mercoledì 15 dicembre 2021

INTERVISTA ALLA POETESSA CLAUDIA DI PALMA


Care amiche e cari amici di Linea Carsica, di seguito vi proponiamo un'intervista alla poetessa Claudia Di Palma, una delle voci più interessanti della poesia contemporanea. Buona lettura.


Intervista a Claudia Di Palma

 

  1. La sua poesia, a nostro avviso, appare ieratica, votiva, a tratti spirituale, eppure è legata alla terra in maniera straordinaria. Può illuminarci rispetto a questa “armoniosa dicotomia” che percorre l’intera raccolta?

Come in alto, così in basso. Come in cielo così in terra. L’armoniosa dicotomia che percorre la raccolta è un tentativo di dire l’armonia contrastata che percorre l’uomo e l’universo. Ho accostato poesie fortemente spirituali e religiose a poesie ‘immonde’, poesie che invocano Dio e poesie che nominano i rifiuti, gli avanzi, i bidoni dell’immondizia. Mi sono chiesta qual è la differenza tra un oggetto buttato, abbandonato nella spazzatura, e un corpo abbandonato (e penso al grido del Cristo sulla croce, Elì, Elì, lemà sabactàni?). Ecco, forse siamo tutti corpi abbandonati… Dobbiamo accettare la nostra finitezza, la nostra caducità, per poter risorgere da questo abbandono. Dobbiamo vivere appieno il corpo, trovare qui dentro, nella materia, la forza spirituale.

 

  1. I versi di Atti di nascita hanno una forza penetrante come, del resto, anche quelli della precedente raccolta. Lei ha la capacità di mantenere costante il pathos, senza tentennamenti; tuttavia, proprio questa sicurezza lascia trasparire il tormento dell’anima, lo sfinimento di una ricerca a tratti mistica. In tal senso, sorge spontaneo chiedersi qual è il suo rapporto con la tradizione religiosa.

È un rapporto difficile, una relazione complicata, mai chiaramente definita. Sono sicuramente credente e penso di essere cristiana. Tuttavia, non sono una persona particolarmente religiosa e non frequento la Chiesa. Sono attratta da tutti i “folli di Dio”; penso che la follia dei mistici sia l’unico modo di avvicinarsi a questa entità paradossale, questo infinito, che io provo a percepire attraverso la scrittura. A volte sfioro l’eresia. In Altissima miseria scrivo che Dio è misero e perso (“Misero e perso Dio, ti accolgo, / ti restituisco il dono della creazione”); nell’ultima raccolta paragono la nascita all’Esodo, il grembo materno all’Egitto (“Nascere / è ancora una volta abbandonare l’Egitto”). E alla fine del libro scrivo che l’altrove è immondo, che sono gli scarti a porgere l’altra guancia e a perdonarci… (“Quando le cose perdono la loro identità / vengono qui, nel bidone dell’indifferenza. / Porgono l’altra guancia […] / e ci perdonano”).

 

  1. La poesia viene spesso indicata come l’unica arte capace di toccare la verità o perlomeno di “sentirla”. Qual è il suo pensiero in proposito?

Non penso che la poesia sia l’unica arte capace di toccare la verità. Se è possibile toccare la verità, allora tutta l’arte è capace di questo contatto. Forse, però, quello che cerca di fare la poesia (e qualsiasi altra forma d’arte) è toccare la vita, il sogno, non la verità.

 

  1. Leggendo Atti di nascita un’altra, fondamentale domanda, ci ha attanagliati: qual è il suo rapporto con il sacrificio?

Atti di nascita è un libro sull’abbandono: l’abbandono del Cristo sulla croce, che è il più grande sacrificio per i cristiani, l’abbandono e la separazione dei corpi, l’abbandono delle cose. Io penso che il sacrificio sia questo abbandono. Anche la scrittura è un sacrificio, un sacro abbandonarsi alle parole.

 

  1. In passato lei ha avuto diverse esperienze teatrali e tuttora è spesso impegnata in attività performative. Come vive tutto ciò rispetto alla poesia?  

Ho iniziato a scrivere poesie mentre lavoravo come attrice a teatro. Per me le due cose sono strettamente legate. La poesia, come il teatro, esiste quando c’è uno spettatore, qualcuno che guardi attentamente le parole. Leggere è questo, guardare. E le parole sono gesti attoriali, azioni, corpi che si muovono nello spazio della pagina.

Spesso scrivo ad alta voce, come fossi in scena, guardo negli occhi uno spettatore immaginario. Mi piace dire le parole, non soltanto scriverle. Le parole dette sono più belle delle parole scritte.




