lunedì 27 gennaio 2014

L'ORA CHE NON VIENE - La storia di una bambina e della Shoah

Il treno si fermò in una stazione desolata. Non potevo vedere fuori, il vagone-merci era di privo aperture, ma l’avevo capito perché c’era un profondo silenzio. Il tanfo del piscio e delle feci era ancora sopportabile, e questo significava che non eravamo neanche a metà del tragitto. Ci si abituava a tutto, anche ad essere stipati come animali, o cose. Ammucchiati, congestionati, sporchi. Ma eravamo vivi, se vita poteva chiamarsi quella. Io allora ero una bambina minuta, se mi rannicchiavo, potevo ficcarmi ovunque. Il peggio era per i grandi che, schiacciati come sardine, soffrivano l’angustia di quei vagoni. Uomini e donne, giovani e vecchi, sani e malati, benestanti e poveri. Ebrei, però. Solo la dimensione fisica contava adesso. Adesso eravamo soltanto dei corpi, dei pezzi di carne e nulla più. Le nostre identità, l’avrei presto provato sulla pelle, sarebbero state cancellate. Il treno era immobile, di ghiaccio. Quando l’aria diventava irrespirabile e la tosse veniva a graffiare le gole, lì dentro diventava un formicaio di infezioni. I treni-merci trasportavano gli ebrei, gli zingari e gli oppositori del regime che venivano rastrellati ovunque. In Germania questo avveniva già da un pezzo, ma qui in Italia, una cosa del genere non era mai capitata. Mia madre, mi fece cenno di non addormentarmi, che era troppo freddo. Dovevo stare sveglia, avrei dormito una volta a destinazione. In fondo, loro, avevano bisogno di noi, di braccia da lavoro. Nei campi, si andava a lavorare. Che male c’era? Con la povertà che mordeva, era una fortuna, dicevano. Dicevano pure che occorreva passare una visita medica, che solo quelli di sana e robusta costituzione potevano andare a lavorare; degli altri, nessuno sapeva. “Sara” mi richiamava la mamma “sveglia, mi raccomando”. I miei occhi volevano chiudersi, ma dovevo resistere, dovevo tenerli aperti. Non andavo più a scuola da tre mesi, ormai. Da tre mesi ci sbattevamo da una parte all’altra dell’Italia. Roma, Firenze, Milano, la campagna lombarda. Bisognava nascondersi, fuggire come animali braccati. Non dovevano trovarci. Ma ci trovarono. Era buio quella sera. Nello scantinato della casa non era rimasto niente da mangiare. Faceva freddo, sempre freddo. Mortara d’inverno era gelida. Renato Giglio e sua moglie Margherita ci tenevano in casa loro a rischio della vita. Da due giorni eravamo digiuni. Mia madre disse che se non mettevamo qualcosa sotto i denti avremmo fatto la fine dei topi in gabbia. Ma era pericoloso, troppo pericoloso. E i morsi della fame cominciavano a farsi sentire, impietosamente. I Giglio non avevano più nulla nella dispensa, ci avevano pensato i fascisti a ripulire tutto: “Non volete contribuire al sostentamento del valoroso movimento? O dobbiamo pensare che state con i partigiani?”. Renato avrebbe voluto mollargli un pugno sul grugno, ma aveva due figlie. Bisognava pensare a loro. “Margherita” disse mia madre “andiamo noi che siam donne, ci lasciano stare vedrai”. Renato impallidì. Poi si portò l’indice alla tempia come per dire “Siete impazzite?”. Non voleva, il rischio era altissimo.
“La situazione non cambierà” riprese mia madre. “Non possiamo aspettare un miracolo.. dobbiamo uscire e trovare qualcosa da mangiare”. Uscirono. Per fortuna i fasci non trovarono il nascondiglio dei soldi, sotto la mangiatoia dei conigli. Credo che io, Renato e le figlie avevamo più paura di mia madre e Margherita. Il coraggio delle mamme. Pensai che una madre avrebbe dato la vita per i figli senza battere ciglio. Maria e Assunta Giglio ci seguirono sul treno per Ravensbrück. Non tornarono mai più. L’ultima volta che le ho viste abbiamo giocato a raccontarci fiabe. Io ne conoscevo tante. Loro ne sapevano solo tre: Cenerentola, Il brutto anatroccolo e Rosaspina. Erano dolci Maria e Assunta, due bambine. L’orrore che ci aspettava nel campo di sterminio le annientò di schianto. Troppo tenere, creature troppo buone per sopportare il regime disumano del lager. I miei dodici anni non mi erano mai pesati tanto quanto quella sera. Una pattuglia tedesca aveva scoperto mia madre e Margherita, ma non le aveva bloccate subito. Le seguirono, fino a casa di Renato Giglio. Ci scovarono tutti tra grasse risate. “Juden Raus”. L’avrei sentita fino alla nausea quell’esclamazione. Una SS ci disse di seguirli. Al minimo segno di ribellione o anche solo di disappunto ci avrebbero sparato. “Peccato che siete ebree” disse uno di loro rivolgendosi alle ragazze e ficcando la canna della mitraglietta sotto il mento di Assunta, la più piccola. Renato non ci vide più, si scagliò sulla SS e cercò di afferrargli l’arma. Quello però fu più veloce e gli esplose contro una raffica di colpi. Renato cadde a terra in una pozza di sangue. “Dreckiger Jude!” imprecò la SS. Poi si voltò verso di noi che eravamo ammutolite e disse: “Ecco cosa vi aspetta”. Maria e Assunta non riuscivano quasi a respirare. Credo non realizzassero nemmeno di trovarsi lì in quel momento. Ma non ci fu il tempo di pensare. La SS che aveva massacrato Renato ci intimò nuovamente di seguirli: “Wandern, forsch!”. Alla stazione di Milano c’era l’inferno. Un numero impressionante di uomini, cose, mezzi. Il fumo dei treni, il via vai pazzesco dei militari, le urla dei deportati, i gemiti dei bambini piccoli. Spari. Legnate. Pugni. Calci. Tutto era consentito, tutto era proibito: dipende da che parte stavi. Io avevo ancora negli occhi Renato, riverso nel suo stesso sangue. Ma ora c’erano questi altri poveracci: morti, feriti, picchiati, morenti, febbricitanti. Renato era ieri, questi erano l’oggi. Tutti, tutti partivamo al nord, dove si parlava tedesco. Varcata la frontiera i nostri destini si sarebbero risolti nel nulla. Non saremmo più stati esseri umani, ma semplici numeri, sigle tatuate, marchiate sulla pelle. Per sempre. A cosa serviva il nostro pianto? L’acciaio non conosce il dolore. Gli uomini superiori, i puri, gli ariani, avevano un’altra morale. Anzi, erano superiori alla morale stessa. Erano al di là del bene e del male. Cos’ero io, piccola ragazzina ebrea? Che valore poteva avere la mia vita? Fummo spinti sul treno a forza di percosse. Non era necessario, non c’era bisogno di tutta quella violenza. Saremmo comunque saliti su quel treno, nessuno poteva opporsi al proprio destino. Ma la violenza, la cieca brutalità, la crudeltà gratuita, facevano parte dello stesso destino. È questo che mi fa più rabbia ora, l’essere stati privati di ogni diritto, della minima umanità. Le botte, i maltrattamenti, gli stenti, o ti abbruttivano, tirando fuori la bestialità più ottusa che uno covava dentro, oppure ti annientavano, ti facevano sentire sconfitta, rassegnata. Una cosa più grande di noi, una cosa troppo grande per immaginarla con la mente di una bambina. Io, solo dodici anni. Sul treno c’è silenzio. Fuori c’è silenzio. Sembrano secoli che Renato è morto, che ci hanno trovati e messi su questo vagone. Ma era solo ieri. Binario 21. Non lo dimenticherò mai.
