giovedì 8 luglio 2021

IL CIELO DEGLI AZZURRI DESTINI di Marcello Buttazzo ( I Quaderni del Bardo)

 

 

 

 


Il cielo degli azzurri destini
di Marcello Buttazzo (I Quaderni del Bardo)

 

 

            «Rimembri,

madre,

il contegno

di chi ti indicò

un cammino praticabile.

Madre,

la tua lieve parola

è pane che nutre,

giorno che nasce di continuo,

la mia patria

d’eterna appartenenza»

(p.17)

 

 

 

 

Care amiche e cari amici di Linea Carsica, è con grande piacere che torniamo a parlare della poesia di Marcello Buttazzo. Lo facciamo in occasione dell’uscita della sua ultima raccolta, Il cielo degli azzurri destini, I Quaderni del Bardo, 2021. Si tratta di una pregevolissima prova, intrisa di alto lirismo e, a tratti, di un certo realismo magico che sembra riportare ciascun lettore a casa propria. Una casa di sogni, aspirazioni, constatazioni, amori, tribolazioni. Tra la sicurezza del puro amore (che per il poeta esiste oltre ogni ragionevole dubbio) e i tentennamenti della nostra fragilità umana, Buttazzo tesse le sue trame poetiche, aprendoci i cancelli dei giardini incantati dell’anima e del corpo: «Berrò / il sangue / di mille papaveri. / E il miele / dell’ape errante [...]» (p.24). L’impressione di trovarsi di fronte a uno dei pochi, eccelsi poeti lirici odierni – impressione peraltro corroborata dal pensiero di altri validi poeti contemporanei, tra cui Vito Antonio Conte – trova riscontro nella profondità di vedute e d’intenti del nostro, laddove riesce in pieno a rendere i legami tra terra e persone: «Terra rossa di sangue, / terra scorticata / dai venti di tramontane. / Terra / dei soli d’estate. / Questa è la tua terra, / madre fanciulla [...]» (p.16) e ancora: «E se calpesterò il tuo prato / giuro, lo farò / solo per sentire l’effluvio / delle tue viole» (p.28). Nell’immaginario lirico dell’autore vi sono alcuni elementi ricorrenti – la fanciullezza, i fiori, il cielo, il sole, il vento, la donna (madre o compagna) – che appaiono al contempo reali e trasfigurati, eterni fondamenti metafisici che accompagnano le giornate del poeta. Ma la sottile linea pulsante che sottende l’opera, nonché il mondo poetico di Buttazzo è l’amore, sublime gioia e perenne cruccio da cui non si può o non si vuole sfuggire «[...] Sempre ti cercherò / di là della notte inclemente. / E le stelle ferite, / ferite d’amore, / saranno puntini esplosi / di immenso biancore [...]» (p.30). L’amore sopra ogni cosa, dunque. L’amore che accarezza e che scuote, che coccola e che turba, l’amore che tiene vivi, vegeti, che ci fa essere sanguigni e pronti a tutto: «[...] Narrami storie / solo storie, / madre del giorno. / Storie d’amore / scritte con il sangue, / con tutto l’inchiostro / dell’anima» (pp.38-39).

Buttazzo è un poeta autentico, che ama gli universi lirici, la lingua e la scrittura, e di tutto ciò ha estrema cura. I suoi versi, mai banali, hanno una speciale musicalità, un ritmo suadente che si insinua nella mente e nel cuore del lettore. La ricercatezza dei lemmi è sapiente, atta a rendere semplice il difficile, l’inconsueto, l’inusuale. Tra le doti indiscusse del Buttazzo vi è la capacità dell’inclusione, dell’abbraccio profondo della poesia donato gratuitamente a chi legge. Ecco dunque che la parola buttazziana, anche quella colta, infrequente, si sposa perfettamente al nostro disegno di vita; in altri termini, riusciamo a comprendere l’incomprensibile, così, per intuizione, alla maniera prelogica dei bambini. Il poeta ci regala infiniti mondi – non solo quelli di bruniana memoria – fatti di luce e sorprendente vitalità: «[...] Ti aspetterò per strada / ancora una volta / per vedere sfavillare il sole, / il sole di notte [...]» (p.69) e ancora una volta: «[...]Tu fai fiorire / la primavera / e l’albero della vita / dà i suoi pomi d’oro [...]» (XXXII, p.75). La parola dell’autore è una carezza sul viso, dolce a sicura, è mano forte che accompagna sul sentiero dell’esistenza e lo fa, come ha ben visto Chiara Evangelista in una delle note introduttive alla silloge, con gentilezza. Ebbene, Marcello Buttazzo, che abbiamo la fortuna di conoscere personalmente, è persona gentile e premurosa, poeta profondo e fine intellettuale, che continua a donare ai lettori preziose gemme poetiche d’inestimabile valore.

