giovedì 24 marzo 2016

PASSIONE di Luisa Ruggio

Care amiche, cari amici, sono felicissimo di ospitare su Linea Carsica le meravigliose parole di Luisa Ruggio. Passione, uno scritto denso di suggestioni, sospeso tra Spazio, Tempo ed Essere.
 

PASSIONE di Luisa Ruggio

Una notte argentea di marzo.
Una notte di marzo in un avamposto periferico. Non è manco un paese.
Semmai è una striscia gialla di gramigna, un’orchestra di salici accordati dal grecale, un gruppo di villini e roseti, qualche calla, una scuola ricavata da una casa col giardino che si arrampica sulle finestre e gli scalini, un campetto di calcio che ritorna palude appena piove, la merceria coi bottoni di madreperla, il fornaio a credito, il teatrino di un oratorio assediato da sciami di ragazze che sono diventate madri troppo presto.
Cos’altro?
Una notte di trent’anni fa. E io mi trovo nel corteo di cinque o sei persone – incluso il prete, un attore di fila mancato, con la sua palandrana ricamata col filo d’oro, la voce impostata – che seguono la processione del Venerdì Santo.
Mia madre mi ha dato uno smozzico di candela cui badare, mi si scioglie sulle dita mentre la scruto dal basso. Sto nell’andatura del suo fianco. Vedo i suoi lineamenti scolpiti dalla piccola luce della fiammella che ripara con una mano.
Anni dopo mi sembrerà di riconoscere questo momento, in un quadro di Georges de La Tour. L’educazione della Vergine.
La sua lunga treccia oscilla, è il pendolo dei giorni, delle stagioni. Non c’è un altro orologio da controllare, soltanto quel neroblu.
Mi chiedo perché gli altri bambini non hanno avuto il permesso di restare svegli stanotte e spio di continuo la luna – che non è ancora piena – per vedere se succede qualcosa durante ciò che ci hanno insegnato essere la Passione.
Di certo, senza l’intercessione di mia madre, sarei in camera mia con una zuppa di latte e un libro illustrato.
Mio padre si è opposto con forza alla teatralità della sua fede. Non vede l’ora di portarci via da qui, in città, dove certe cose non succedono e i bambini piccoli sbadigliano a messa soltanto la domenica. Da grande incontrerò altri uomini decisi a portarmi in qualche città, e la città sarà sempre più grande e astratta, senza terra intorno, senza gramigna, quindi per me inutile e lontana da ciò che desidero davvero.
Sì, “Questo rito funereo,” lo innervosisce, me lo vieta senza spiegazioni. Perché lui non prega un Dio, lui è un dio, il mio – strafottente e bugiardo. Un dio in cui nessuno crede, eccetto me.
Sa benissimo che la Via Crucis è solo la scusa per non andare a dormire, conosce il mio interesse piuttosto ossessivo per quanto avviene di notte. Sa che cerco di capire come funziona, mi sbilancio. Salto il sonno, fingo.
Sa che quando li credo addormentati sguscio nel giardino a guardare certi fiori fucsia che col buio serrano le corolle.
Mia madre ha messo un cuscino di traverso nel mio letto, un fantoccio che devo sembrare io, ben coperto. Mi ha fatto uscire dalla finestra – “Scccccc!” – come una principessa in fuga.