Gramzow. Si chiamava così la stazione silenziosa prima di Ravensbrück, quella in cui vidi mia madre per l’ultima volta. In quello scalo ferroviario dalla quiete irreale facevano lo smistamento. A Ravensbrück ci andavano solo le donne. In un locale a due passi dalla biglietteria i tedeschi avevano allestito un’infermeria. Dovevamo scendere. Era lì che eseguivano la prima visita medica. Avrei imparato a caro prezzo cosa significava “visita medica”: vita o morte. Ci divisero. Mia madre tentò di tenermi stretta a sé, ma una SS la colpì in pieno volto col calcio del fucile. “Non aver paura”. Furono le ultime parole che mi disse la mamma con le labbra sanguinanti. Alcune donne cercarono di aiutarla a rialzarsi ma la SS che l’aveva colpita e un’altra sopraggiunta proprio in quel momento picchiarono anche loro. Poi, un ufficiale chiamò i soldati. Mia madre era ancora a terra.
Passarono diverse ore prima che il graduato nazista riapparisse. L’ufficiale e le SS confabulavano. Il tenente Heynrich, così si chiamava l’ufficiale, aveva in mano un foglio. Una lista. Chi doveva morire subito e chi si sarebbe consumato in un campo di concentramento. Mia madre, l’avrei saputo anni dopo, fu giudicata “inabile al lavoro”, il che equivaleva ad una condanna a morte. Forse a causa del suo fisico minuto, forse perché aveva tentato di abbracciarmi. La portarono via insieme ad altre centocinquanta persone. Come può una madre lasciare sola sua figlia? Come può? I suoi capelli, il suo viso, le sue mani su di me. Nulla era più di tutto questo. “Non aver paura”. Il treno partì, sordo al dolore. Strideva, sfiatava, ondeggiava sui binari della follia.
Ravensbrück: un inferno mascherato da zoo. C’erano aiuole piene di fiori, c’erano animali: scimmie, pavoni, un pappagallo. Stranite, camminavamo lungo questo improbabile campo. Attraversammo un prato verde. Al di là del prato, coperto da grandi pini, il centro del lager, teatro degli orrori, ben occultato, lontano dagli occhi di possibili visitatori. Poi, quasi irraggiungibile, il muro di recinzione, su cui passava l’alta tensione.
Appena arrivate le guardie ci dissero subito che lì dentro non eravamo più nessuno: non avevamo più alcun diritto. Eravamo spoglie, indifese, umiliate. Chiunque avesse violato il regolamento avrebbe implorato di morire. Ora sapevo che la morte non era la cosa più brutta che può capitare. L’appello durò quattro ore. Dovevamo stare in piedi, senza azzardare la minima replica. Alcune, sfinite per il lungo ed estenuante tragitto, si accasciarono a terra.  Furono prese a bastonate. Due morirono per la violenza dei colpi, le altre, con uno sforzo sovrumano, si rimisero in piedi. Una SS, come se niente fosse accaduto, lesse ad alta voce i punti del regolamento che dovevamo ficcarci in testa all’istante: “Chi assumeva un contegno ironico nei riguardi delle SS; chi volontariamente ometteva il saluto e chi rifiutava di sottomettersi alla disciplina; chi assaliva una guardia, chi rifiutava di lavorare; chi fomentava la rivolta; chi abbandonava una colonna o si allontanava da un luogo di lavoro; chi durante le attività scriveva, discuteva, o faceva qualsiasi cosa che non fosse prevista dal regolamento, era passibile delle più feroci punizioni, fino alla morte”.
La fredda voce della SS non lasciava nessuna speranza. Fummo portate in un baraccone. Qui subimmo forse la più pesante delle umiliazioni: la rasatura. Provammo un infinito ribrezzo a vedere le nostre teste che pian piano diventavano tonde, lucide. I capelli cascavano lentamente ai nostri piedi ciocca a ciocca, inesorabilmente, sotto i colpi della tosatrice, metallici e gelidi. La macchinetta emetteva un rumore sinistro, agghiacciante, che ancora oggi certe notti credo di sentire quando c’è tanto silenzio. I capelli che cadevano apparivano quasi  metafore delle nostre vite, che poco a poco si spegnevano. Ma non era finita, il peggio doveva ancora arrivare. Ci rasarono anche nelle parti intime. I rasoi usati erano vecchi e avevano lame poco affilate, alcune mezzo arrugginite. È impossibile raccontare il senso di repulsione, di disgusto che si prova quando la propria intimità viene oltraggiata, derisa, violata. Ci marchiarono il braccio sinistro, indelebilmente. Ecco, adesso avevamo veramente cessato di esistere come donne, come esseri umani, per divenire quel segno sul braccio. Non – esseri senza alcun diritto.
Le nostre vite erano scandite dalla sirena del campo. A quel suono inumano dovevamo scattare. Veloci, mute. Le guardie ci urlavano contro di muoverci, ci insultavano, mentre i cani al guinzaglio latravano e ringhiavano. I nostri aguzzini li istigavano, si divertivano a terrorizzarci. Dovevamo metterci in fila e restare così per un’ora, due, tre. Fin quando le SS non dicevano che bastava. Allora ci incamminavamo verso i posti di lavoro.
Noi italiane siamo state le ultime ad arrivare al campo. All’inizio le detenute di altre nazionalità ci discriminarono. Era il prezzo da pagare come alleati e complici dei nazisti. Ma non era solo questo. Noi non parlavamo il tedesco e il polacco, le lingue del lager, e le altre, lì dentro, non conoscevano l’italiano. Nessuna ci avrebbe detto delle minacce che costantemente avremmo sentito addosso, di come evitarle o aggirarle. Avere amici nel campo equivaleva ad avere un appiglio cui aggrapparsi, una speranza di sopravvivenza. Tutte, indistintamente, soffrivamo in quel macello. Soffrivamo per la confusione, l’afflizione di sentirsi esseri subumani, oggetti nelle mani dei nazisti. Ma per noi, italiane, ree di connivenza coi tedeschi, c’era una pena in più: la vergogna del fascismo. Pochissimi a Ravensbrück e nei dintorni erano a conoscenza del rivolgimento della guerra, del passaggio dell’Italia dalla parte degli alleati. Nel lager le notizie non arrivavano, non potevano arrivare. L’astio nei nostri confronti durò poco. Là dentro o ci si aiutava tutte, o non tiravi avanti. Imparammo presto a intenderci a memoria, a difenderci, a farla in barba alle guardie, ad evitare di venir massacrate. La ripugnanza verso i nazisti e il desiderio di farcela fu il collante che tenne insieme noi internate. L’azione disumanizzante che i nazisti perpetravano su di noi, diretta, costante, maligna, ma che alle volte cercava di insinuarsi subdolamente nella testa, logorandoti, stava trovando un’avversaria potente: la voglia di libertà e di riscatto, nonostante tutto. Avevamo sviluppato una forza che non sapevamo di avere. E questo è difficile da capire, perché non passava giorno in cui non subivamo angherie, soprusi, violenze. Lo stesso cammino, uguale per tutte: fame, sfinimento fisico, morte. Non ci lasciammo andare alla voglia d’abbandono.
