sabato 29 giugno 2013

E' DEL FORTE L'ASCOLTO: le liriche di Carlotta Lezzi

Le vivide e sensuali liriche della poetessa Carlotta Lezzi tra Physis e Psyche.

 

La poesia è viva, anche se hanno tentato in tutti i modi di ammazzarla. Ce ne rendiamo conto solo quando, in mezzo ad un nugolo di robaccia editoriale, ci troviamo di fronte a dei libri particolari; libri che fin dal primo approccio ci fanno capire che l'arte resiste al tempo.
È il caso di È del forte l'ascolto di Carlotta Lezzi, edito da Lupo Editore. Liriche potenti, a tratti stentoree, che sembrano liberare un bizantinismo delle origini, scevro da pervertimenti barocchi. Corposa materia e mistica eterea sembrano convivere negli stessi versi, carne e spirito, tende mosse dal vento che al contempo appaiono velo di Maia e realtà sensuale. Spirito di contraddizione e senso di smarrimento, pur legati ad una sottile linea armonica e sanguigna che attraversa l'intera raccolta, conducono il lettore in un lungo viaggio che impressiona tanto più quanto più ci si rende conto della relativa brevità della silloge.
Potremmo dire un dono. Il dono di allargare spazio e tempo, di creare misure sterminate, di avvicinare distanze siderali, in poche pagine d'immensa tensione emotiva. E se è vero, come diceva Nietzsche, che quanto più guardiamo nell'abisso l'abisso guarderà in noi, è altrettanto vera la possibilità della stella nascente generata dal caos. Sì, abbiamo sempre una possibilità, quella suggerita dal poeta, dall'artista.
Non solo una catarsi del tragico, ma un'azione cosciente e prospettica, che lascia intravedere, per un attimo, tutta la forza che l'essere umano può sviluppare. In questo orizzonte di quasi mitica espansione la donna irradia di lirico fulgore l'universo, non facendo scomparire il dolore, ma decostruendo un cosmo belluino con l'essere altro-da. Versi intensi e problematici, che tuttavia non tardano ad arrivare dritti al muscolo centrale, pompa di vita e di umori.
Gli eterni crucci della tabula rasa, degli amori vissuti sempre al limite, del senso del sospeso e della rarefazione, dei fiori vivi di quelli secchi, dell'odio e dell'amore, del reale, surreale, irreale, iperreale. Sostanze di carne e d'anima, modi d'essere, di sentire e percepire, qualità umane e umane deviazioni. In È del forte l'ascolto c'è tutto questo e altro. L'autrice ha condensato le dimensioni dell'umano in un libro che appare un percorso attraverso il pieno e il vuoto del quotidiano e del sovrasensibile, come dire: poesia allo stato (im)puro.

Fonte SuperMoneyNews: http://news.supermoney.eu/cultura-spettacoli/2013/06/e-del-forte-l-ascolto-le-liriche-di-carlotta-lezzi-0018135.html#

