IL ROMANZO OSCENO DI FABIO di Luciano Pagano (Musicaos:ed) in cartaceo su Amazon

Luciano Pagano – “Il romanzo osceno di Fabio”
il primo romanzo italiano scritto su twitter

“Il romanzo osceno di Fabio” scritto da Luciano Pagano, è il primo romanzo italiano scritto interamente su twitter.

Pubblicato dal settembre al dicembre 2012 sul profilo twitter @romanzosceno, è adesso disponibile, con testo a fronte in inglese. “Il romanzo osceno di Fabio“ racconta la torbida relazione amorosa tra Fabio, sedicente regista poco meno che quarantenne, e la Marchesa, donna bellissima della quale lui si innamora e che, allo stesso tempo, tiene il ragazzo ‘in scacco’ psicologico.

E il terzo? Il terzo è il marito della Marchesa, un ricco industriale che la donna ha già deciso di eliminare, servendosi proprio dell’aiuto di Fabio che nel frattempo lavora alla stesura del suo film capolavoro, incentrato sulla presenza degli alieni nella storia dell’uomo, dalla Bibbia ai giorni nostri passando per la Germania della Seconda Guerra Mondiale”.

“Il romanzo osceno di Fabio”, presentato qui nella sua seconda edizione riveduta, è stato l’ebook che ha inaugurato la collana di narrativa e graphic novel di Musicaos.it.

“Pagano, anche questa volta, non ha deluso i suoi lettori.” – Paola Bisconti

“…come si fa a scrivere un romanzo così sconcio, denso e assassino, pieno di spunti esistenziali che rimanderebbero a ben altro, senza mai scivolare nella riflessione intimistica, in quella melassa che è il sentimento senza mai rendere la storia, con tutto il groviglio erotico ed emotivo che contiene, una faccenda personale?” – Roberta Pilar Jarussi

“Il primo romanzo italiano interamente scritto su twitter. Lingua spezzata e periodi brevissimi (appena 140 caratteri) per raccontare un thriller erotico giocato su un triangolo che mette insieme Fabio, aspirante regista televisivo poco meno che quarantenne, la spregiudicata Marchesa (più vecchia di lui di dieci anni) e un marito da far fuori. La scrittura si contrae, niente fronzoli, ancor meno sentimentalismi, per lasciare spazio a una sottile ironia: perché Fabio doveva capirlo che… “Quello del regista è un mestiere che presuppone un’innata capacità di smuovere emozioni, persone, capitali. In ordine inverso”. – Francesca Maruccia

“Il tentativo che Pagano pone a sé è quello di una scrittura che nasca direttamente per il tweet, con tutte le varianti possibili, non negandosi la sfrontatezza di misurarsi,nel caso fosse necessario, con nuove forme e strutture per poter condensare il tessuto narrativo nei pochi caratteri concessi, di conseguenza sorvolando sulla componente di pura informazione che spesso si lega a questo tipo di comunicazione, ma strutturandola in quanto comunicazione.” – Francesco Aprile

“Il romanzo osceno di Fabio” – Luciano Pagano, €9.99, pagine 318, ISBN 978-1490405698, musicaos:ed