Nel campo si lavorava in turni di dodici ore, giorno e notte. Bisognava caricare pesi assurdi: legna, ferro, acciaio, pietre. Alle SS non importava se eri una bambina, bastava essere giovani e robuste. Io avevo quasi tredici anni, ma ero esile, minuta. Mi risparmiarono unicamente perché sapevo cucire e tagliare la stoffa. Fui impiegata in sartoria. Occorrevano sempre nuove uniformi per l’esercito tedesco. Le altre mi ritenevano fortunata e paracula a non dover sopportare i lavori estenuanti dei capannoni industriali, ed alcune erano invidiose. Me l’avevano fatto capire. Lo avvertivo nei loro sguardi, in certi loro commenti. Il lavoro durissimo, la mancanza di sonno, la malnutrizione, le pessime condizioni igieniche, il continuo terrore, distruggevano il fisico ma soprattutto la mente. Pian piano ti logoravano, ti uccidevano. Ecco scoppiare allora le piccole gelosie, le piccole meschinità. Nell’insopportabile tragedia umana che vivevamo, c’era anche questo. Potevo capirle, c’era da impazzire, più che per le SS, per le kapò, donne e ragazze come noi, detenute, internate. Nessun’altra ci disprezzava come loro. Nessun’altra ci odiava come loro. Forse perché in noi ritrovavano se stesse, la condizione infima, il peggio del peggio. Una lotta tra disperati. I simili si odiano a vicenda. Invece no. Quelle così erano solo tre in tutto il campo. Tra noi altre eravamo solidali, ci aiutavamo. E ci volevamo bene, ne ero sicura. Forse proprio in quell’inferno abbiamo iniziato ad intuire il senso della parola “democrazia”.
Alcune mi invidiavano, ma non c’era molto da invidiarmi. Avrei pagato un prezzo altissimo per questa mia situazione privilegiata.
Quel giorno dovevano pulirci. La disinfestazione: ci veniva passato dappertutto uno straccio intriso di petrolio. Era una mattinata gelida, e noi in fila, immobili, tremanti come foglie. Le SS godevano nell’umiliarci. Ridevano mentre ci guardavano come si guardano animali impotenti, con gli occhi colmi di disprezzo; ridevano mentre ci sputavano addosso, in faccia, sul collo, sul seno; ridevano mentre brucavano i nostri corpi nudi con i manganelli. Ridevano.
Un sottoufficiale chiamò per la visita. Le visite ci terrorizzavano più di ogni altra cosa. Il camice bianco dei dottori e degli infermieri era ingannevole. Non era il nero delle uniformi SS, ma dietro quel candore si nascondeva l’orrore, la cieca follia. Nude, infreddolite, schiacciate nelle nostre misere spalle, aspettavamo. Alcune furono scartate per delle insignificanti chiazze sulla pelle, nei, pustole, brufoli. Altre perché avevano le gambe storte o semplicemente perché erano strabiche. Le ragazze più carine, soprattutto quelle come noi, arrivate da poco e non ancora rovinate dalle condizioni estreme del lager, finivano nei bordelli. Anche le ragazze-divertimento dei bordelli suscitavano l’invidia di quelle che lavoravano pesante. Le “bamboline” ricevevano spesso regali, molto utili lì dentro: calzini, guanti, mantelline. Roba da niente, cose per lo più vecchie e mezze lacere, ma erano oro colato per chi non si poteva permettere nulla. Le bamboline  a volte morivano per i maltrattamenti, le sevizie. Nessuno dava niente per niente. La bellezza poteva essere un’ulteriore maledizione là dentro. I regali costavano cari.
Alle sei del pomeriggio di quel giorno, il giorno della visita, avrei desiderato morire. Nel revier, l’infermeria, eravamo rimaste solo noi. Ci avevano lasciate per ultime. Dieci ragazze. Non andavamo a lavorare ai capannoni industriali, non ci toccava prostituirci nei bordelli, non ci facevano tornare alle nostre occupazioni, non ci avevano uccise. Un ufficiale medico ordinò alle SS che ci sorvegliavano di portargli due Krouki nella baracca posta dietro l’infermeria. La baracca era segnalata con la sigla NN. Nessuna di noi immaginava, neanche lontanamente, gli orrori che si celavano dietro quella scritta. NN, Nacht und Nebel: Notte e Nebbia. Là dentro i zelanti medici nazisti eseguivano esperimenti sulle fratture ossee. I medici frantumavano a colpi di martello le ossa delle gambe delle internate per poi ricomporne i frammenti. Una realtà spaventosa, raccapricciante. La ragazza entrata prima di me cacciò un urlo disumano, straziante. Si ribellò, iniziò a dimenarsi e tentò di divincolarsi. Due SS le furono subito addosso e la picchiarono selvaggiamente. Il medico intimò loro di farla sparire. Fu gassata l’indomani mattina. Toccava a me. Avrei potuto urlare anch’io, ribellarmi, insultarli magari. Non lo feci. Avevo razionalizzato: ero una Krouki, una cavia umana. Ma potevo vivere, forse. Di Lina, così si chiamava la ragazza che aveva tentato di reagire, non se ne è saputo più nulla. Dal momento in cui mise piede nel lager, e soprattutto dopo essere entrata nella baracca NN, le sue tracce sono andate disperse. Chi oltrepassava la soglia di quella baracca diventava invisibile, del suo destino nessuno doveva sapere più nulla.  Di lei, è rimasta solo la sua vita antecedente quel giorno a Milano. Lina, inghiottita dalla Notte e dalla Nebbia. Il medico fece cenno di avvicinarmi. I miei passi erano impercettibili, felpati, come quelli di un gatto. L’uomo in camice bianco non aveva in mano il martello ma un tubetto di medicinale sul quale potevo scorgere una “B”. In piedi davanti a lui quasi non respiravo. Si fece scivolare sulla mano alcune compresse. Me ne diede una e mi disse di ingoiarla. Esitai, guardando con diffidenza la compressa che avevo in mano. Il medico mi rivolse uno sguardo di fuoco. Le due SS che erano appena dietro di me battevano il manganello sulle mani. Era inutile prendere tempo: dovevo mandare giù quella compressa. Ancora una volta pensavo che mi fosse toccata una sorte migliore delle altre, ancora una volta mi sbagliavo. Fu somministrata una compressa a ciascuna ragazza rimasta nella baracca NN. Appena finito il medico ordinò alle SS di ricondurci alle nostre baracche. Non ebbi modo di appoggiarmi alla branda, un dolore lancinante, incredibile mi prese l’addome. Ero piegata in due, non riuscivo nemmeno a gridare, il fiato mi si strozzava in gola. Così pure le due ragazze che come me avevano ingollato la compressa. Sudavamo freddo, mentre le altre non capivano il perché del nostro stato. Pian piano il dolore acutissimo lasciò il posto ad un intenso bruciore di stomaco. Avvertimmo un prurito alla pancia, mentre un sapore acido e dolciastro ci saliva in bocca. “Cosa vi hanno fatto” disse Emma, la più anziana della baracca. Ma noi non potevamo parlare, non ne eravamo capaci. E poi, tutte ricordavamo il monito del medico: chi avesse parlato delle cose che accadevano alla baracca NN sarebbe stato eliminato, se scoperto. “Qualcosa debbono pur avervi fatto” continuava Emma. Silenzio. Un mortale, innaturale silenzio. Le nostre pene andavano rispettate, fu questo una sorta di messaggio implicito che tutte le altre della baracca recepirono. Il mattino seguente notammo delle macchie rosse e delle piccole abrasioni su più parti del corpo. Fummo prese dal terrore. Ricordavamo bene che per delle cose così ti mandavano a morire. Abbiamo fatto di tutto per coprire quei segni, ma fu inutile. Una dottoressa SS comparve all’improvviso scortata da dieci guardie armate fino ai denti. “È una cosa che non deve riguardarvi” ci urlò contro “fate finta di niente”. Si riferiva a quei segni, che evidentemente erano le conseguenze di quel medicinale. Noi non aspettavamo altro, di far finta di niente. La dottoressa versò nelle caldaie dove preparavano la nostra schifosissima zuppa un prodotto chimico. Sul contenitore notai la stessa “B” del tubetto che avevo visto nella baracca NN. Una volta mangiata la zuppa abbiamo capito che era davvero lo stesso prodotto. Ci aveva causato uguali sintomi di malessere. Avremmo presto scoperto cos’era quel medicinale, serviva a sterilizzarci. L’orrore non aveva fine.