 

Lettura fortemente consigliata. 

 

Info: https://iquadernidelbardoedizioniperamazon.blogspot.com/2021/01/il-cielo-degli-azzurri-destini-di.html

mercoledì 7 aprile 2021

DI ALBE E DI OCCASI di Grazia Procino (Macabor)


 

 

Di albe e di occasi di Grazia Procino (Macabor)

 

 

Verso sera mi esercito

a ricordare il succo della giornata,

cosa avrei potuto rispondere,

come avrei dovuto incrociare

nel momento opportuno il suo sguardo. [...].

 

(Esercizi di etica, p. 29)

 

 

 

 

A distanza di qualche mese dalla lettura di E sia, pregevolissima raccolta di cui ho scritto qui, torno a occuparmi, con molto piacere, della poesia di Grazia Procino, in occasione dell’uscita della sua ultima opera, Di albe e di occasi, Macabor, 2021. Questo lavoro appare il coronamento di un percorso lirico sospeso tra la necessità di cantare un Sud intimo (che delle volte sembra un alter ego dei suoi abitanti), terra di radici profonde, di suoni, odori e sapori intensi, a un tempo vessata e adorata da tanti, e la “denuncia” civile. D’altronde, se come affermava il grande Mario Luzi «la poesia è sempre civile», dobbiamo ammettere che il confine – se mai esiste – tra pubblico e privato è davvero labile. Così, dalla Raccoglitrice di pomodori in una campagna pugliese («E sia», p. 23) alla Poesia civile di quest’ultima silloge, si può scorgere un filo rosso che lega il cammino della poetessa nel segno dell’impegno politico, intendendo questo nella sua accezione originaria, potremmo dire, aristotelica, come parte essenziale della natura dell’essere umano: «Mi dico “la bellezza è quella che resiste”, / guardando questo Paese schiaffeggiato da violenze / impudiche. [...]» (p. 37). Resistenza poetica, dunque. Ci piace pensare che, sulla scia dell’insegnamento de l’Attimo fuggente, l’arcinoto film che ha segnato almeno due generazioni, in cui il professor Keaton incantava i suoi allievi dicendo che «noi non scriviamo poesia perché è carino, ma perché apparteniamo alla razza umana...», possiamo cogliere dei frutti preziosi dalla poesia dell’autrice gioiese che, in alcuni frangenti, sembra un grido che scuote, che invita al risveglio della coscienza civile, spesso assopita o colpevolmente complice: «Da colonia dorica a terra colonizzata / da potenti approfittatori / (uno Stato che ha preferito i soldi alla salute) / cielo a chiazze / polveri rosse sulle auto in corsa / lacrime di bimbi sui volti / che non diventeranno grandi. [...]». (Taranto, p. 43). Ritengo di non fare azzardo affermando che nella poesia della Procino si possa cogliere l’eco di Scotellaro, Buttitta, Dolci, Pasolini. Chi dedica la propria vita alla cultura – Grazia Procino lo fa ogni giorno insegnando al Liceo, avendo cura dei suoi ragazzi, e componendo le sue opere – non può che ringraziare di aver incrociato l’impegno civile, e prima ancora umano, della poetessa: «Qui, respiri di pietre ferite / visi arsi di lavoratori della terra, / braccia di ulivi che devoti pregano il cielo. [...] Qui, tuttavia, / dalle ferite germogliano sogni». (Qui, al Sud, p. 44). In Di albe e di occasi si respira un’aria di riscatto, dove la rassegnazione non è contemplata; leggendo questi versi si ha l’impressione che la cifra della poetessa sia un inno agli «uomini che cadono» di nietzschiana memoria, uomini che sanno rialzarsi, che sanno rendere vittoria ogni sconfitta. Ciò che desta stupore, poi, è la musicalità terragna degli intrecci verbali, dei lemmi, delle soluzioni liriche, che porta alla mente, oltre i succitati poeti, i canti contadini e operai, la Malarazza dell’anonimo siciliano giunta alla notorietà con l’interpretazione di Domenico Modugno, i Canti delle mondine, le ballate di Giovanna Marini, le poesie in musica di Claudio Lolli: «Il fico ha radici nel tufo / resiste alla siccità / succhia dalla pietra l’acqua residua. / La gente che resiste al Sud si dà vita rubando / l’ingegno degli avi contadini [...]». (Il mio Sud si tocca con gli occhi, p. 51). Non è un caso, difatti, che diverse liriche della sua precedente raccolta E sia, siano state musicate dal gruppo C.F.F. e il Nomade Venerabile, lavoro che è disponibile in CD. Infine, aggiungo che dopo la lettura de Di albe e di occasi, ci sentiamo più consapevoli, forti, vivi. E sentiamo di amare il nostro Sud come non mai, perché attraverso l’amore per la nostra terra amiamo gli altri, soprattutto chi è in difficoltà e, udite udite, amiamo perfino noi stessi. 

