venerdì 31 agosto 2012

Il lombrico


Due estremità che s’avvicinano. Le une contro le altre. Flessione. Terra umida, ricca d’essenze primordiali. Foglie. Strisce sul terreno brulicante di vite, piccole e decise. Sotto, più giù, lui guarda di sottecchi. Ti vede, ti parla forse. Forse racconta storie mai sentite. Calmo, deciso. Va per la sua strada, avanti, non si ferma. Un cammino elastico di tempo. Seppure striscia, seppure lento, è inesorabile. E quando affonda, rende fertile il terreno. I confini puntuti, il roseo molle ventre, gli anelli che spingono a concepire esistenze al di là del vuoto che ci assale. E' tutto in ordine nel terreno. Un ordine che non è grigia abitudine, non è cieca ripetizione. Tutto segue un corso nuovo, un nuovo modo di sentire addosso i profumi e gli umori delle terre, dei solchi, delle acque. E' il cammino la più bella parte della terra.

giovedì 30 agosto 2012

Il poeta del sabato e altre aberrazioni


Il poeta del sabato è colui che non ha tempo. Colui che lavora dal lunedì al venerdì, simile a un manager milanese stressato-depresso. Il poeta del sabato è un automa mancato, ma non bisogna inveire contro di lui, perché siamo un po’ tutti poeti del sabato. Viviamo per inerzia il nostro quotidiano, salvo poi ricordarci che necessitiamo di qualcos’altro che non sia soltanto fisiologico. Tutti lavorano da pazzi (chi ha un lavoro, ovviamente!), tutti corrono verso un delirio di automaticità (su questo si sono spesi fiumi d'inchiostro), di omologazione forzata o auto-imposta. Comprare è sinonimo di vivere al giorno d'oggi. Comprare e mostrare. Addirittura l'oggetto acquistato può essere la misura dell'affettività. Un padre che ami suo figlio gli compra una playstation se è piccolo un'auto se è grande. Un  amico che vada a fare visita ad un altro amico porterà in dono qualcosa come simbolo di quell'amicizia. Marito e moglie che si amino si scambieranno doni. E guai a contravvenire. Qualcuno potrebbe pensare di non essere abbastanza importante. Se io non ricevo un dono per te non conto nulla. Quante volte ho sentito dire la frase: "Ma guarda un po' quello... si è presentato a mani vuote". Alla faccia del valore intrinseco dell'amicizia o di qualsiasi altro rapporto. Bene, qui non si discute sulla bontà del regalare qualcosa a qualcuno. Un dono può essere un piacere, sia per chi lo fa che per chi lo riceve. Dirò una banalità galattica affermando che non si dovrebbe basare un rapporto sulla quantità di doni fatti e/o ricevuti, ma lo farò lo stesso. E fatemene dire un'altra di banalità: forse che donare un sorriso, un abbraccio, una carezza, il nostro tempo, non è più prezioso di qualsivoglia oggetto materiale?

mercoledì 29 agosto 2012

Movimenti ritmici di potenza (l'orrore vecchio e nuovo)


Una giunonica figura di suprema ritmica, superba in corpo e mente, a pugni chiusi scandisce i tempi di un Levante a volte funesto. Come guerra di sangue, colore, rosso su bianco, sode membra, rosee d’antica condizione superiore. Danza possente in delicate movenze di fuoco, fuoco denso che scioglie la cera e la cera calda cade sul ventre a incidere segni d’arcane suggestioni. Tutto questo è la danza preparatoria al conflitto, movimenti apocalittici che fanno tremare. Gli occhi dell'osservatore non possono lasciare i soggetti che la compongono. La pace è lontana da qui. La pace è un'utopia. Il male affascina e ripudiarlo costa caro, mentre vecchi e nuovi simboli sconfinano nell'orrore per colpa di pochi idioti che seducono le masse. Ma è nel tentativo che risiede la grandezza dell'umano. Il tentativo di non addomesticarsi all'idiozia di un male stupido.

martedì 28 agosto 2012

Trittico d'avanguardia


Pseudo-poiesis interminabile scelta tra le righe per ammassare parole insignificanti.

Cerchio rosso. Linee blu. Foglio bianco.

Il dinamismo di sciolti movimenti ferrosi, suonanti come vetri di bottiglie vuote. Forme circolari.

lunedì 27 agosto 2012

Il sogno ipotecabile


Oggi tutti parlano di arte e nessuno fa arte. Forse dovremmo dare più retta a chi ritiene che l’arte debba staccarsi dall’artista per essere qualcosa che esiste (se esiste) di per sé. L’arte in Italia va a rotoli, e la colpa non è sempre degli altri. Fuori dalle responsabilità istituzionali (che ci sono, per carità!), c’è  la colpevolezza delle nicchie. Sì, è il solito vecchio problema dell’elitarismo degli intellettuali. Partecipare oggi a un reading letterario è come auto-castrarsi: il genio di turno – con tutta una sua teoria dell’arte, della poesia, e della letteratura – si auto-celebra in performances del tutto autoreferenziali, supportato da (a)critici da strapazzo e organizzatori accondiscendenti; e sopportato (male!) da noi altri. Poi c’è il momento delle citazioni, ma attenzione: non evidenti, bensì appena accennate, così da creare il mistero. Ecco che, come al solito, Nietzsche viene tirato in ballo, proprio lui che non vorrebbe ballare. Un guazzabuglio di vecchiume mascherato da “arte senza tempo”. Ma d’altronde, cosa ci si può aspettare da gente che va in giro dicendo che la poesia si scrive solo per delirio ispirativo? Cosa possiamo condividere noi con dei tipi che hanno scritto un numero esorbitante di poesie perché “scrivere fa stare bene”? Ma non è finita qui: i politici sono colpevoli perché si sono arrogati il diritto di decidere sull’arte. Un diritto che non spetta a loro. Ergo, “se vogliono organizzare qualcosa da poeti (qualcosa da poeti??!!??) debbono rivolgersi ai poeti; se vogliono organizzare qualcosa da musicisti, debbono rivolgersi ai musicisti”. A nostra modesta opinione, l’arte muore nell’organizzazione istituzionalizzata. Poi c’è la distanza presa forzatamente dalle nuove tecnologie, rappresentate (come al solito.. e come se fossero solo questo!) dal computer e dal cellulare. Bene, ci verrebbe da pensare se questi signori del “comunicare come una volta” non usino il frigorifero, l’automobile e altre diavolerie post-moderne. Con questo non vogliamo dire che l’abuso (o meglio, il pervertimento nell’uso) di internet o della telefonia mobile non sia in qualche modo deprecabile, ma da qui a condannare in toto i nuovi (??) strumenti che la tecnologia ci offre, ce ne corre (o ce ne dovrebbe correre).