Ogni volta che pensavamo di non poter provare niente di più atroce, l’atrocità superava se stessa. Periodicamente, all’inizio di rado, poi sempre più di frequente, c’erano gli appelli per le visite. E c’erano donne che dovevano morire: malate, stremate, anziane, pazze e soprattutto ebree. Di tutte queste, erano quelle con problemi mentali che mi facevano più pena. Le pazze venivano denudate e chiuse in una piccola stanza, il numero viola dipinto sulla schiena. Tante donne e ragazze innocenti, ridotte a numeri color viola, morivano nella piccola camera a gas predisposta in una baracca degli attrezzi. La baracca aveva un’apertura nel tetto dalla quale immettevano il Cyclon B, un gas velenosissimo.
Istericamente, risi. Pensai che tutte le sigle che cominciavano per “B” erano legate alla morte. Molte di noi morirono in quel modo, oppure morirono di stenti, o fucilate, bastonate, picchiate a mani nude, impiccate. Altre morirono di fame o per gli esperimenti criminali di medici fanatici.
Il tempo passava, ma io non me ne accorgevo. Nel lager il tempo non aveva senso.
Ma qualcosa stava cambiando. Le guardie da qualche giorno erano più nervose e distratte. Iniziava a girare voce che la fine della guerra era vicina e che la Germania avrebbe perso. La cosa andò avanti così per due settimane, finché una mattina, alle prime luci dell’alba, le SS decisero di mettersi in marcia verso nord-ovest. Le donne che ne avevano la forza sarebbero state costrette a camminare. Quelle che invece non ce la facevano, perché come me erano in pessime condizioni di salute, rimasero nel campo. Le SS abbandonarono l’idea di ammazzarci per non sprecare munizioni e tempo. I russi erano vicini i nazisti avevano fretta di sbaraccare. Il 30 Aprile del 1945 fummo liberate dall’Armata Rossa. Eravamo circa tremila, tutte stremate, molte in fin di vita. Molte morirono alcune settimane dopo la Liberazione. Altre, come me, si portarono dietro i segni fisici e mentali della vita nel lager. Di quelle costrette a fare la “marcia della morte”, non abbiamo saputo più niente. Fu un’altra crudeltà, forse l’ultima, dei nazisti: costringere a marciare fino allo sfinimento, senza una meta, le deportate. Io le sento vicine, come solo chi ha provato quell’orrore può sentirle vicino. Non ricordo il nome di tutte, ma di molte ricordo i volti, le voci. Vi abbraccio tutte, vi stringo forte a me. Vi voglio bene, e sempre ve ne vorrò.
1984. Mia figlia Rosa sta ascoltando Forever young degli “Alphaville”, una band tedesca. È bastato un niente per farmi rivivere una vita. I ricordi si accavallano, senza rispettare il tempo, la logica. Appaiono confusi, poi chiari, poi si confondono di nuovo. Un flusso di memoria, infinito, mi sommerge togliendomi il respiro. Un vortice di emozioni, odori, suoni, immagini. Germania. Sono stata a Berlino con mio marito l’anno scorso. Ci siamo fermati proprio sotto la Porta di Brandeburgo. È lì che la celebrazione della follia nazista ha conosciuto l’apice e la fine. Piansi. Finalmente piansi. L’uomo dimentica presto. Forse per non impazzire. Io volevo dimenticare. Per tanto tempo l’ho voluto, cercato, implorato. Un oblio consolatore, oppure solo un modo come un altro per resistere, per rimanere in vita. Per rifarmi un vita, se mai possibile, dopo quell’orrore. Ma come si può dimenticare? Come…
Il miracolo della nascita. Sarebbe bastata un’altra volta, forse, un’altra volta prendere quel maledetto medicinale e non avrei più potuto avere figli. Mi monta la rabbia, una rabbia atroce. Questa volta sì, sono stata fortunata. Molte altre no. Centinaia, migliaia di donne, no. L’orrore è troppo grande per spiegarlo agli uomini. Senti che l’odio vuole appropriarsi di te, l’odio vuole la sua parte. È talmente facile odiare quando hai provato il male supremo. Eppure non odio, non posso odiare. Ancora una volta ho meraviglia della mia forza d’animo. Guardo negli occhi mia figlia e mi rivedo, adolescente. Prima, durante, dopo la prigionia. Non posso dimenticare, non voglio dimenticare. Nonostante tutto, nonostante l’orrore, ho conservato la mia dignità. Non voglio dimenticare, ma ricordare tutto e trarne forza. Si può. Posso farlo. Devo farlo. Voglio farlo. Per mia figlia, per me, per chi non c’è più. Ma non devo rimanere sola nel mio ricordo. La memoria, sì, la memoria di tutti. Non lasciatemi sola nel mio ricordo. Non dimenticate, vi prego. Non dimenticate.
Mia figlia ascolta lo stereo a volume troppo alto, glielo dico sempre.