Sono attonita, euforica. Perché lei è in tutto e per tutto come immagino doveva essere il giorno in cui scappò a concepirmi, una selvaggia. Gli occhi obliqui, un po’ indiani, disegnati con il kohl, da malandrina, da fata.
Il prete cammina scalzo davanti a noi, in preda a un’esagerazione profonda. Appena un assaggio di quel che vedrò molti anni dopo, a Gallipoli, dove gli uomini delle confraternite si incappucciano e scortano le statue della Processione dei Misteri nel nodo di vicoli dalle pareti marine, tra gli sputi dello Jonio che spinge contro i bastioni.
Ma quella notte c’è solo un sentore di incenso, di cera, una mescolanza di borotalco e fiori. La bruma di mia madre.
Il corteo dei sei – il prete, il chierichetto, la signora Assunta della merceria (che ha perso un figlio in circostanze misteriose di cui non si deve parlare, maisiasignore!, ma di cui tutti sanno), Tonino lo scemo che cantilena il dialetto del No – “Noneeee noneeeeeee!“, mia madre ed io – gira intorno al grappolo di case basse vegliate dai gatti che ci fissano stupefatti.
Quando passiamo davanti casa nostra, vedo che la luce dello studiolo è ancora accesa. Quello è segno che forse mio padre è ispirato e sta dipingendo una matrona gigantesca, nuda e liscia come un’ostrica.
Tanto lui lo sa che quel fantoccio nel letto non sono io.
“Passione!” esclama ridacchiando quando rientriamo cercando di non far rumore, con le candele ancora accese, come due cretine, “Passione!”. Mia madre non trattiene la risata.
Sì, lui lo sa.
Come io so delle cose, a Gallipoli, trent’anni dopo, mentre ripenso alla sua bara deposta nella terra, quando la policromia delle statue portate a spalla esplode nel crepuscolo.
Una granata invisibile si sgancia nella rapa del mio cuore, con le radici imbevute del sangue di una guerra segreta, ininfluente per il resto del mondo, tra me e me che da poco ho conquistato un armistizio.
Quando qualcosa mi respira nel petto, un amore che è peggio della trozzula, un cingolo che porta in sé la forma di un’assenza, non la croce di un falegname sciamano, non la fede nei ritorni, ma il sorriso di mio padre che sale dalla schiuma della spiaggia della Purità, la sua foschia perduta, la sua Passione in un letto d’ospedale, che un giorno ha reso lui piccolo – un fantoccio, una controfigura – e me grande. Di colpo.
Così mi spiego tutto, la massima perfezione dei cuori cesellati dentro corone di spine, mi spiego quelle madonne vestite di scuro, la gente che spinge al di là delle transenne per guardare in faccia i propri minuscoli addii. I Re di carne che abbiamo amato, uomini comuni, poveri cristi, la loro vitalità passata come i pescherecci che svoltano l’angolo al tramonto.
Una notte di trent’anni dopo – quanti battesimi e funerali, quanta felicità e disperazione, quante città senza terra – mi stacco dal gruppo dei fotografi e dei giornalisti che ogni aprile tornano a raccontare la processione.
Mi sfilo le scarpe dai talloni, resto scalza, affondo i calcagni nella sabbia.
Cammino incontro al mare, in riva alla mia esagerazione profonda, una dolcezza liquida, timida. “Passione!”, penso. Nooone, nooneee. Passione.