venerdì 28 giugno 2013

IL ROMANZO OSCENO DI FABIO di Luciano Pagano (Musicaos) in formato cartaceo



"Il romanzo osceno di Fabio" scritto da Luciano Pagano, è il primo romanzo italiano scritto interamente in tweet.
Pubblicato dal settembre al dicembre 2012 sul profilo twitter @romanzosceno, è adesso disponibile, con testo a fronte in inglese. "Il romanzo osceno di Fabio" racconta la torbida relazione amorosa tra Fabio, sedicente regista poco meno che quarantenne, e la Marchesa, donna bellissima della quale lui si innamora e che, allo stesso tempo, tiene il ragazzo 'in scacco' psicologico.
*E il terzo? Il terzo è il marito della Marchesa, un ricco industriale che la donna ha già deciso di eliminare, servendosi proprio dell'aiuto di Fabio che nel frattempo lavora alla stesura del suo film capolavoro, incentrato sulla presenza degli alieni nella storia dell'uomo, dalla Bibbia ai giorni nostri passando per la Germania della Seconda Guerra Mondiale".
"Il romanzo osceno di Fabio", presentato qui nella sua seconda edizione riveduta, è stato l'ebook che ha inaugurato la collana di narrativa e graphic novel di Musicaos.it.
“Pagano, anche questa volta, non ha deluso i suoi lettori.” - Paola Bisconti
“...come si fa a scrivere un romanzo così sconcio, denso e assassino, pieno di spunti esistenziali che rimanderebbero a ben altro, senza mai scivolare nella riflessione intimistica, in quella melassa che è il sentimento senza mai rendere la storia, con tutto il groviglio erotico ed emotivo che contiene, una faccenda personale?” - Roberta Pilar Jarussi
"Il primo romanzo italiano interamente scritto su twitter. Lingua spezzata e periodi brevissimi (appena 140 caratteri) per raccontare un thriller erotico giocato su un triangolo che mette insieme Fabio, aspirante regista televisivo poco meno che quarantenne, la spregiudicata Marchesa (più vecchia di lui di dieci anni) e un marito da far fuori. La scrittura si contrae, niente fronzoli, ancor meno sentimentalismi, per lasciare spazio a una sottile ironia: perché Fabio doveva capirlo che... “Quello del regista è un mestiere che presuppone un’innata capacità di smuovere emozioni, persone, capitali. In ordine inverso”. - Francesca Maruccia
"Il tentativo che Pagano pone a sé è quello di una scrittura che nasca direttamente per il tweet, con tutte le varianti possibili, non negandosi la sfrontatezza di misurarsi,nel caso fosse necessario, con nuove forme e strutture per poter condensare il tessuto narrativo nei pochi caratteri concessi, di conseguenza sorvolando sulla componente di pura informazione che spesso si lega a questo tipo di comunicazione, ma strutturandola in quanto comunicazione." - Francesco Aprile

giovedì 27 giugno 2013

LA MARCIA DELLE LOCUSTE



La vecchia Madre di tutte le matasse malriuscite, di tutti i gomitoli confusi e mai sbrigliati, degli infiniti e opprimenti grovigli che avvolgono i pensieri dell’essere umano e non l’abbandonano se non in pochi, infinitesimali momenti, è sempre gravida. Il legame che questa puerpera cuce coi figli a venire è forte come l’acciaio, tenace come l’aquila, robusto come il nervo. La scorza nerboruta di quel parto plurimo si vede fin dai primi passi degli infanti, del tutto somiglianti alla concepente. È proprio questo il caso di dire che i frutti non cadono lontani dall’albero. La caratteristica peculiare di questi esseri-groviglio è, senza ombra di dubbio, la pretesa. In altre parole essi applicano alla lettera, con precisione chirurgica e un’incredibile costanza, il teorema del “tutto mi è dovuto”. Questo a prescindere dal grado di conoscenza, vicinanza, simpatia, empatia, che essi hanno con gli interlocutori. Anzi, più la persona che interagisce con loro è estranea, più pretendono. Senza il minimo pudore. Da dove nasce questa pulsione alla pretesa? La risposta non può essere che multipla. Può nascere da un ambiente famigliare che abbia educato alla superiorità, alla sopraffazione (fisica e psicologica) dell’uomo sull’uomo; oppure, più semplicemente, può svilupparsi a causa di una naturale tendenza di certi soggetti alla procrastinazione cronica dei loro doveri – che qui non sono da intendere come imperativi morali e/o sociali bensì come pensieri-azioni da portare a compimento per la stessa sussistenza psicofisica dei soggetti. Il problema che vogliamo mettere in risalto, il punto centrale della questione, non è di carattere etico-pratico: qui non si vuole sindacare sulla correttezza o scorrettezza di questo agire. Il fine della nostra discussione è di carattere sostanziale. La tematica che intendiamo affrontare riguarda l’Essere. Sì, ancora una volta, a distanza di tanti secoli dal primo filosofare, la questione dell’Essere torna prepotentemente all’attenzione del pensiero. Premettiamo, senza alcun indugio, che per noi non ha nessuna importanza chiedersi se abbia un senso, nel terzo millennio, riflettere sull’Essere e le sue declinazioni. Il nocciolo duro che costituisce il nucleo della riflessione è l’individuazione di quel particolare tipo di “essere” che è l’essere pretendente, a cui daremo il nome di “locusta”. La scelta di questo nome appare quanto mai facile. La locusta è vorace, divora tutto ciò che incontra sul suo passaggio. Ebbene, quale altro animale potrebbe meglio rappresentare chi divora, senza il minimo riserbo, le vite degli altri? Nella nostra contemporaneità, nel mondo del “tutto subito” ad ogni costo, l’arrotondamento dell’uomo all’animale appare una prospettiva tutt’altro che fantastica. La soluzione? Non c’è. Al limite si può sperare in delle soluzioni. Sì, ad una domanda molteplice occorre dare una risposta molteplice. L’importante è restare umani, se possiamo.