“Il paradiso può aspettare, noi stiamo solo guardando il cielo, sperando il meglio ma aspettando il peggio, farai scoppiare la bomba o no?”
di Gianluca Conte
Il treno si fermò in una stazione desolata. Non potevo vedere fuori, il vagone-merci era di privo aperture, ma l’avevo capito perché c’era un profondo silenzio. Il tanfo del piscio e delle feci era ancora sopportabile, e questo significava che non eravamo neanche a metà del tragitto. Ci si abituava a tutto, anche ad essere stipati come animali, o cose. Ammucchiati, congestionati, sporchi. Ma eravamo vivi, se vita poteva chiamarsi quella. Io allora ero una bambina minuta, se mi rannicchiavo, potevo ficcarmi ovunque. Il peggio era per i grandi che, schiacciati come sardine, soffrivano l’angustia di quei vagoni. Uomini e donne, giovani e vecchi, sani e malati, benestanti e poveri. Ebrei, però. Solo la dimensione fisica contava adesso. Adesso eravamo soltanto dei corpi, dei pezzi di carne e nulla più. Le nostre identità, l’avrei presto provato sulla pelle, sarebbero state cancellate. Il treno era immobile, di ghiaccio. Quando l’aria diventava irrespirabile e la tosse veniva a graffiare le gole, lì dentro diventava un formicaio di infezioni. I treni-merci trasportavano gli ebrei, gli zingari e gli oppositori del regime che venivano rastrellati ovunque. In Germania questo avveniva già da un pezzo, ma qui in Italia, una cosa del genere non era mai capitata. Mia madre, mi fece cenno di non addormentarmi, che era troppo freddo. Dovevo stare sveglia, avrei dormito una volta a destinazione. In fondo, loro, avevano bisogno di noi, di braccia da lavoro. Nei campi, si andava a lavorare. Che male c’era? Con la povertà che mordeva, era una fortuna, dicevano. Dicevano pure che occorreva passare una visita medica, che solo quelli di sana e robusta costituzione potevano andare a lavorare; degli altri, nessuno sapeva. “Sara” mi richiamava la mamma “sveglia, mi raccomando”. I miei occhi volevano chiudersi, ma dovevo resistere, dovevo tenerli aperti. Non andavo più a scuola da tre mesi, ormai. Da tre mesi ci sbattevamo da una parte all’altra dell’Italia. Roma, Firenze, Milano, la campagna lombarda. Bisognava nascondersi, fuggire come animali braccati. Non dovevano trovarci. Ma ci trovarono. Era buio quella sera. Nello scantinato della casa non era rimasto niente da mangiare. Faceva freddo, sempre freddo. Mortara d’inverno era gelida. Renato Giglio e sua moglie Margherita ci tenevano in casa loro a rischio della vita. Da due giorni eravamo digiuni. Mia madre disse che se non mettevamo qualcosa sotto i denti avremmo fatto la fine dei topi in gabbia. Ma era pericoloso, troppo pericoloso. E i morsi della fame cominciavano a farsi sentire, impietosamente. I Giglio non avevano più nulla nella dispensa, ci avevano pensato i fascisti a ripulire tutto: “Non volete contribuire al sostentamento del valoroso movimento? O dobbiamo pensare che state con i partigiani?”. Renato avrebbe voluto mollargli un pugno sul grugno, ma aveva due figlie. Bisognava pensare a loro. “Margherita” disse mia madre “andiamo noi che siam donne, ci lasciano stare vedrai”. Renato impallidì. Poi si portò l’indice alla tempia come per dire “Siete impazzite?”. Non voleva, il rischio era altissimo.
“La situazione non cambierà” riprese mia madre. “Non possiamo aspettare un miracolo.. dobbiamo uscire e trovare qualcosa da mangiare”. Uscirono. Per fortuna i fasci non trovarono il nascondiglio dei soldi, sotto la mangiatoia dei conigli. Credo che io, Renato e le figlie avevamo più paura di mia madre e Margherita. Il coraggio delle mamme. Pensai che una madre avrebbe dato la vita per i figli senza battere ciglio. Maria e Assunta Giglio ci seguirono sul treno per Ravensbrück. Non tornarono mai più. L’ultima volta che le ho viste abbiamo giocato a raccontarci fiabe. Io ne conoscevo tante. Loro ne sapevano solo tre: Cenerentola, Il brutto anatroccolo e Rosaspina. Erano dolci Maria e Assunta, due bambine. L’orrore che ci aspettava nel campo di sterminio le annientò di schianto. Troppo tenere, creature troppo buone per sopportare il regime disumano del lager. I miei dodici anni non mi erano mai pesati tanto quanto quella sera. Una pattuglia tedesca aveva scoperto mia madre e Margherita, ma non le aveva bloccate subito. Le seguirono, fino a casa di Renato Giglio. Ci scovarono tutti tra grasse risate. “Juden Raus”. L’avrei sentita fino alla nausea quell’esclamazione. Una SS ci disse di seguirli. Al minimo segno di ribellione o anche solo di disappunto ci avrebbero sparato. “Peccato che siete ebree” disse uno di loro rivolgendosi alle ragazze e ficcando la canna della mitraglietta sotto il mento di Assunta, la più piccola. Renato non ci vide più, si scagliò sulla SS e cercò di afferrargli l’arma. Quello però fu più veloce e gli esplose contro una raffica di colpi. Renato cadde a terra in una pozza di sangue. “Dreckiger Jude!” imprecò la SS. Poi si voltò verso di noi che eravamo ammutolite e disse: “Ecco cosa vi aspetta”. Maria e Assunta non riuscivano quasi a respirare. Credo non realizzassero nemmeno di trovarsi lì in quel momento. Ma non ci fu il tempo di pensare. La SS che aveva massacrato Renato ci intimò nuovamente di seguirli: “Wandern, forsch!”. Alla stazione di Milano c’era l’inferno. Un numero impressionante di uomini, cose, mezzi. Il fumo dei treni, il via vai pazzesco dei militari, le urla dei deportati, i gemiti dei bambini piccoli. Spari. Legnate. Pugni. Calci. Tutto era consentito, tutto era proibito: dipende da che parte stavi. Io avevo ancora negli occhi Renato, riverso nel suo stesso sangue. Ma ora c’erano questi altri poveracci: morti, feriti, picchiati, morenti, febbricitanti. Renato era ieri, questi erano l’oggi. Tutti, tutti partivamo al nord, dove si parlava tedesco. Varcata la frontiera i nostri destini si sarebbero risolti nel nulla. Non saremmo più stati esseri umani, ma semplici numeri, sigle tatuate, marchiate sulla pelle. Per sempre. A cosa serviva il nostro pianto? L’acciaio non conosce il dolore. Gli uomini superiori, i puri, gli ariani, avevano un’altra morale. Anzi, erano superiori alla morale stessa. Erano al di là del bene e del male. Cos’ero io, piccola ragazzina ebrea? Che valore poteva avere la mia vita? Fummo spinti sul treno a forza di percosse. Non era necessario, non c’era bisogno di tutta quella violenza. Saremmo comunque saliti su quel treno, nessuno poteva opporsi al proprio destino. Ma la violenza, la cieca brutalità, la crudeltà gratuita, facevano parte dello stesso destino. È questo che mi fa più rabbia ora, l’essere stati privati di ogni diritto, della minima umanità. Le botte, i maltrattamenti, gli stenti, o ti abbruttivano, tirando fuori la bestialità più ottusa che uno covava dentro, oppure ti annientavano, ti facevano sentire sconfitta, rassegnata. Una cosa più grande di noi, una cosa troppo grande per immaginarla con la mente di una bambina. Io, solo dodici anni. Sul treno c’è silenzio. Fuori c’è silenzio. Sembrano secoli che Renato è morto, che ci hanno trovati e messi su questo vagone. Ma era solo ieri. Binario 21. Non lo dimenticherò mai.