Luisa Ruggio (1978), giornalista e scrittrice, ha pubblicato con Besa Controluce: "Afra" (2006), "La nuca" (2008), "Senza Storie" (2010, Menzione Speciale Premio Bodini), "Teresa Manara" (2014), "Notturno" (2015). Suoi articoli e racconti sono apparsi su riviste e antologie.  

giovedì 17 marzo 2016

BEATI I PURI di Luciano Pagano (Musicaos Editore) alla Libreria Mondadori di Lecce

Venerdì 18 Marzo 2016, alle ore 18.30, presso la Libreria Mondadori di Lecce (Piazza Sant’Oronzo) si terrà la presentazione del nuovo romanzo di Luciano Pagano, “Beati i puri”, edito nella collana Narrativa, di Musicaos Editore.

Lo scrittore Gianluca Conte dialogherà con l’autore.

Luciano Pagano è autore di due romanzi, “Re Kappa” (2007, Besa Editrice) e “È tutto normale” (2010, Lupo Editore).

“Beati i puri”, ambientato tra Lecce e Roma, racconta la storia di Andrea e Maria Bellomo, fratello e sorella, uniti da un legame fortissimo, che affonda le radici in un passato difficile. Antonella, la madre, li ha cresciuti da sola. Andrea vive a Lecce, dove è attore e regista di una piccola compagnia di teatro, la “PPP”. Maria vive a Roma, ed è una delle promesse più interessanti nel panorama italiano del cinema e della televisione. Fin dove può spingersi l’amore di un fratello per una sorella, e quello di una madre per i propri figli? Cosa accadrà quando Andrea, stanco della vita di provincia, raggiungerà sua sorella a Roma?
“Beati I puri” è il terzo romanzo scritto da Luciano Pagano. Nel 2010, nel suo romanzo “È tutto normale”, l’autore aveva raccontato la storia di una coppia di uomini che crescevano un figlio, tra gli anni settanta e i giorni nostri, con uno sguardo inedito sulla tematica delle unioni civili e dell’adozione di figli da parte di genitori dello stesso sesso. In questo romanzo si torna a parlare di famiglia, e del fortissimo legame che c’è tra i suoi componenti, in un intreccio che travalica lo spazio e il tempo, il sogno e la realtà, riportando alla luce drammi sopiti, “mischiando memoria e desiderio”, crescita, ambizione, violenza, sullo sfondo del mondo del teatro e del cinema, nel quale si muovono le aspirazioni di Andrea e Maria.
LucianoPagano-Foto-di-Giancarlo-Greco 
Luciano Pagano è nato nel 1975 a Novara, dove ha vissuto con la sua famiglia fino al 1989, anno in cui si è trasferito nel Salento, dove vive attualmente. Ha pubblicato due romanzi, “Re Kappa” (2007, Besa Editrice), “È tutto normale” (2010, Lupo Editore). È stato tra i vincitori, nel 2008, del premio Subway Letteratura e del premio Creative Commons in Noir, indetto da Stampa Alternativa. Dal 2004 dirige il sito Musicaos.it, e, dall’inizio del 2015, la casa editrice Musicaos Editore.

Musicaos Editore. La casa editrice ha pubblicato, dal 2015 a oggi, 40 titoli. Le opere di Musicaos Editore sono distribuite in tutte le librerie, sul territorio nazionale, e in tutti gli store digitali, in formato cartaceo e ebook. Catalogo: http://www.musicaos.org/catalogo

Già nel 2008 lo scrittore Giuseppe Genna ha definito Musicaos.it come “Uno degli snodi fondamentali della blogosfera letteraria che ha retto al crollo della medesima”. La rivista online diretta fin dal gennaio 2004 da Luciano Pagano è stata ospite nel volume “Best Off” (il meglio delle riviste di letteratura online curato da Mario Desiati) dell’editore Minimum Fax, nel 2007. Di recente il poeta e critico Enzo Mansueto, sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno, ha definito Musicaos come “una delle esperienze culturali online più significative dell’ultima stagione della letteratura pugliese”.

Foto: Giancarlo Greco

In copertina: “Girl with dove”, Margarita Nizharadze
Progetto grafico Bookground

Ingresso Libero

martedì 15 marzo 2016

FILOSOFIA, POESIA E VERO


FILOSOFIA, POESIA E VERO. INTERVENTO DI GIANLUCA CONTE PER “ITINERARI METACREATIVI”