mercoledì 14 agosto 2013

L'ISTRUITO E L'IGNORANTE



Conoscevo un poeta ignorante. Uno di quelli che scrivevano senza saper scrivere. Uno a cui avrei voluto dire “Non pubblicare, scrivi un diario personale piuttosto. Tieni per te i tuoi pensieri”. Lo trovavo un po’ sciocco, a tratti paradossale, perfino banale. Così misi una certa distanza tra lui e me. Come a dire: “Sì, va bene bello mio. Abbiamo una corrispondenza (ci scriviamo delle mail). Abbiamo pubblicato entrambi per la stessa casa editrice. Però io so quanto vali. Dunque: stai al tuo posto”. Non gliel’ho mai detto. Avrei dovuto, forse. Un giorno però ebbi a che fare con un gruppo di poeti e scrittori acculturatissimi, che scrivevano benissimo. M’accorsi ben presto che erano privi d’umanità. Anzi, erano privi di pietà. T’avrebbero lasciato schiattare sul marciapiede se ti fosse venuto un colpo. Non t’avrebbero aiutato neanche a pagarli. Come quel giorno in cui videro un uomo – un extracomunitario fecero loro con un disprezzo che traspariva chiaro dietro quello sguardo fintamente alternativo – accasciarsi al suolo. Io corsi a prenderlo, a sollevarlo. Senza essere un eroe, ché di eroi ce n’è già troppi in giro. Lo sollevai e gridai agli esimi letterati di chiamare un’ambulanza. E dovetti ripeterlo una seconda volta, incazzato. Solo allora – ma a malincuore – chiamarono il 118. Ecco, in quel momento pensai che il poeta ignorante m’avrebbe aiutato. Lui non m’avrebbe lasciato morire così, come una cosa rotta e abbandonata, come un rifiuto. Ché lui c’aveva un cuore grande come una casa anche se era un sempliciotto. Glielo dissi a quegli esimi letterati. E loro mi risposero che così avrei salvato la pellaccia ma non la letteratura. Che era una cosa immonda scambiare un aiuto da crocerossina con la poesia e la letteratura. Gli risposi che preferivo un uomo vivo piuttosto che uno morto. E che i libri, da morto, uno se li poteva rifilare su per il culo. Non capirono. Non m’aspettavo che capissero. Le cose troppo semplici, alle volte, sono le più difficili da capire.  

Pubblicato sul numero di domenica 4 agosto de "Il Paese Nuovo": www.ilpaesenuovo.it

domenica 11 agosto 2013

TEATRO DEL VENTO - Piccola storia di una diversità



Io vedo quello che succede sulle cime degli alberi, quei tondi pini che arrivano a sfiorare i tetti delle case. E vedo quello che succede sui fili della luce, dove spesso le tortore s’adagiano lanciando il loro uh-uh di continua abnegazione. Io vedo. Ma non lo dico a nessuno. Perché nessuno mi crede quando dico che comunico con le piante e gli animali. Mi prendono per pazzo. Oppure se ne escono con il classico sfottò “E chi sei, San Francesco?”. Allora taccio. Ed è la cosa più brutta che ti può accadere nella vita. Tacere, dico. Una volta glielo dissi a quello. Gli dissi che stare zitti era la cosa più brutta del mondo. Lui mi rispose che non era vero. Che c’erano tante cose più brutte al mondo. La morte per esempio. Che ne sapeva lui di cose brutte. Che ne sapeva lui che non pensa mai, che ha il cervello di una gallina. Che fai, offendi? No, non t’offendo. Dico la verità. La verità. Tu possiedi la verità? Ah, ma allora pensi. Scusami amico, credevo non pensassi. Pensavo usassi solo lo zero virgola uno delle tue capacità cerebrali. Io vedo, sì. Ma delle volte posso sbagliarmi. E lo ammetto. Non faccio mica come quelli che dicono sempre tutto bene e tutto giusto. Se sbaglio lo dico. Io. Ehi, avete visto chi c’è? Lu scemu te Mombracen! Ma non era Mompracem? Fa lo stesso, sempre scemo rimane. Perché lo chiamate scemo? Crede di parlare alle piante e agli animali. Embè? Ci sono tanti altri che con le piante e gli animali non parlano eppure sono molto più scemi di lui. Tu non puoi capire, quello c’ha il cervello bacato. Eppure a me sembra intelligente. Sì, come no. Intelligentissimu ete. Non mi sembra giusto prenderlo in giro solo perché ha una sensibilità spiccata. E poi anch’io ho una certa sensibilità. Va bene. Vuoi essere suo amico? Accomodati. Io lo scanso. Ecco, bravo, scansati. Come si chiama? Aldo si chiama. Io vado da lui. E va va. Farete proprio una bella coppia di matti. Ciao Aldo, sono Roberto. Io vedo quello che succede lassù, sai? Lo so Aldo. Me l’hanno detto i tuoi amici. Non sono miei amici. I tuoi conoscenti allora. Non sono nemmeno miei conoscenti. D’accordo Aldo: quelli laggiù mi hanno detto che tu parli con le piante e gli animali. Non sono io che parlo a loro, sono loro che parlano a me. E cosa ti dicono? Mi dicono che gli umani sono troppo stupidi per capire alcunché. Aldo… non saranno troppo severi sti animali e ste piante? Ma loro mica lo dicono con cattiveria. Lo dicono per avvisarci che ci stiamo rovinando con le nostre stesse mani. Già, Aldo. Siamo un’umanità suicida, che pensa soltanto a ciò che non ha e a come averlo. Sì, vedo che mi capisci. Come hai detto di chiamarti? Roberto, mi chiamo Roberto. Bene Roberto, se vuoi puoi restare con me. Tra poco le gazze ladre faranno uno spettacolino sui rami più alti del vecchio pino, quello più grande, là in mezzo. È il loro teatro. Quello del vento.