Gramzow. Si chiamava così la stazione silenziosa prima di Ravensbrück, quella in cui vidi mia madre per l’ultima volta. In quello scalo ferroviario dalla quiete irreale facevano lo smistamento. A Ravensbrück ci andavano solo le donne. In un locale a due passi dalla biglietteria i tedeschi avevano allestito un’infermeria. Dovevamo scendere. Era lì che eseguivano la prima visita medica. Avrei imparato a caro prezzo cosa significava “visita medica”: vita o morte. Ci divisero. Mia madre tentò di tenermi stretta a sé, ma una SS la colpì in pieno volto col calcio del fucile. “Non aver paura”. Furono le ultime parole che mi disse la mamma con le labbra sanguinanti. Alcune donne cercarono di aiutarla a rialzarsi ma la SS che l’aveva colpita e un’altra sopraggiunta proprio in quel momento picchiarono anche loro. Poi, un ufficiale chiamò i soldati. Mia madre era ancora a terra.
Passarono diverse ore prima che il graduato nazista riapparisse. L’ufficiale e le SS confabulavano. Il tenente Heynrich, così si chiamava l’ufficiale, aveva in mano un foglio. Una lista. Chi doveva morire subito e chi si sarebbe consumato in un campo di concentramento. Mia madre, l’avrei saputo anni dopo, fu giudicata “inabile al lavoro”, il che equivaleva ad una condanna a morte. Forse a causa del suo fisico minuto, forse perché aveva tentato di abbracciarmi. La portarono via insieme ad altre centocinquanta persone. Come può una madre lasciare sola sua figlia? Come può? I suoi capelli, il suo viso, le sue mani su di me. Nulla era più di tutto questo. “Non aver paura”. Il treno partì, sordo al dolore. Strideva, sfiatava, ondeggiava sui binari della follia.
Ravensbrück: un inferno mascherato da zoo. C’erano aiuole piene di fiori, c’erano animali: scimmie, pavoni, un pappagallo. Stranite, camminavamo lungo questo improbabile campo. Attraversammo un prato verde. Al di là del prato, coperto da grandi pini, il centro del lager, teatro degli orrori, ben occultato, lontano dagli occhi di possibili visitatori. Poi, quasi irraggiungibile, il muro di recinzione, su cui passava l’alta tensione.
Appena arrivate le guardie ci dissero subito che lì dentro non eravamo più nessuno: non avevamo più alcun diritto. Eravamo spoglie, indifese, umiliate. Chiunque avesse violato il regolamento avrebbe implorato di morire. Ora sapevo che la morte non era la cosa più brutta che può capitare. L’appello durò quattro ore. Dovevamo stare in piedi, senza azzardare la minima replica. Alcune, sfinite per il lungo ed estenuante tragitto, si accasciarono a terra.  Furono prese a bastonate. Due morirono per la violenza dei colpi, le altre, con uno sforzo sovrumano, si rimisero in piedi. Una SS, come se niente fosse accaduto, lesse ad alta voce i punti del regolamento che dovevamo ficcarci in testa all’istante: “Chi assumeva un contegno ironico nei riguardi delle SS; chi volontariamente ometteva il saluto e chi rifiutava di sottomettersi alla disciplina; chi assaliva una guardia, chi rifiutava di lavorare; chi fomentava la rivolta; chi abbandonava una colonna o si allontanava da un luogo di lavoro; chi durante le attività scriveva, discuteva, o faceva qualsiasi cosa che non fosse prevista dal regolamento, era passibile delle più feroci punizioni, fino alla morte”.
La fredda voce della SS non lasciava nessuna speranza. Fummo portate in un baraccone. Qui subimmo forse la più pesante delle umiliazioni: la rasatura. Provammo un infinito ribrezzo a vedere le nostre teste che pian piano diventavano tonde, lucide. I capelli cascavano lentamente ai nostri piedi ciocca a ciocca, inesorabilmente, sotto i colpi della tosatrice, metallici e gelidi. La macchinetta emetteva un rumore sinistro, agghiacciante, che ancora oggi certe notti credo di sentire quando c’è tanto silenzio. I capelli che cadevano apparivano quasi  metafore delle nostre vite, che poco a poco si spegnevano. Ma non era finita, il peggio doveva ancora arrivare. Ci rasarono anche nelle parti intime. I rasoi usati erano vecchi e avevano lame poco affilate, alcune mezzo arrugginite. È impossibile raccontare il senso di repulsione, di disgusto che si prova quando la propria intimità viene oltraggiata, derisa, violata. Ci marchiarono il braccio sinistro, indelebilmente. Ecco, adesso avevamo veramente cessato di esistere come donne, come esseri umani, per divenire quel segno sul braccio. Non – esseri senza alcun diritto.
Le nostre vite erano scandite dalla sirena del campo. A quel suono inumano dovevamo scattare. Veloci, mute. Le guardie ci urlavano contro di muoverci, ci insultavano, mentre i cani al guinzaglio latravano e ringhiavano. I nostri aguzzini li istigavano, si divertivano a terrorizzarci. Dovevamo metterci in fila e restare così per un’ora, due, tre. Fin quando le SS non dicevano che bastava. Allora ci incamminavamo verso i posti di lavoro.
Noi italiane siamo state le ultime ad arrivare al campo. All’inizio le detenute di altre nazionalità ci discriminarono. Era il prezzo da pagare come alleati e complici dei nazisti. Ma non era solo questo. Noi non parlavamo il tedesco e il polacco, le lingue del lager, e le altre, lì dentro, non conoscevano l’italiano. Nessuna ci avrebbe detto delle minacce che costantemente avremmo sentito addosso, di come evitarle o aggirarle. Avere amici nel campo equivaleva ad avere un appiglio cui aggrapparsi, una speranza di sopravvivenza. Tutte, indistintamente, soffrivamo in quel macello. Soffrivamo per la confusione, l’afflizione di sentirsi esseri subumani, oggetti nelle mani dei nazisti. Ma per noi, italiane, ree di connivenza coi tedeschi, c’era una pena in più: la vergogna del fascismo. Pochissimi a Ravensbrück e nei dintorni erano a conoscenza del rivolgimento della guerra, del passaggio dell’Italia dalla parte degli alleati. Nel lager le notizie non arrivavano, non potevano arrivare. L’astio nei nostri confronti durò poco. Là dentro o ci si aiutava tutte, o non tiravi avanti. Imparammo presto a intenderci a memoria, a difenderci, a farla in barba alle guardie, ad evitare di venir massacrate. La ripugnanza verso i nazisti e il desiderio di farcela fu il collante che tenne insieme noi internate. L’azione disumanizzante che i nazisti perpetravano su di noi, diretta, costante, maligna, ma che alle volte cercava di insinuarsi subdolamente nella testa, logorandoti, stava trovando un’avversaria potente: la voglia di libertà e di riscatto, nonostante tutto. Avevamo sviluppato una forza che non sapevamo di avere. E questo è difficile da capire, perché non passava giorno in cui non subivamo angherie, soprusi, violenze. Lo stesso cammino, uguale per tutte: fame, sfinimento fisico, morte. Non ci lasciammo andare alla voglia d’abbandono.