L’oggetto della ricerca filosofica è il Vero. Esistono argomentazioni filosofiche in risposta ai numerosi interrogativi che l’essere umano, in quanto pensante e senziente, si pone costantemente: “Com’è costituito l’universo? Siamo le uniche creature viventi oppure vi sono altre forme di vita? L’universo è un Cosmos ordinato e in continua evoluzione o un Chaos primitivo e nemico? Il nostro Esserci ha un senso oppure è il risultato di una originaria casualità?”. Queste sono soltanto alcune delle arcinote domande che accompagnano l’uomo fin dalle origini del pensiero filosofico. L’“amore della sapienza”, da cui scaturiscono l’impegno e la dedizione dei tanti adepti al supremo legame tra philêin e sophía, ha originato, nel corso dei secoli, a partire dai primi “fisici” fino ai nostri giorni, una costante forma di inadeguatezza, di inattualità del filosofo rispetto al tempo e allo spazio del suo vissuto individuale e sociale; cosa, tra l’altro, sorprendentemente ripresa da Nietzsche in un’epoca che egli riteneva governata dalla décadence del modello di pensiero e dell’uomo europeo. D’altronde, un pensatore unico come Pitagora si definì “amante del sapere” e non “sapiente”, attributo, quest’ultimo, che spettava soltanto agli dei, esseri immortali e onniscienti. Esisteva dunque, in germe, l’idea che il raggiungimento del Vero, inteso come infallibilità della conoscenza, fosse inarrivabile e che l’unica cosa certa, come Socrate si preoccupò di rilevare, fosse il “saper di non sapere” che caratterizzava la condizione umana e che pur costituiva una forma di sapienza e, in alcuni casi, di saggezza. Ma superando le facili suggestioni socratiche, che peraltro, è bene ricordarlo, seguivano la strada del bíos, del modo di vivere dell’uomo come forma di indagine e perseguimento dei valori etici ed estetici dell’esistenza, il pensiero filosofico si è spinto verso una volontà di superamento della riduzione della ricerca del Vero entro i limiti del mondo finito/fisico. Così, tà metà tà phisiká (al di là dell’accidentalità della nascita dell’espressione) si ponevano le basi per l’edificazione del Soggetto come elemento centrale del Cosmos, un universo ordinato secondo leggi da scoprire ed eventualmente assoggettare (F. Bacon). Stiamo parlando, dunque, di metafisica, della “filosofia prima” che ha come oggetto di studio “l’essere in quanto essere” e, peculiarmente, gli enti situati al di là del mondo sensibile, che mancano di materia. Il Soggetto, dunque, dovrebbe cercare di appropriarsi della cultura e del sapere, o almeno di alcune parti minute dello scibile, dimenticando il proprio limite maggiore, ovvero il fatto di essere “finito”; in altri termini, confinando nell’oblio ciò che Heidegger aveva individuato con la Geworfenheit, l’“essere gettato”. Identificare la certezza della coscienza con la verità, dunque, equivale ad oltraggiare il vezzo nietzschiano che aveva voluto contrassegnare la prima come “la voce del gregge in noi”. Tuttavia, se il soggetto filosofico che intraprende il cammino della ricerca del Vero servendosi della ragione corre il rischio di divenire sub-jectum, ovvero un elemento del Cosmos “assoggettato” ad alcuni ineliminabili problemi della conoscenza, il soggetto poetico possiede il Vero “per intuizione”, nell’immediatezza di una conoscenza che non necessita di alcun medium, se non dell’universo/multiverso mente-corpo del poeta. Filosofia e Poesia intersecano il Vero, a volte divergendo profondamente, a volte incrociando i rispettivi sentieri. Se Omero, Esiodo, Apuleio, Ovidio, Dante, Rilke («È un dei nostri? No, dai due regni / dilatò ampia la sua natura. / Più esperto inarchi i rami del salice / chi le radici ne ha conosciute» Sonetti ad Orfeo, I.6), Yeats, Calderón de la Barca, Blake, Campana, Borges – solo per fare qualche esempio – hanno indubbiamente superato il confine dell’umana finitezza, giungendo a toccare non solo altre dimensioni spazio-temporali ma anche nuove forme di gnosi poetica, non possiamo che ammettere la possibilità reale, concreta, della Poesia di riuscire dove la pratica della ragione ha fallito: giungere al Vero per analogia di essenti, per empatica osmosi di sostanza, attributo e accidente, accogliendo il prelogico (che non significa eliminare il Logos ma intuirlo, modificandone la portata conoscitiva), mettendo alla porta significante e significato, operando un’azione di pura Poiesis, di estatica manualità del verso. Il Poeta è, al pari dell’asceta e del mistico, un “filosofo del sovrasensibile”, capace sia di eludere la sorveglianza del materialismo di matrice ontologica e spingersi verso trasfigurazioni deittiche che incontrano la metacreatività del verbum, sia di codificare proto-poeticamente l’“armonia dei contrari” tematizzata da Eraclito, e ripresa in seguito dai pitagorici. Il Fuoco/Logos della Poesia e il panta rhei eracliteo si attraversano nelle complesse strutturazioni dell’ente-uomo e dell’ente-parola, componendo una miriade di reticolati poietici che tratteggiano l’armonia del Cosmos o il disordine del Chaos. La vita contemplativa suggerita dai pitagorici, che conduce al grado supremo di conoscenza, è la via della contemplazione della verità e, nel caso del sentire e della ricerca poetici, della considerazione del profondo rapporto verbum-veritas, nonché della relazione tra uomo e verità. Tuttavia, la parola è verità soltanto in rapporto con l’Essere, così come sembra suggerire Heidegger, insistendo sul senso originario del termine greco alētheia, ovvero “non-nascondimento”: essa si rivela nella manifestazione dell’Essere. Infine, l’identità della parola con l’autentica rivelazione dell’Essere, attraverso il verso poetico, rappresenta il congiungimento di un numero indefinito e incommensurabile di enti-parole-essenti, di cui l’uomo sembra essere l’estensione-intensione universale.