Claudia Di Palma, nata a Maglie nel 1985, vive e lavora a Lecce. Tra le sue esperienze più importanti si annovera la passione per il teatro. Ha collaborato con "Astragali Teatro" (2005) e "Asfalto Teatro" (2006/2012) e attualmente collabora con la compagnia teatrale "Suddarte". Nel 2016 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Altissima miseria (Musicaos Editore), ricevendo diversi premi e riconoscimenti (Vincitrice del Premio Nazionale di Poesia "Luciana Notari" nella sezione "Opera prima", Finalista Premio Gradiva-New York, Finalista Premio Internazionale di Letteratura "Città di Como", Attestato di Merito al Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini - Brunate, Vincitrice del Premio speciale del Presidente della Giuria del Concorso "Interferenze" indetto da "Bologna in Lettere", "Medaglia d'onore" al Premio  Internazionale di poesia "Don Luigi  Di Liegro"). Nel 2021 ha pubblicato la raccolta di poesie Atti di nascita (Minerva Edizioni). È presente nell'antologia poetica Il corpo, l'eros (Giuliano Ladolfi Editore, 2018), nell'Almanacco di poesia italiana Secolo Donna 2019 (Macabor Editore), in Maternità marina (Terra d'ulivi edizioni, 2020) e in diverse riviste, tra cui “Atelier”, “Gradiva”, “Le Voci della Luna”. Le sue poesie sono state tradotte in inglese e in spagnolo. Fa parte della piattaforma europea di poesia "Versopolis" e della redazione del lit-blog "Poeti Oggi".

 


giovedì 8 luglio 2021

IL CIELO DEGLI AZZURRI DESTINI di Marcello Buttazzo ( I Quaderni del Bardo)

 

 

 

 


Il cielo degli azzurri destini
di Marcello Buttazzo (I Quaderni del Bardo)

 

 

            «Rimembri,

madre,

il contegno

di chi ti indicò

un cammino praticabile.

Madre,

la tua lieve parola

è pane che nutre,

giorno che nasce di continuo,

la mia patria

d’eterna appartenenza»

(p.17)

 

 

 

 

Care amiche e cari amici di Linea Carsica, è con grande piacere che torniamo a parlare della poesia di Marcello Buttazzo. Lo facciamo in occasione dell’uscita della sua ultima raccolta, Il cielo degli azzurri destini, I Quaderni del Bardo, 2021. Si tratta di una pregevolissima prova, intrisa di alto lirismo e, a tratti, di un certo realismo magico che sembra riportare ciascun lettore a casa propria. Una casa di sogni, aspirazioni, constatazioni, amori, tribolazioni. Tra la sicurezza del puro amore (che per il poeta esiste oltre ogni ragionevole dubbio) e i tentennamenti della nostra fragilità umana, Buttazzo tesse le sue trame poetiche, aprendoci i cancelli dei giardini incantati dell’anima e del corpo: «Berrò / il sangue / di mille papaveri. / E il miele / dell’ape errante [...]» (p.24). L’impressione di trovarsi di fronte a uno dei pochi, eccelsi poeti lirici odierni – impressione peraltro corroborata dal pensiero di altri validi poeti contemporanei, tra cui Vito Antonio Conte – trova riscontro nella profondità di vedute e d’intenti del nostro, laddove riesce in pieno a rendere i legami tra terra e persone: «Terra rossa di sangue, / terra scorticata / dai venti di tramontane. / Terra / dei soli d’estate. / Questa è la tua terra, / madre fanciulla [...]» (p.16) e ancora: «E se calpesterò il tuo prato / giuro, lo farò / solo per sentire l’effluvio / delle tue viole» (p.28). Nell’immaginario lirico dell’autore vi sono alcuni elementi ricorrenti – la fanciullezza, i fiori, il cielo, il sole, il vento, la donna (madre o compagna) – che appaiono al contempo reali e trasfigurati, eterni fondamenti metafisici che accompagnano le giornate del poeta. Ma la sottile linea pulsante che sottende l’opera, nonché il mondo poetico di Buttazzo è l’amore, sublime gioia e perenne cruccio da cui non si può o non si vuole sfuggire «[...] Sempre ti cercherò / di là della notte inclemente. / E le stelle ferite, / ferite d’amore, / saranno puntini esplosi / di immenso biancore [...]» (p.30). L’amore sopra ogni cosa, dunque. L’amore che accarezza e che scuote, che coccola e che turba, l’amore che tiene vivi, vegeti, che ci fa essere sanguigni e pronti a tutto: «[...] Narrami storie / solo storie, / madre del giorno. / Storie d’amore / scritte con il sangue, / con tutto l’inchiostro / dell’anima» (pp.38-39).