Nel campo si lavorava in turni di dodici ore, giorno e notte. Bisognava caricare pesi assurdi: legna, ferro, acciaio, pietre. Alle SS non importava se eri una bambina, bastava essere giovani e robuste. Io avevo quasi tredici anni, ma ero esile, minuta. Mi risparmiarono unicamente perché sapevo cucire e tagliare la stoffa. Fui impiegata in sartoria. Occorrevano sempre nuove uniformi per l’esercito tedesco. Le altre mi ritenevano fortunata e paracula a non dover sopportare i lavori estenuanti dei capannoni industriali, ed alcune erano invidiose. Me l’avevano fatto capire. Lo avvertivo nei loro sguardi, in certi loro commenti. Il lavoro durissimo, la mancanza di sonno, la malnutrizione, le pessime condizioni igieniche, il continuo terrore, distruggevano il fisico ma soprattutto la mente. Pian piano ti logoravano, ti uccidevano. Ecco scoppiare allora le piccole gelosie, le piccole meschinità. Nell’insopportabile tragedia umana che vivevamo, c’era anche questo. Potevo capirle, c’era da impazzire, più che per le SS, per le kapò, donne e ragazze come noi, detenute, internate. Nessun’altra ci disprezzava come loro. Nessun’altra ci odiava come loro. Forse perché in noi ritrovavano se stesse, la condizione infima, il peggio del peggio. Una lotta tra disperati. I simili si odiano a vicenda. Invece no. Quelle così erano solo tre in tutto il campo. Tra noi altre eravamo solidali, ci aiutavamo. E ci volevamo bene, ne ero sicura. Forse proprio in quell’inferno abbiamo iniziato ad intuire il senso della parola “democrazia”.
Alcune mi invidiavano, ma non c’era molto da invidiarmi. Avrei pagato un prezzo altissimo per questa mia situazione privilegiata.
Quel giorno dovevano pulirci. La disinfestazione: ci veniva passato dappertutto uno straccio intriso di petrolio. Era una mattinata gelida, e noi in fila, immobili, tremanti come foglie. Le SS godevano nell’umiliarci. Ridevano mentre ci guardavano come si guardano animali impotenti, con gli occhi colmi di disprezzo; ridevano mentre ci sputavano addosso, in faccia, sul collo, sul seno; ridevano mentre brucavano i nostri corpi nudi con i manganelli. Ridevano.
Un sottoufficiale chiamò per la visita. Le visite ci terrorizzavano più di ogni altra cosa. Il camice bianco dei dottori e degli infermieri era ingannevole. Non era il nero delle uniformi SS, ma dietro quel candore si nascondeva l’orrore, la cieca follia. Nude, infreddolite, schiacciate nelle nostre misere spalle, aspettavamo. Alcune furono scartate per delle insignificanti chiazze sulla pelle, nei, pustole, brufoli. Altre perché avevano le gambe storte o semplicemente perché erano strabiche. Le ragazze più carine, soprattutto quelle come noi, arrivate da poco e non ancora rovinate dalle condizioni estreme del lager, finivano nei bordelli. Anche le ragazze-divertimento dei bordelli suscitavano l’invidia di quelle che lavoravano pesante. Le “bamboline” ricevevano spesso regali, molto utili lì dentro: calzini, guanti, mantelline. Roba da niente, cose per lo più vecchie e mezze lacere, ma erano oro colato per chi non si poteva permettere nulla. Le bamboline  a volte morivano per i maltrattamenti, le sevizie. Nessuno dava niente per niente. La bellezza poteva essere un’ulteriore maledizione là dentro. I regali costavano cari.
Alle sei del pomeriggio di quel giorno, il giorno della visita, avrei desiderato morire. Nel revier, l’infermeria, eravamo rimaste solo noi. Ci avevano lasciate per ultime. Dieci ragazze. Non andavamo a lavorare ai capannoni industriali, non ci toccava prostituirci nei bordelli, non ci facevano tornare alle nostre occupazioni, non ci avevano uccise. Un ufficiale medico ordinò alle SS che ci sorvegliavano di portargli due Krouki nella baracca posta dietro l’infermeria. La baracca era segnalata con la sigla NN. Nessuna di noi immaginava, neanche lontanamente, gli orrori che si celavano dietro quella scritta. NN, Nacht und Nebel: Notte e Nebbia. Là dentro i zelanti medici nazisti eseguivano esperimenti sulle fratture ossee. I medici frantumavano a colpi di martello le ossa delle gambe delle internate per poi ricomporne i frammenti. Una realtà spaventosa, raccapricciante. La ragazza entrata prima di me cacciò un urlo disumano, straziante. Si ribellò, iniziò a dimenarsi e tentò di divincolarsi. Due SS le furono subito addosso e la picchiarono selvaggiamente. Il medico intimò loro di farla sparire. Fu gassata l’indomani mattina. Toccava a me. Avrei potuto urlare anch’io, ribellarmi, insultarli magari. Non lo feci. Avevo razionalizzato: ero una Krouki, una cavia umana. Ma potevo vivere, forse. Di Lina, così si chiamava la ragazza che aveva tentato di reagire, non se ne è saputo più nulla. Dal momento in cui mise piede nel lager, e soprattutto dopo essere entrata nella baracca NN, le sue tracce sono andate disperse. Chi oltrepassava la soglia di quella baracca diventava invisibile, del suo destino nessuno doveva sapere più nulla.  Di lei, è rimasta solo la sua vita antecedente quel giorno a Milano. Lina, inghiottita dalla Notte e dalla Nebbia. Il medico fece cenno di avvicinarmi. I miei passi erano impercettibili, felpati, come quelli di un gatto. L’uomo in camice bianco non aveva in mano il martello ma un tubetto di medicinale sul quale potevo scorgere una “B”. In piedi davanti a lui quasi non respiravo. Si fece scivolare sulla mano alcune compresse. Me ne diede una e mi disse di ingoiarla. Esitai, guardando con diffidenza la compressa che avevo in mano. Il medico mi rivolse uno sguardo di fuoco. Le due SS che erano appena dietro di me battevano il manganello sulle mani. Era inutile prendere tempo: dovevo mandare giù quella compressa. Ancora una volta pensavo che mi fosse toccata una sorte migliore delle altre, ancora una volta mi sbagliavo. Fu somministrata una compressa a ciascuna ragazza rimasta nella baracca NN. Appena finito il medico ordinò alle SS di ricondurci alle nostre baracche. Non ebbi modo di appoggiarmi alla branda, un dolore lancinante, incredibile mi prese l’addome. Ero piegata in due, non riuscivo nemmeno a gridare, il fiato mi si strozzava in gola. Così pure le due ragazze che come me avevano ingollato la compressa. Sudavamo freddo, mentre le altre non capivano il perché del nostro stato. Pian piano il dolore acutissimo lasciò il posto ad un intenso bruciore di stomaco. Avvertimmo un prurito alla pancia, mentre un sapore acido e dolciastro ci saliva in bocca. “Cosa vi hanno fatto” disse Emma, la più anziana della baracca. Ma noi non potevamo parlare, non ne eravamo capaci. E poi, tutte ricordavamo il monito del medico: chi avesse parlato delle cose che accadevano alla baracca NN sarebbe stato eliminato, se scoperto. “Qualcosa debbono pur avervi fatto” continuava Emma. Silenzio. Un mortale, innaturale silenzio. Le nostre pene andavano rispettate, fu questo una sorta di messaggio implicito che tutte le altre della baracca recepirono. Il mattino seguente notammo delle macchie rosse e delle piccole abrasioni su più parti del corpo. Fummo prese dal terrore. Ricordavamo bene che per delle cose così ti mandavano a morire. Abbiamo fatto di tutto per coprire quei segni, ma fu inutile. Una dottoressa SS comparve all’improvviso scortata da dieci guardie armate fino ai denti. “È una cosa che non deve riguardarvi” ci urlò contro “fate finta di niente”. Si riferiva a quei segni, che evidentemente erano le conseguenze di quel medicinale. Noi non aspettavamo altro, di far finta di niente. La dottoressa versò nelle caldaie dove preparavano la nostra schifosissima zuppa un prodotto chimico. Sul contenitore notai la stessa “B” del tubetto che avevo visto nella baracca NN. Una volta mangiata la zuppa abbiamo capito che era davvero lo stesso prodotto. Ci aveva causato uguali sintomi di malessere. Avremmo presto scoperto cos’era quel medicinale, serviva a sterilizzarci. L’orrore non aveva fine.