Fonte: itinerarimetacreativi.wordpress.com

sabato 5 marzo 2016

IL PROFUMO DELLE ROSE INGLESI di Anna Scarsella (Musicaos Editore) alla Libreria Pensa - "L'Altro Spazio", Lecce

Lunedì 7 Marzo 2016, nei locali della LIBRERIA PENSA “L’Altro spazio” alle ore 18.30, si terrà una nuova presentazione del romanzo di Anna Scarsella, “Il profumo delle rose inglesi” edito da Musicaos Editore. Luciano Pagano dialogherà con l’autrice.

Così lo scrittore Livio Romano, a proposito del romanzo, che prende spunto da luoghi del Salento innestandovi elementi forte suspense:
“Chi è questa nuova investigatrice, a quale genere di viaggiatori all’interno del torbido inferno delle passioni umane appartiene la psicanalista Elise? È una donna affascinante e indipendente eppure così magnificamente femminile ed esposta agli smarrimenti d’ogni essere umano anche laddove ardisca a dipanare il ginepraio di bugie, oblii, verità traballanti dentro al quale suo malgrado s’è imbattuta. Ha tutte le caratteristiche, Elise, insomma, perché i lettori se ne innamorino, ne fantastichino le fattezze, se la figurino all’azione in quello strenuo sforzo di dominare il personale timor panico e di lacerare la cortina di mistero che ha improvvisamente avvolto le sue giornate. In questo noir scritto con piglio sicuro e controllato. Anna Scarsella ci sorprende per la ricchezza e la varietà della folla, cospirante e insieme disperatamente bisognosa di aiuto, la quale nugola attorno all’irresistibile protagonista. Tratteggiati con sapiente sottrazione, e proprio per questo assai vividi, agiscono inoltre i due uomini più importanti di Elise, uno molto vicino alla Nostra e l’altro, il dispensatore del profumo balsamico del titolo del romanzo, posto in una lontananza catartica. È facile già presagire la psicanalista e i suoi due angeli custodi alle prese con un nuovo sapido intrigo da sgarbugliare nella città immaginaria di Malecuti.”

Anna Scarsella, vive e lavora come insegnante di storia e filosofia in un liceo di Lecce, città nella quale è nata. È appassionata di storia contemporanea e psicologia. Ha tradotto e pubblicato per la casa editrice Milella di Lecce un saggio del filosofo scozzese Lord Kames dal titolo “Discorso Preliminare sull’Origine degli Uomini e delle Lingue”. “Il profumo delle rose inglesi” è il suo primo romanzo.

Info: http://www.musicaos.org
info@musicaos.it
 
LIBRERIA PENSA “L’altro spazio”: 0832099335 – spazio@libreriapensa.it

giovedì 3 marzo 2016

LAPIDARIUM di Flaminia Cruciani (puntoacapo Editrice)





Lapidarium di Flaminia Cruciani (puntoacapo Editrice)







La semplicità è difficile.



p. 8





A quale Oriente dovrò domandare una tregua?
A quale asse di terra potrò domandare una

tregua? Una tregua che limiti il senso del nulla.

Io che ho braccia di polvere.