Pubbliacato nel numero di domenica 21 luglio 2013 de "Il Paese Nuovo": www.ilpaesenuovo.it

martedì 6 agosto 2013

CHI E' IL POETA?



Tempo fa un critico letterario mi chiese, tra l’ironico e il serioso, se noi poeti fossimo tutti  un po’ fuori con la testa.
Io gli risposi che noi poeti non siamo nati male. Semplicemente, siamo un po’ diversi. Anche quando bruciamo di passione e sembriamo cacciatori che s’avventano sulle prede. In realtà, il più delle volte, siamo noi ad essere cacciati. Non siamo per la riproduzione sistematica della specie, a tutti i costi. Non rappresentiamo gli esempi tipici del maschio e della femmina dominanti, quelli con cui mettere su famiglia, quelli nati padri e madri. Ecco perché, alla lunga, i nostri amanti ci detestano. Perché siamo come eterni bambini, sempre alle prese col loro smisurato ego e con le loro carte svolazzanti, le loro penne sempre a portata di mano, i loro orribili block-notes. Noi poeti siamo tutto questo e molto di più. Irascibili, dolcissimi, nevrotici, calmissimi. Insomma, o ci amano o ci odiano, difficilmente rimangono indifferenti a noi. E poi ci sono coloro i quali scrivono su di noi, nel bene e nel male, proprio come te, caro il mio critico. Ma poi – gli dissi – non farmi generalizzare, che non è mai cosa buona.
Lui mi guardò come fossi matto e aggiunse – Ma poi, chi ti dà il diritto di usare l’appellativo di poeta?
Nessuno – risposi io – siamo noi stessi che con un atto di coraggio e irresponsabilità ce lo attribuiamo. Non c’è nessun critico o concorso letterario che farà delle tue parole poesia.
Allora, per te, una mattina uno si alza e decide che è poeta – rincarò la dose quello.
Per me uno può dire anche che fa lo scienziato – risposi – sarà la sua onestà intellettuale a farlo parlare, se ce l’ha, chiaro. Sai – gli dissi – uno s’accorge se scrive una boiata o meno; o dovrebbe accorgersene.
Il critico mi guarda sgomento, poi fece – Allora tu giudichi da solo il tuo lavoro, decidi da solo se è buono o cattivo.
No – gli risposi – faccio leggere le mie cose a chi so io.
Allora non sei sicuro del tuo lavoro – e qui gli si illuminò un sorriso soddisfatto –  Bukowski diceva che se uno fa leggere le sue cose ad altri è meglio che non scriva, perché non è sicuro, non è cosa per lui.
– E a me cosa frega di Bukowski, scusa?!
Ecco, adesso il critico era rimasto allibito, come davanti ad una frase sacrilega. Avevo osato sminuire uno scrittore famoso. E, soprattutto, amato dalla controcultura. Controcultura, al cui interno, evidentemente, il critico mi aveva trovato casa. Se ne andò del tutto insoddisfatto. Di più, come se l’avessero bastonato. Il giorno dopo mi inviò un’e-mail (non so chi gli avesse dato il mio indirizzo di posta elettronica) in cui mi diceva che nonostante il mio comportamento (??) avrebbe pubblicato un articolo riguardante il mio libro su un importante giornale, ma non avrebbe fatto cenno alla nostra discussione. Gli risposi che era inutile pubblicare un articolo riguardante la mia poesia se non condivideva nulla del mio stare al mondo. Quel giorno non mi rispose. Due giorni dopo mi inviò un’altra e-mail con il link dell’articolo riguardante il mio libro. Della nostra discussione non c’era traccia.
Bene – mi dissi – Bukowski ha colpito ancora.