Buttazzo è un poeta autentico, che ama gli universi lirici, la lingua e la scrittura, e di tutto ciò ha estrema cura. I suoi versi, mai banali, hanno una speciale musicalità, un ritmo suadente che si insinua nella mente e nel cuore del lettore. La ricercatezza dei lemmi è sapiente, atta a rendere semplice il difficile, l’inconsueto, l’inusuale. Tra le doti indiscusse del Buttazzo vi è la capacità dell’inclusione, dell’abbraccio profondo della poesia donato gratuitamente a chi legge. Ecco dunque che la parola buttazziana, anche quella colta, infrequente, si sposa perfettamente al nostro disegno di vita; in altri termini, riusciamo a comprendere l’incomprensibile, così, per intuizione, alla maniera prelogica dei bambini. Il poeta ci regala infiniti mondi – non solo quelli di bruniana memoria – fatti di luce e sorprendente vitalità: «[...] Ti aspetterò per strada / ancora una volta / per vedere sfavillare il sole, / il sole di notte [...]» (p.69) e ancora una volta: «[...]Tu fai fiorire / la primavera / e l’albero della vita / dà i suoi pomi d’oro [...]» (XXXII, p.75). La parola dell’autore è una carezza sul viso, dolce a sicura, è mano forte che accompagna sul sentiero dell’esistenza e lo fa, come ha ben visto Chiara Evangelista in una delle note introduttive alla silloge, con gentilezza. Ebbene, Marcello Buttazzo, che abbiamo la fortuna di conoscere personalmente, è persona gentile e premurosa, poeta profondo e fine intellettuale, che continua a donare ai lettori preziose gemme poetiche d’inestimabile valore.

 

Lettura fortemente consigliata. 

 

Info: https://iquadernidelbardoedizioniperamazon.blogspot.com/2021/01/il-cielo-degli-azzurri-destini-di.html

mercoledì 7 aprile 2021

DI ALBE E DI OCCASI di Grazia Procino (Macabor)


 

 

Di albe e di occasi di Grazia Procino (Macabor)

 

 

Verso sera mi esercito

a ricordare il succo della giornata,

cosa avrei potuto rispondere,

come avrei dovuto incrociare

nel momento opportuno il suo sguardo. [...].

 

(Esercizi di etica, p. 29)

 

 

 

 

A distanza di qualche mese dalla lettura di E sia, pregevolissima raccolta di cui ho scritto qui, torno a occuparmi, con molto piacere, della poesia di Grazia Procino, in occasione dell’uscita della sua ultima opera, Di albe e di occasi, Macabor, 2021. Questo lavoro appare il coronamento di un percorso lirico sospeso tra la necessità di cantare un Sud intimo (che delle volte sembra un alter ego dei suoi abitanti), terra di radici profonde, di suoni, odori e sapori intensi, a un tempo vessata e adorata da tanti, e la “denuncia” civile. D’altronde, se come affermava il grande Mario Luzi «la poesia è sempre civile», dobbiamo ammettere che il confine – se mai esiste – tra pubblico e privato è davvero labile. Così, dalla Raccoglitrice di pomodori in una campagna pugliese («E sia», p. 23) alla Poesia civile di quest’ultima silloge, si può scorgere un filo rosso che lega il cammino della poetessa nel segno dell’impegno politico, intendendo questo nella sua accezione originaria, potremmo dire, aristotelica, come parte essenziale della natura dell’essere umano: «Mi dico “la bellezza è quella che resiste”, / guardando questo Paese schiaffeggiato da violenze / impudiche. [...]» (p. 37). Resistenza poetica, dunque. Ci piace pensare che, sulla scia dell’insegnamento de l’Attimo fuggente, l’arcinoto film che ha segnato almeno due generazioni, in cui il professor Keaton incantava i suoi allievi dicendo che «noi non scriviamo poesia perché è carino, ma perché apparteniamo alla razza umana...», possiamo cogliere dei frutti preziosi dalla poesia dell’autrice gioiese che, in alcuni frangenti, sembra un grido che scuote, che invita al risveglio della coscienza civile, spesso assopita o colpevolmente complice: «Da colonia dorica a terra colonizzata / da potenti approfittatori / (uno Stato che ha preferito i soldi alla salute) / cielo a chiazze / polveri rosse sulle auto in corsa / lacrime di bimbi sui volti / che non diventeranno grandi. [...]». (Taranto, p. 43). Ritengo di non fare azzardo affermando che nella poesia della Procino si possa cogliere l’eco di Scotellaro, Buttitta, Dolci, Pasolini. Chi dedica la propria vita alla cultura – Grazia Procino lo fa ogni giorno insegnando al Liceo, avendo cura dei suoi ragazzi, e componendo le sue opere – non può che ringraziare di aver incrociato l’impegno civile, e prima ancora umano, della poetessa: «Qui, respiri di pietre ferite / visi arsi di lavoratori della terra, / braccia di ulivi che devoti pregano il cielo. [...] Qui, tuttavia, / dalle ferite germogliano sogni». (Qui, al Sud, p. 44). In Di albe e di occasi si respira un’aria di riscatto, dove la rassegnazione non è contemplata; leggendo questi versi si ha l’impressione che la cifra della poetessa sia un inno agli «uomini che cadono» di nietzschiana memoria, uomini che sanno rialzarsi, che sanno rendere vittoria ogni sconfitta. Ciò che desta stupore, poi, è la musicalità terragna degli intrecci verbali, dei lemmi, delle soluzioni liriche, che porta alla mente, oltre i succitati poeti, i canti contadini e operai, la Malarazza dell’anonimo siciliano giunta alla notorietà con l’interpretazione di Domenico Modugno, i Canti delle mondine, le ballate di Giovanna Marini, le poesie in musica di Claudio Lolli: «Il fico ha radici nel tufo / resiste alla siccità / succhia dalla pietra l’acqua residua. / La gente che resiste al Sud si dà vita rubando / l’ingegno degli avi contadini [...]». (Il mio Sud si tocca con gli occhi, p. 51). Non è un caso, difatti, che diverse liriche della sua precedente raccolta E sia, siano state musicate dal gruppo C.F.F. e il Nomade Venerabile, lavoro che è disponibile in CD. Infine, aggiungo che dopo la lettura de Di albe e di occasi, ci sentiamo più consapevoli, forti, vivi. E sentiamo di amare il nostro Sud come non mai, perché attraverso l’amore per la nostra terra amiamo gli altri, soprattutto chi è in difficoltà e, udite udite, amiamo perfino noi stessi. 