Info: http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/133-di-albe-e-di-occasi

 

giovedì 18 marzo 2021

IL FIUME. VOCI DIVERSE NELL'ONDA di Teresa Poggi Salani (Manni Editore)

 


 

 

Il fiume. Voci diverse nell’onda di Teresa Poggi Salani (Manni Editore)

 

 

La pianta

un giorno muore sul suo stelo

nel suo unico punto di vista,

noi dipanando affaticati un filo

di giri lunghi lunghi e brevi

andirivieni

dietro il complicato guinzaglio.

 

p.124.

 

 

 

 

 

Se l’universo poetico – o quello che molti credono tale – riserva spesso amare delusioni, alcune volte è foriero di opere alte e significative. Così è per Il fiume. Voci diverse nell’onda di Teresa Poggi Salani, Manni Editore, 2020. Si tratta di una raccolta scritta con un linguaggio diretto, senza fingimenti né artifizi letterari e, proprio per questo, aperta a una complessità lirica ed esistenziale che indaga l’umano a fondo: «Una vita o una morte / una cosa da cui non ti liberi più.» (p. 16). La poetessa ha il dono di leggere la natura duale della nostra humanitas e di scorgere ciò che vi è in essa di atavico e sacro: «Tutto è antico, come le pietre.» (p. 65). In questo percorso lirico, il turbamento, cifra tipica del nostro esistere   del nostro sempre “stare fuori da” – non può sfuggire allo sguardo attento dell’autrice: «Se la vita ha un senso è forse solo nel non senso / o catturare un frammento d’impossibile. / Si prova.» (p. 136). Ma chi se non il poeta può tentare di “catturare l’impossibile?”. Non è forse la poesia la chiave più sublime che apre il nostro universo esistenziale? Perché i poeti? Si chiede Heidegger in Sentieri interrotti. Una possibile risposta potrebbe risiedere nel fatto che i poeti – attraverso la loro eccelsa arte poetica – sono gli unici a poter penetrare il «senso del tutto», abbracciando, al contempo, il baratro e il cielo. E proprio Heidegger, nell’opera di cui si faceva cenno poc’anzi, cita un inno, rimasto incompleto, di Hölderlin, Mnemosine, nel quale si può leggere: «...Non tutto / è ai Celesti possibile. Più presto giungono infatti / i mortali al fondo dell’abisso». La nostra fragilità, il nostro essere transeunti, le nostre passioni, a volte smodate e incontrollabili, sono ciò che gli dei, fin dai poemi omerici, ci hanno sempre invidiato. E la passione che Teresa Poggi Salani imprime ai versi arriva dritta al cuore del lettore, trafiggendolo con dardi acuminati: «Io so la spietatezza / che conti cruenti che stragi / dentro. / Dietro questo sorridere.» (p. 149). Il Vero e l’Apparenza, queste due perenni dimensioni da cui i poeti attingono a piene mani, e lo svelamento, l’alētheia, cui solo la Poesia forse può aspirare, sembrano attraversare l’intera raccolta in questione, donando al lettore quella sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di compiutamente lirico, che arriva fin nel profondo dell’anima, per donarle attimi d’eterno.