p.36







«La realtà è un’allucinazione condivisa» (p.7). Potrebbe bastare questo fulminante incipit, questa brevissima e temibile isagoge, per costruire un intero edificio filosofico-letterario su Lapidarium di Flaminia Cruciani, puntoacapo Editrice, 2015. Sospeso tra lo status dell’aforisma e quello della prosa poetica, il libello della Cruciani affonda stilettate di sana e corrosiva ironia nel ventre molle dell’uomo d’oggi, coadiuvato da un’attenta analisi/sintesi di questa nostra contingente condizione antropica, pregna di un fiacco, invertebrato individualismo sociale. Se per un pensatore imprescindibile come Schopenhauer il mondo non era nient’altro che una rappresentazione e il noumeno kantiano, la “cosa in sé”, diventava l’inconsapevole, eterna, unica e cieca volontà di vivere, avvolgendo di un pessimismo pressoché irriducibile l’umana stirpe in saecula saeculorum, l’“allucinazione condivisa” della Cruciani cerca di squarciare la grande illusione, l’infinito, sterminato velo di Maya rappresentato dal nostro sonno della ragione. Le parole-rasoi cruciane sembrano indicare un sentiero di liberazione dalle convenzioni, dai convincimenti comuni e allineati, infine dal non-pensiero post industriale e post boom economico, che ci vorrebbe omologati, seriali: «Con quelli che si sentono sbagliati voglio stare, bere, mangiare con loro» (p.9). Così, se le vie della salvezza schopenhaueriane erano l’arte, la morale e l’ascesi, l’autrice sembra suggerire una via forse più facile da individuare ma molto difficile da percorrere, quella del risveglio, soprattutto in senso intellettuale: «Lasciami far parte delle disubbidienze, delle cose fatte per voglia fuori dai cordami, delle amate trasgressioni. Attesa, come una stella cadente» (p.13). Ed è proprio in quelle “cose fatte per voglia fuori dai cordami” che ha sede, a nostro avviso, l’issue del frangente temporale odierno, in cui la stragrande maggioranza dei pensieri e delle azioni è eterodiretta o quantomeno condizionata. Già Marcuse, molti anni orsono, metteva in guardia dai bisogni indotti e ingannatori, creati a tavolino al solo scopo di schiavizzare l’uomo, di renderlo succube di quel superfluo che per Pasolini rendeva superflua la vita. Prima di loro Marx aveva individuato, sulla scia di Feuerbach, il processo di alienazione – l’estraniarsi della coscienza e dell’uomo da sé – e la dipendenza dell’individuo da quell’aura di misticismo che circondava gli oggetti, i prodotti (feticismo delle merci): cose che l’uomo pur producendo febbrilmente, in realtà non possedeva. Il medium cruciano, lo psicopompo che funge da soggetto/oggetto di una trasmigrazione dalla reificazione dell’umano alla Poesia, dal torpore al risveglio, è la parola, entità generante, donatrice di vita e, per certi versi, preziosa panacea: «Le parole curano, sono miracolose, creano» (p. 10). Ma in un mondo doppio, equivoco, dove lo spettro dell’apparenza è sempre in agguato, anche le parole possono rivelarsi bugiarde «A volte le parole suonano vuote come monete false» (p. 20). È questo il contrasto dell’ambivalenza insito in ogni essere, in ogni organismo, anche nella più elementare particella dell’universo. Tuttavia, nonostante la causticità e le bordate impietose indirizzate ai tanti buffoni di corte, l’autrice non declina il suo sentire nella mera invettiva ma, stigmatizzando l’unidimensionalità dell’individuo, sembra teorizzare una nuova Philía, riservata ai soggetti che si riconoscono nella differenza, nella lateralità: «Prendere una direzione significa guardare un punto immaginario in cui non arrivare mai» (p. 14); «Se ci mettiamo in ascolto l’invisibile ha molte cose da dirci» (p. 17) e ancora: «La vita ricomincia da capo in ogni istante» (p. 43). Le parole della Cruciani, dense di suggestioni psico-foniche, appaiono verba dai richiami rizomatici, che a tratti ci ricordano il tentativo di rovesciamento dell’espressione dicotomica universale dell’“Io-Altro” deleuziano, compongono uno zodiaco di segni topici, di parole solide: làpis è, ad un tempo, pietra e matrice del segno e, in quanto tale, dinamicamente dura. Lapidarium è un vortice poetico, una spirale di “stelle danzanti” che sembra opporsi a tutto ciò che Nietzsche apostrofava come décadent, come l’immobilismo e il fatalismo dell’uomo contemporaneo: «Le cose accadono se noi le strappiamo al destino» (p. 48). 

