venerdì 13 dicembre 2013

Su IN ORDINE SPERSO di Vito Antonio Conte (Luca Pensa Editore)

Nota su In ordine sperso di Vito Antonio Conte, Luca Pensa Editore, pubblicato su SPAGINE Periodico Culturale dell'Associazione Fondo Verri, curato da Mauro Marino.




Ci sono alcune cose che hanno un dono particolare: quello di suscitare emozioni immediate, dirette e forti. Talmente forti da costringerti a sentirle profondamente e poi a scriverne. È il caso della Poesia (sì, uso la P maiuscola) di Vito Antonio Conte. Autore che ritorna, seppur di soppiatto o, come lui stesso dice, clandestinamente, con una nuova silloge (editata in sole 53 copie tutte numerate e autografate), In ordine sperso – In origine: silloge del quando in ordine sparso(la poesia dove non c’è), Luca Pensa Editore, 2013. Una raccolta in cui il “quando” giganteggia, un quando che può essere inteso (a mio modesto avviso) come il “tempo che fu” (e che più non è), ma anche e soprattutto come il “tempo che è”, con una strizzatina d’occhio al “tempo che sarà”. Sì, il tempo in tutte le sue declinazioni, ma non solo, direi la vita nelle sue tante declinazioni, a cominciare dall’apparire che si contrappone all’essere: «quando sotto il costume da bagno / i ragazzi non indossavano / stupidi boxer (esibendo l’elastico griffato)» (p. 10), passando per una realtà accaduta (o pensata) che sarebbe bello poter conservare, ma non per mero sospiro nostalgico, bensì come esempio (ho detto esempio? sì, l’ho detto!) meritevole del vissuto: «quando lungi d’ogni schermo / bastava essere con due amici / aprire una bottiglia di vino e / senza neanche dire: ciak si gira / il film della vita partiva» (p. 14). Difficile non lasciarsi coinvolgere passionalmente da queste liriche che vanno al sodo, senza inutili orpelli. Ed è difficile non lasciarsi tentare di riportarne tante, troppe, tutte. Non lo farò soltanto perché non voglio togliere al lettore – al fortunato lettore che avrà tra le mani una delle cinquantatré copie pubblicate (sì, ricordiamolo ‘sto fatto che le copie sono limitate! Vito, accidenti!) – il piacere di scoprire da sé il gusto di immergersi in questi versi taglienti come lame e sinceri, maledettamente sinceri. Chi è a parlare, poeta? L’amico burbero dal cuore buono? Quello che ti dirà sempre, in faccia, come stanno le cose? Quello che ad una menzogna edulcorata preferisce la verità, anche se cruda? Sì, leggendo questi versi si ha l’impressione di potersi fidare, e di potersi affidare con animo sereno –  pur nella grande tensione emotiva che le parole di Conte creano – alla vita: «quando poi dopo tutti i dopo / sai che finalmente / d’ogni sottrazione resta / l’unico segno più / che importa davvero» (p. 17). Il “quando” del poeta si materializza e si smaterializza per poi materializzarsi di nuovo, in un continuo susseguirsi di atti e azioni (Carmelo, oh Carmelo, scusa il furto!) che non lasciano spazio a momenti morti, perché la vita, ripetiamolo, scorre in questa silloge come sangue vivo, arrivando in ogni dove: «quando se l’avessi saputo prima / non ha senso (nessun senso) / ché tanto lo sai sempre / quando non serve a niente / e se l’avessi saputo / non avresti vissuto» (p. 18). Molto ci sarebbe ancora da dire e non lo dirò, perché credo sia bello lasciare luoghi vuoti da riempire con la diretta lettura di queste liriche; tuttavia voglio congedarmi da questa nuova incursione nel mondo poetico di Vito Antonio Conte con una lirica che de-scrive e ri-scrive l’agonizzante situazione letteraria e, più in generale, culturale del nostro Sud, Salento in primis: «quando questo lembo di Sud letterario / era monopolio di pochi insulsi personaggi / (ego e arroganza non sono ancora finiti)» (p. 43). Occorre aggiungere altro?

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