Lettura molto consigliata. 

 

Info: https://www.mannieditori.it/libro/il-fiume

 

 

 

 

mercoledì 9 dicembre 2020

LA POESIA DI ADRIANA GLORIA MARIGO: UN'INTERVISTA

 Care amiche e cari amici di Linea Carsica, in occasione dell’uscita, per i tipi di Prometheus, di Astro immemore, ultima silloge poetica di Adriana Gloria Marigo, vi proponiamo un’intervista all’autrice. Buona lettura. 

 


Intervista Adriana Gloria Marigo

 

  1. La sua ricerca, partendo dalla prima opera Un biancore lontano, attraversando le successive sillogi L’essenziale curvatura del cielo, Senza il mio nome e finanche la raccolta di pensieri Minimalia, entra nel profondo dell’Humanitas e del Logos, in un incontro con l’eterno, con la perennità dell’Essere-Essenza e con la caducità dell’Esistenza. Anche in questa sua ultima raccolta, Astro immemore, si può scorgere la metafora del reale attraverso la figurazione immaginifica del Lago. Cosa rappresenta per lei questo «luogo d’acqua» in cui le Nàiadi appaiono ancora celarsi?

Il «luogo d’acqua» che ha ispirato Astro immemore – la parte settentrionale della sponda lombarda del Lago Maggiore, molto prossima al Canton Ticino, dunque, territorio di frontiera – è il paesaggio in cui ho vissuto dai cinque ai ventisette anni. Molto tempo, tuttavia discontinuo: nata in Veneto, i miei genitori per ragioni di lavoro si trasferirono in questa terra riservata, riparata e al tempo stesso visiva, suggestiva. Qui ho compiuto i miei studi primari e secondari, attendendo l’arrivo delle vacanze estive come una grazia, poiché le avrei trascorse nella casa dei miei nonni veneti nella campagna polesana dove lo spazio, panicamente vasto, libero dalle scenografie petrose delle montagne e da quelle vietate delle acque del lago, mi accompagnava nel trascorrere giornate immerse nella natura dei vigneti e degli orti di famiglia, alla fantasticheria, a crearmi un mondo molto vivo, personale, radicato in quello quotidiano che vedevo, espressione del lavoro nei campi. Poi, alla fine di settembre, tornavo a casa, sul lago: portavo con me il mondo agreste, molto ludico, gratificante e qui, nella scontrosa terra prealpina conservavo lo scrigno della nostalgia panica, un vocativo, e crescevo una sorta di amore intellettuale per i luoghi: non fu mai attaccamento, appartenenza, radicamento empatico, ma una relazione di affezione ammirata, una ispirazione a cogliere ciò che non si vede e percepisce come presenza sottesa alle forme molto visibili delle montagne, dei boschi, della superficie equorea che però sono sempre sipari, schermi, diaframmi oltre i quali si può intuire vivere il sorprendente, l’inatteso.

  1. La sua Poesia, raffinata, colma di delicata grazia e, al contempo, di forza evocativa, sembra essere sospesa in una dimensione classica, dove solo eccellenze poetiche come quelle di Dante, Petrarca, Leopardi o Campana hanno dimora e dove il sublime della natura, il gesto sanguigno di Omero e il turbamento di Eschilo, si riversano incessantemente. A tal proposito: qual è il suo rapporto con la classicità?