Gianluca Conte



Flaminia Cruciani

Nata a Roma nel 1971, si ė laureata in Archeologia e storia dell'arte del Vicino Oriente antico, presso Sapienza Università di Roma sotto la guida del Prof. Matthiae. Ha poi conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Archeologia Orientale nella stessa università per poi perfezionare i suoi studi con un Master di II livello in “Architettura per l'Archeologia - Archeologia per l'Architettura” per la valorizzazione del patrimonio culturale. Per lunghi anni ha partecipato alle annuali campagne di scavo in Siria, in qualità di membro della "Missione archeologica italiana a Ebla". Ha poi conseguito una seconda laurea in “Storia dell’arte”. Presso la stessa università tiene annualmente corsi sul rapporto tra l'iconografia e il testo nella tradizione mesopotamica. Si è specializzata inoltre in Discipline Analogiche, attraverso lo studio dell’Ipnosi Dinamica, della Comunicazione Analogica non Verbale e della Filosofia Analogica, conseguendo il titolo di Analogista, una professione di aiuto per la lettura e la decodifica delle dinamiche emozionali profonde. Da diversi anni è operatore certificato di Psych-K. Ha inoltre inventato il “Noli me tangere®”, uno strumento fondato sul potere evocativo delle immagini in grado di favorire il processo di individuazione della persona. Nel 2008 ha pubblicato Sorso di Notte Potabile, ed. LietoColle. Del 2008 è Dentro, Edizioni Pulcinoelefante. Nel 2013 ha pubblicato Frammenti, Edizioni Pulcinoelefante. Nel 2015 ha pubblicato Lapidarium, ed. Puntoacapo, con la prefazione di Tomaso Kemeny. Di prossima pubblicazione, per i tipi di Campanotto Editore, è “Semiotica del male”. Suoi testi letterari sono presenti in numerose antologie, fra cui la recente 42 voci per la pace, ed. Nomos. È stata selezionata fra i giovani poeti italiani contemporanei per il Bombardeo de Poemas sobre Milán, opera del collettivo cileno Casagrande. Ha aderito al movimento mitomodernista, è tra i fondatori e gli ideatori del Grand Tour Poetico e della Freccia della Poesia.



















mercoledì 2 marzo 2016

STORIA DI RAIDHA E LA CHIESETTA di Antonella Screti (Musicaos Editore) alla Libreria Mondadori di Lecce

Giovedì 3 Marzo 2016 alle ore 18.30, a Lecce, presso i locali della Libreria Mondadori (Piazza Sant’Oronzo), si terrà la presentazione di “Storia di Raidha e la chiesetta”, di Antonella Screti edito da Musicaos Editore. L’autrice dialogherà con l’editore, Luciano Pagano.

“Del resto, alla fine dei conti, la destinazione dei racconti e dei misteri, se sono buoni, non è quella di essere spiegati, ma di salvarci” (Ignazio Licata, fisico)

La “Storia di Raidha e la chiesetta” ci ricorda che il mondo in cui viviamo non è fatto solo di materia e che esistono diversi mondi invisibili ai nostri occhi e agli altri nostri sensi, oggettivamente limitati. Sono mondi pregni di presenze, inclusa la nostra, in cui gli accadimenti e le tracce di ciò che resta hanno regole proprie, che è saggio conoscere per ricordarne l’esistenza e le relative manifestazioni. Questo racconto invita il lettore a riscoprire l’unità tra corpo e spirito, in quella zona di equilibrio in cui si manifestano le forze della natura. Danza, gesto, musica, pittura, sono linguaggi che ci aiutano ad avvicinare l’inavvicinabile, tentare di esprimere l’ineffabile e, nello stesso tempo, intraprendere un cammino di conoscenza. È così che in un percorso dall’ombra alla luce, riaffiora una vicenda del passato, la voce dell’autrice diviene “Maga’, “Mescia’, e ci consegna un quadro di speranza, ambientato in un Salento che diventa luogo privilegiato per la riscoperta del sé. Le illustrazioni del testo sono realizzate dall’artista Patrizia Elia.

Antonella Screti
Psicopedagogista, Counselor transpersonale di biotransenergetica.
Dal 1993 opera nei settori della prevenzione sociale, della comunicazione, del benessere e cura della persona e delle comunità. Si è formata in psicologia della scrittura; sociologia qualitativa; danza-musico terapia salentina. È terapista Reiki sistema USUI.
Predilige l’utilizzo di tecniche per l’integrazione psicocorporea coniugando l’esperienza professionale di tipo socio-psico-pedagogico con l’attenzione delicata e profonda verso gli ancestrali e originari mondi naturale e spirituale.

“Storia di Raidha e la chiesetta”, Antonella Screti, Musicaos Editore Pagine 100, ISBN 9788899315269, Illustrazioni di Patrizia Elia

Info: www.musicaos.it
info@musicaos.it