Pubblicato sul numero di domenica 14 luglio de "Il Paese Nuovo": www.ilpaesenuovo.it

sabato 3 agosto 2013

CONDENSE - Breve storia d'irreale realtà



Anna continuava a fare pensieri terribili, pensieri dei quali ogni volta poi si vergognava. Come posso essere così cattiva? Perché penso queste cose orribili? Non avrei mai il coraggio di metterle in atto. Eppure ci sono persone normalissime che ad un tratto vanno fuori di testa e ti ammazzano così, come si schiaccia un insetto molesto. Ma sono uomini e donne con una vita, una famiglia, degli affetti, delle passioni, dei sentimenti. Non sono animali, no. Non sono cose. Persone.
Smettila Anna. E poi chi ti ha detto che gli uomini sono meglio degli animali? Chi ti ha detto che un insetto non soffra e non provi sentimenti? Non mi cacciare in testa ste robe da intellettuale impegnata. Non lo sei. Perché?.. bisogna essere Einstein per capire un po’ il mondo? Ma sentila: capire il mondo. Io non capisco nemmeno me stessa, figuriamoci il mondo. Anna.. ti voglio bene. Hey hey, I saved the world today. Finalmente abbracciate. Di nuovo. Per sempre. Lacrime calde sui visi adolescenti rigano di nero le guance. Girano veloci, veloci, sempre più veloci, Anna e la sua amica. La testa gira con loro, come un vortice infinito d’infinito bene. Bene e Male ancora insieme. Non c’è differenza in questo momento. Anna e la sua amica lo sanno. Tutto può succedere. Tutto accadrà. Là fuori c’è il gelo. Sette sotto lo zero. Là fuori c’è chi chiama ancora il loro nome. Maledetto, non maledirmi. Urlami che non sono finita. Dimmi che ci sono. Dimmelo ancora e ancora. I cani guaiscono per le bastonate. I cani soffocano dentro i sacchi di plastica. È lei, l’ho vista. Che crudele. Una crudeltà idiota. Un’innocente atroce crudeltà. È il settimo che fa fuori quella stronza. Ma adesso le diamo una lezione. Anna frena la sua amica. La tiene per un braccio. Guardala. Guarda bene quella donna. È grande ormai, avrà più di quarant’anni. Ma è una bambina. Una bambina come ce ne sono tante alla sua età. Sevizia e ammazza i cani. Tu sai perché lo fa? Non lo so e non mi importa. Anna non le molla il braccio. Sai perché lo fa? Lo sta ammazzando, lasciami. Rispondi accidenti a te. Anna ti prego lasciami andare da quella bestiola, ti prego, lasciami. Anna allenta la presa. La sua amica si getta come una furia sulla donna. Le strappa di mano il sacco di plastica. Le tremano le gambe. Anna è lontana. Troppo lontana. Un fotogramma irraggiungibile nel tempo. È tardi. L’amica di Anna spinge la donna. La donna cade a terra. Il sacco è bagnato di sangue. La donna emette un impercettibile lamento. Anna dove sei? Anna! È morto. Il cucciolo è morto. Era tardi. Era davvero tardi. Hai visto Anna? È morto. È colpa tua. La donna tenta di rialzarsi ma non ce la fa. Morto. Morto. La donna si rotola per terra, striscia di lato, annaspa nella fanghiglia del fiume. L’amica di Anna è in ginocchio. Il sacco tra le braccia. Il cane è morto. La donna soffre.  L’amica di Anna soffre. Anna non c’è.

Pubblicato sul numero di domenica 7 luglio 2013 de "Il Paese Nuovo": www.ilpaesenuovo.it