Ho sempre molto amato leggere; è stata per molto tempo una insopprimibile curiosità e una fame onnivora: avevo la sensazione che accanto al mondo quotidiano e visibile esistesse un mondo parallelo e invisibile e questo fosse abitato da storie misteriose, esemplari, grandiose. A casa c’erano antologie di letteratura italiana, la Divina Commedia, I promessi sposi, Orlando Furioso, La Gerusalemme Liberata, Paradiso Perduto e una serie di romanzi storici tra cui La disfida di Barletta che lessi un’estate, intorno ai nove anni. È stato in prima media, imparando a memoria il proemio dell’Iliade di Vincenzo Monti che ebbi la percezione fortissima della musica nel verso e, come spinta da una forza inevitabile, cominciai ad appassionarmi ai libri classici della letteratura italiana e più avanti di quella europea. Intorno ai diciotto anni avvicinai, nella versione in italiano, i grandi autori della Grecia antica e, in questo itinerario molto fitto di presenze, compresi che stavo attraversando un territorio che vibrava di sentimenti paradigmatici, virtuosi e di pensiero esemplare. Sentivo che i classici possedevano un segreto, erano depositari di una sapienza come un codice, una matrice inesauribile, valida per ogni tempo, fossero il luogo di tutti gli archetipi cui affidarsi quando l’esistenza si fa difficile, oscura.  

  1. Lei pone grande attenzione alla lingua, segno che per il suo Io poetante la parola è un elemento che va ben oltre l’ambito comunicativo e la ricercatezza dei lemmi. Possiamo dire che nel verbum lei individua l’arcana forza creatrice che, insieme alle fonti di ispirazione, pone in essere il suo universo poetico?

La parola va sempre oltre l’ambito comunicativo: dice un “oltre” rispetto a quanto sta dicendo, dice il non detto, il sottaciuto, il rimosso. È la natura psichica, complessa, polisemica della parola, la sua costituzione olistica che media sia il significato originario del linguaggio, sia lo spirito, il significato profondo, la matrice che accorda l’identità alla parola mentre la dona all’uomo. In questo senso la parola, pervasa di logos, è verbum. Ebbene, rispondo che sì, è questo riconoscimento – rispetto che perseguo ogni volta che mi raggiunge l’ispirazione. E, in tal senso, scrivo poco, poiché “riconoscimento” e “rispetto” dell’intima natura della parola è ammettere, affermarne il valore di verbum.

  1. Il suo percorso lirico sembra indagare, tra l’altro, tòpoi misterici, dove il verso diviene quasi sibillino, aprendo le porte a quello che Luce Irigaray chiamava l’«inespresso». Il poeta ha davvero il dono di dire l’indicibile?

Esprimersi in Poesia è arduo, mai definitivo, ed è un percorso di improvviso bagliore e di progressione per frammenti verso ciò che ha acceso l’intuizione della parola, l’ha inverata, resa corpo. L’elemento che la rende possibile è l’indicibile, l’ineffabile, l’inafferrabile, l’inespresso: esso resta enigma, anelito per il quale il poeta diventa tale e cerca di raggiungerlo, disvelarlo attraverso le immagini delle parole, la musica del verso, gli aspetti formali del componimento. L’avvicinamento all’«inespresso» è come la proprietà di un fotogramma che mostra la bellezza di un paesaggio, di un volto, senza mai diventare il paesaggio, il volto. Vittorio Sermonti, introducendo il Canto XXIII del Paradiso in una sera di letture al Cenacolo di S. Croce in Firenze nel lontano 2005, ebbe a dire «…il poeta, oltre tutto, non fa che dire che non sta dicendo», in quanto «… Dante vede l’inimmaginabile e dice l’indicibile, continuamente ribadendo di non saperlo dire.», poiché ha la sapienza di ammettere che il linguaggio ha limiti che ostano con lo slancio immaginale, la tensione a trasferire nella parola l’inespresso, piegarne il mistero.