Info: http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/133-di-albe-e-di-occasi

 

giovedì 18 marzo 2021

IL FIUME. VOCI DIVERSE NELL'ONDA di Teresa Poggi Salani (Manni Editore)

 


 

 

Il fiume. Voci diverse nell’onda di Teresa Poggi Salani (Manni Editore)

 

 

La pianta

un giorno muore sul suo stelo

nel suo unico punto di vista,

noi dipanando affaticati un filo

di giri lunghi lunghi e brevi

andirivieni

dietro il complicato guinzaglio.

 

p.124.

 

 

 

 

 

Se l’universo poetico – o quello che molti credono tale – riserva spesso amare delusioni, alcune volte è foriero di opere alte e significative. Così è per Il fiume. Voci diverse nell’onda di Teresa Poggi Salani, Manni Editore, 2020. Si tratta di una raccolta scritta con un linguaggio diretto, senza fingimenti né artifizi letterari e, proprio per questo, aperta a una complessità lirica ed esistenziale che indaga l’umano a fondo: «Una vita o una morte / una cosa da cui non ti liberi più.» (p. 16). La poetessa ha il dono di leggere la natura duale della nostra humanitas e di scorgere ciò che vi è in essa di atavico e sacro: «Tutto è antico, come le pietre.» (p. 65). In questo percorso lirico, il turbamento, cifra tipica del nostro esistere   del nostro sempre “stare fuori da” – non può sfuggire allo sguardo attento dell’autrice: «Se la vita ha un senso è forse solo nel non senso / o catturare un frammento d’impossibile. / Si prova.» (p. 136). Ma chi se non il poeta può tentare di “catturare l’impossibile?”. Non è forse la poesia la chiave più sublime che apre il nostro universo esistenziale? Perché i poeti? Si chiede Heidegger in Sentieri interrotti. Una possibile risposta potrebbe risiedere nel fatto che i poeti – attraverso la loro eccelsa arte poetica – sono gli unici a poter penetrare il «senso del tutto», abbracciando, al contempo, il baratro e il cielo. E proprio Heidegger, nell’opera di cui si faceva cenno poc’anzi, cita un inno, rimasto incompleto, di Hölderlin, Mnemosine, nel quale si può leggere: «...Non tutto / è ai Celesti possibile. Più presto giungono infatti / i mortali al fondo dell’abisso». La nostra fragilità, il nostro essere transeunti, le nostre passioni, a volte smodate e incontrollabili, sono ciò che gli dei, fin dai poemi omerici, ci hanno sempre invidiato. E la passione che Teresa Poggi Salani imprime ai versi arriva dritta al cuore del lettore, trafiggendolo con dardi acuminati: «Io so la spietatezza / che conti cruenti che stragi / dentro. / Dietro questo sorridere.» (p. 149). Il Vero e l’Apparenza, queste due perenni dimensioni da cui i poeti attingono a piene mani, e lo svelamento, l’alētheia, cui solo la Poesia forse può aspirare, sembrano attraversare l’intera raccolta in questione, donando al lettore quella sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di compiutamente lirico, che arriva fin nel profondo dell’anima, per donarle attimi d’eterno.

Lettura molto consigliata. 

 

Info: https://www.mannieditori.it/libro/il-fiume