Ogni volta che pensavamo di non poter provare niente di più atroce, l’atrocità superava se stessa. Periodicamente, all’inizio di rado, poi sempre più di frequente, c’erano gli appelli per le visite. E c’erano donne che dovevano morire: malate, stremate, anziane, pazze e soprattutto ebree. Di tutte queste, erano quelle con problemi mentali che mi facevano più pena. Le pazze venivano denudate e chiuse in una piccola stanza, il numero viola dipinto sulla schiena. Tante donne e ragazze innocenti, ridotte a numeri color viola, morivano nella piccola camera a gas predisposta in una baracca degli attrezzi. La baracca aveva un’apertura nel tetto dalla quale immettevano il Cyclon B, un gas velenosissimo.
Istericamente, risi. Pensai che tutte le sigle che cominciavano per “B” erano legate alla morte. Molte di noi morirono in quel modo, oppure morirono di stenti, o fucilate, bastonate, picchiate a mani nude, impiccate. Altre morirono di fame o per gli esperimenti criminali di medici fanatici.
Il tempo passava, ma io non me ne accorgevo. Nel lager il tempo non aveva senso.
Ma qualcosa stava cambiando. Le guardie da qualche giorno erano più nervose e distratte. Iniziava a girare voce che la fine della guerra era vicina e che la Germania avrebbe perso. La cosa andò avanti così per due settimane, finché una mattina, alle prime luci dell’alba, le SS decisero di mettersi in marcia verso nord-ovest. Le donne che ne avevano la forza sarebbero state costrette a camminare. Quelle che invece non ce la facevano, perché come me erano in pessime condizioni di salute, rimasero nel campo. Le SS abbandonarono l’idea di ammazzarci per non sprecare munizioni e tempo. I russi erano vicini i nazisti avevano fretta di sbaraccare. Il 30 Aprile del 1945 fummo liberate dall’Armata Rossa. Eravamo circa tremila, tutte stremate, molte in fin di vita. Molte morirono alcune settimane dopo la Liberazione. Altre, come me, si portarono dietro i segni fisici e mentali della vita nel lager. Di quelle costrette a fare la “marcia della morte”, non abbiamo saputo più niente. Fu un’altra crudeltà, forse l’ultima, dei nazisti: costringere a marciare fino allo sfinimento, senza una meta, le deportate. Io le sento vicine, come solo chi ha provato quell’orrore può sentirle vicino. Non ricordo il nome di tutte, ma di molte ricordo i volti, le voci. Vi abbraccio tutte, vi stringo forte a me. Vi voglio bene, e sempre ve ne vorrò.
1984. Mia figlia Rosa sta ascoltando Forever young degli “Alphaville”, una band tedesca. È bastato un niente per farmi rivivere una vita. I ricordi si accavallano, senza rispettare il tempo, la logica. Appaiono confusi, poi chiari, poi si confondono di nuovo. Un flusso di memoria, infinito, mi sommerge togliendomi il respiro. Un vortice di emozioni, odori, suoni, immagini. Germania. Sono stata a Berlino con mio marito l’anno scorso. Ci siamo fermati proprio sotto la Porta di Brandeburgo. È lì che la celebrazione della follia nazista ha conosciuto l’apice e la fine. Piansi. Finalmente piansi. L’uomo dimentica presto. Forse per non impazzire. Io volevo dimenticare. Per tanto tempo l’ho voluto, cercato, implorato. Un oblio consolatore, oppure solo un modo come un altro per resistere, per rimanere in vita. Per rifarmi un vita, se mai possibile, dopo quell’orrore. Ma come si può dimenticare? Come…
Il miracolo della nascita. Sarebbe bastata un’altra volta, forse, un’altra volta prendere quel maledetto medicinale e non avrei più potuto avere figli. Mi monta la rabbia, una rabbia atroce. Questa volta sì, sono stata fortunata. Molte altre no. Centinaia, migliaia di donne, no. L’orrore è troppo grande per spiegarlo agli uomini. Senti che l’odio vuole appropriarsi di te, l’odio vuole la sua parte. È talmente facile odiare quando hai provato il male supremo. Eppure non odio, non posso odiare. Ancora una volta ho meraviglia della mia forza d’animo. Guardo negli occhi mia figlia e mi rivedo, adolescente. Prima, durante, dopo la prigionia. Non posso dimenticare, non voglio dimenticare. Nonostante tutto, nonostante l’orrore, ho conservato la mia dignità. Non voglio dimenticare, ma ricordare tutto e trarne forza. Si può. Posso farlo. Devo farlo. Voglio farlo. Per mia figlia, per me, per chi non c’è più. Ma non devo rimanere sola nel mio ricordo. La memoria, sì, la memoria di tutti. Non lasciatemi sola nel mio ricordo. Non dimenticate, vi prego. Non dimenticate.
Mia figlia ascolta lo stereo a volume troppo alto, glielo dico sempre.
“Il paradiso può aspettare, noi stiamo solo guardando il cielo, sperando il meglio ma aspettando il peggio, farai scoppiare la bomba o no?”


L'ORA CHE NON VIENE di Gianluca Conte, Pubblicato in PAESAGGI LETTERARI - Antologia di racconti, Historica Edizioni, 2011. 
Il racconto è presente anche sul portale di informazione Otranto Oggi: www.otrantooggi.it