  1. Paul Celan affermava che «La poesia è un dono fatto agli attenti. Un dono che implica destino». Da quanto spesso scaturito nel corso delle nostre conversazioni, lei sembra essere in sintonia con il pensiero del grande poeta...

L’affermazione contiene tutta la visione lucidamente disperata e al tempo stesso altissima di palpito esistenziale che Paul Celan ha della condizione umana: egli colloca la parola in una soglia molto alta, persino dolorosa, poiché in essa ravvede il sacro del verbum, la presenza di quegli elementi che Rudolf Otto aveva individuato per il sacro, ovvero Tremendum, Mysteriosum, Fascinans; vi trova la vertigine che la grande poesia fa percepire all’uomo mostrandogli la sua altezza e la sua miseria, il suo bisogno di compassione e redenzione. In questo spazio elevato la poesia può darsi solo a coloro che la onorano, che nel tremore della relazione con la parola di poesia accolgono il suo mistero, lo trasferiscono senza appello nelle vene dell’esistenza profonda, nella vita.

  1. Lei è poetessa ma anche direttrice di collana e attenta intellettuale. In un’epoca come la nostra, in cui tutto sembra essere omologato al mainstream e all’apparenza, il dominio della tecnica appare inesorabile e una sfacciata ignoranza ha preso il posto del senso critico, il poeta può ancora, parafrasando Baudelaire, andare oltre i miasmi ammorbanti e purificarsi nell’aria superiore?

L’età storica che viviamo sembra congiurare per il dissesto delle coscienze e l’impossibilità di nominare, ossia di pronunciare la parola che si stagli in sapienza etica, esaustiva. Montale scrive «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato.», poiché avverte nel tetro darsi dell’esistenza il disfacimento del logos, l’impossibilità ad asserire se non in negativo, se non nella prospettiva del no, se non nello sperdimento dello spirito. La visione del poeta genovese è attuale – il tempo consente con grande facilità il ripiegarsi di intelletto e coscienza come se attuassero l’unica difesa possibile –, ma ritengo non sia da perseguire: il poeta, in quanto “cercatore” della parola che nomina, costruisce senso,  non solo “può”, ma “deve” andare oltre i «miasmi ammorbanti» o il «polveroso prato». Guai a coloro che per cinico pensamento rinunciano a elevarsi dalla bassura del tempo, non osano accogliere lo spirito che chiama a immaginare, riconoscere «…la segreta/ lingua dei fiori e delle cose mute.»


Adriana Gloria Marigo è nata a Padova, vive a Luino. Dopo gli studi universitari in pedagogia a indirizzo filosofico, ha insegnato nella scuola primaria. Attualmente cura la presentazione di libri, collabora con associazioni e riviste culturali, dirige la collana di poesia Alabaster per Caosfera Edizioni di Vicenza.

Ha pubblicato le sillogi Un biancore lontano, LietoColle, 2009; L’essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012; Impermanenza, plaquette edizioni Pulcinoelefante, 2015; Senza il mio nome, Campanotto Editore, 2015; Astro immemore, Prometheus, 2020. Santa Caterina d’Arazzo, plaquette GaEle Edizioni, 2017; 15 Poesie da “Senza il mio nome” e una poesia inedita, plaquette Caosfera Edizioni, 2017; Minimalia, Campanotto Editore, 2017 (aforismi); Neoterica, plaquette FUOCOfuochino, 2019; Tarsie, FUOCOfuochino, 2020 (aforismi, in preparazione).

È stata finalista al Premio Camaiore 2016 e al Premio Montano 2016 con la Menzione; numerose sono le prefazioni e le note critiche per poeti italiani e romeni: la prefazione più recente è alla silloge poetica Inna. Vita & Opera, Aracne Editrice, 2018 del filologo italianista George Vasile, Bucarest. Ha curato la brochure La tensione del filo  per la mostra (aprile 2019) della pittrice padovana Patrizia Da Re.