Articolo pubblicato su Pagine del 02/06/2013, www.ilpaesenuovo.it

mercoledì 26 giugno 2013

Adriana Gloria Marigo per DANZA DI NERVI di Gianluca Conte (Lupo Editore)

A. Gloria Marigo per DANZA DI NERVI di Gianluca Conte - Lupo Editore, 2012
In epigrafe a Danza di Nervi – Lupo Editore 2012, Gianluca Conte pone una riflessione insieme oblativa e assertiva che dichiara il composito orizzonte – persone care, sconosciuti, accadimenti, problematiche sociali, natura - dal quale estrarrà materia per la poesia, comporre la terza raccolta che manifesta la forte presenza dell’elemento etico, quale connotato che informa la partecipazione del poeta al mondo come un attraversamento, meglio, un viaggio che si contamina delle cose della vita, che non lascia spettatore neutrale, ma provoca un ventaglio di sentimenti che passano dalla commozione, attraverso la compassione, all’indignazione nello specchio della responsabilità, poiché è in questo elemento – insieme con l’altro della dignità - che ci si può presentare nel mondo, farne parte: - Carne viva o materia inerte,/la scelta è tua – ho sentito dire./ pag. 25 -
- Io pianto radici nella strada, dove non cresce/niente./Io decido i giorni, spire come serpi antiche/perso in androni privi di pietà./ pag. 19 – E’ in questa lirica di apertura che l’io lirico coincide con l’io dell’uomo e la forza del pronome di prima persona esprime tutta la potenza di una affermazione che non lascia ombre sull’operare, né sulle intenzioni, né sulla visione del mondo che si manifesta come attraversamento – “strada” - del “niente” o luogo dalle forme velenose e archetipe o scalzato da ogni conforto umano.
Intrapreso il viaggio, inevitabile è l’incontro, il trovarsi con l’altro, vedere, cercare la prossimità o la distanza, percepire il tempo ineluttabile nel suo sovrastare ogni fatto e affetto, constatare che lo spaesamento è reale, non una dissertazione per intellettuali. Contemporaneamente il poeta denuncia la desolazione dello stare, poiché qualcosa stride, qualcosa viene a mancare o non si compie e nulla può essere condotto a misurazione, giacché sembra vigere su tutto il segno dell’inafferrabile, della mancanza di ragione: - Qui la notte taglia il giorno di traverso/nelle nebbie appese ai muri/nei treni cigolanti/nelle storie finite male/nei contorni mai tracciati// pag.21 –
La vis poetica di Gianluca Conte si fa prossima a certi metafisici – Montale, Eliot – poiché il verso scarno, libero, con l’interna musicalità che inerisce all’affermazione di Schönberg "nella musica non c'è forma senza logica e non c'è logica senza unità”, la predilizione per la parola assoluta, i rarefatti aggettivi, gli ossimori, gli incipit fortemente assertivi ( Ecco il lamento…pag.24 – Oggi pianto…pag.26 – Io sono la paura… pag.27- C’è una linea… pag.28 – E’ il verme che c’è… pag.29 – e molti altri) scolpiscono una raccolta in cui il connotato estetico non risolve la domanda della bellezza formale, superandola e coincidendo con la valenza etica, consegnandoci la presenza della creatura umana quale “stella di buio” pag. 60 - e “tutto e niente” pag. 61 – per concludere con la bellezza essenziale di Tu non sai/della solitudine che avvolge./Sarà poco il soffrire/e inutile la pena,/com’è poco/il darsi al Nulla. Pag. 36 –
Il Poeta ci indica con la forza assertiva della sua parola, con la scarnificazione del verso, con alcune liriche prossime agli epigrammi che l’unico modo di stare nel mondo è di essere uomini etici, portatori di un sentimento e una ragione il cui incontro è morale. (Adriana Gloria Marigo)