mercoledì 28 giugno 2017

L'ULTIMA BAMBINA D'EUROPA di Francesco Aloe (Alter Ego Edizioni)





L’ultima bambina d’Europa di Francesco Aloe (Alter Ego Edizioni)







«I loro passi e il loro respiro riecheggiavano nel vuoto della campagna. Cascine abbandonate da tempo emergevano timidamente dalla nebbia come mendicanti pronte a offrire la loro miseria. L’uomo entrava in ognuna di esse, si guardava intorno trattenendo il respiro, furtivo. Poche volte trovava qualcosa di utile: un coltello, una coperta, del cibo in scatola. Spesso trovava cadaveri».





Un romanzo distopico, a tratti crudo, che mira al sodo e si presenta libero da fronzoli e imbelletti. Con un linguaggio sobrio, volutamente scarno ma chirurgicamente preciso, Francesco Aloe ci regala un’opera a tutto tondo, L’ultima bambina d’Europa, Alter Ego, Collana Specchi, 2017, i cui protagonisti, provati da mille vicissitudini eppure capaci di essere resistenti alle avversità e, cosa più importante, di restare umani, appaiono incredibilmente veraci. In un futuro che pensiamo non troppo lontano, una catastrofe climatica (dietro la quale non è comunque difficile individuare le responsabilità dell’uomo) ha reso l’esistenza umana qualcosa di provvisorio e ai limiti del sopportabile. In questo scenario apocalittico, freddo, grigiastro, dove una nuova barbarie ha lasciato il posto alla civiltà, una famiglia si muove alla ricerca di una terra promessa. L’eterno motivo del migrante, che sfida la sorte in nome di una migliore ventura, ritorna in questo bel libro, tuttavia rovesciando le rotte geografiche e geo-umane: nelle pagine di Aloe i pellegrini viaggiano da Nord a Sud, destabilizzando completamente una normalità – quella che vuole i migranti raggiungere l’Occidente dall’Est e dal Sud del mondo – che di normale non ha nulla. Non è difficile immedesimarsi in questi personaggi, e non solo per una certa forma di solidarietà di cui tutti (?) siamo capaci davanti all’altrui dolore, ma anche per via delle profonde riflessioni e degli interrogativi (non è forse la capacità di suscitare domande una delle qualità più alte di un’opera d’arte?) che nascono dalla lettura de L’ultima bambina d’Europa, tra cui, richiamando Jonas, quelli legati al “principio responsabilità”: Come è stato possibile tutto questo? Si poteva evitare? Di chi la colpa? Domande imbarazzanti, le cui risposte hanno un prezzo altissimo in coscienza e autocritica. Ma se rispondere univocamente a tali interrogativi è pressoché impossibile, si può invece tentare una lettura a più superfici del romanzo, individuando oltre all’odissea dei protagonisti e alla tirannia dei disvalori originati e pasciuti in un mondo ormai ostile, il desiderio necessario di guardare al futuro. Una possibilità che forse a molti potrà sembrare vacua, ma che i nostri hanno deciso di perseguire a costo della vita. Una vita che vale la pena di essere vissuta solo a patto di essere liberi, non solo politicamente ma anche ontologicamente. Forza e debolezza, amore e odio, vittoria e sconfitta: una commistione ossimorica che pungola il lettore e lo tiene – cosa rara di questi tempi – attaccato alla pagina. Se nelle intenzioni dell’autore vi era il desiderio (bisogno?) di svegliarci dal torpore, credo vi sia riuscito in pieno, usando una trama apparentemente semplice ma in realtà complessa e, soprattutto, dei dialoghi minimali che stringono il cuore in una morsa e pur tuttavia regalano speranza. Un altro aspetto che colpisce molto è quello della “cura”, intesa come prendersi cura dell’altro, in particolare, nel libro in questione, dei bambini, gli esseri più preziosi dell’universo. Sembra questa un’eredità arcana, primitiva (nel senso di connaturata all’uomo e all’esistenza): nei momenti bui, dove le tenebre hanno preso il posto della ragione e dell’amore, un ritorno alle origini umane, a quei sentimenti ancestrali di maternità, paternità, di vita, sembra essere l’unica via luminosa, quella da seguire. Ma sono proprio i bambini che, spesso, ci insegnano la forza, la resistenza, la voglia di andare avanti nonostante tutto. Ecco, forse è qui la vera chiave di volta, nell’essere individuo in mezzo ad altri individui, sentirsi, malgrado il male, parte di un tutto che può donare ancora un futuro.
  

Francesco Aloe, classe 1982,  studioso di letterature moderne e autore di romanzi, è direttore editoriale della collana Versante Est per la casa editrice Delos Digital. Del 2008 è Vertigine, il suo primo thriller, pubblicato nella versione in lingua spagnola e in una nuova edizione italiana nel 2016 da Lettere Animate. Nel 2011 esce per la collana VerdeNero Noir di Edizioni Ambiente Il vento porta farfalle o neve, romanzo d’inchiesta che prende le mosse dai fatti che determinarono la tragedia del Moby Prince.

martedì 6 giugno 2017

EROTICO CAOS di Giuseppe Pellegrino (ArgoMenti Edizioni)



Erotico Caos di Giuseppe Pellegrino (ArgoMenti Edizioni)





Sono nato bianco,

vivo di sfumature,

vorrei morire a colori.

Vengo dal silenzio,

vivo vociando,

vorrei morire cantando.

Prima non ero,

ora ancor meno,

domani non so.



(XL, p.55)





Fin dai primi versi di Erotico Caos di Giuseppe Pellegrino, ArgoMenti Edizioni, 2017, ultima silloge poetica dell’autore, impreziosita dalle illustrazioni di Chiara Papa, le intenzioni  appaiono evidenti, ovvero indagare l’umano e tutto ciò lo circonda: «C’è un tempo che si ritrae / come acqua di risacca / nel caldo apatico d’estate / e anni che scivolano veloci / come sabbia tra le mani» (I, p.7). L’essere umano nella sua totalità, dunque, con le sue debolezze e la sua forza, spesso nascosta, nidifica sulle liriche di Pellegrino, che vanno incontro alle dimensioni spazio-temporali con un verseggiare aleggiante su ossimori logici, sospeso tra reale e irreale. L’autore ci restituisce immagini archetipiche, lontane e vicine a un tempo:  «Parole di biro / emettono urla dissociate / come ritmiche percussioni / di neri tamburi» (V, p.11). Il Verbum, quindi, la parola cercata e trovata con chirurgica precisione è il filo rosso che unisce le poesie contenute in questa bella prova. E poi c’è la vita, l’esistenza che si tinge dei più disparati colori e nei versi di Pellegrino diventa musica, poiché la musica, come ben sapeva Nietzsche, è fonte di vita, anzi, senza di essa, affermava il filosofo di Röcken, la vita sarebbe un errore. Vi è una ricerca profonda nell’opera di Pellegrino, che non si ferma a inseguire il mitico Meaning of life ma cerca di offrire dei punti di vista obliqui, divergenti dell’universo umano, un percorso vero, onesto, da cui sembra trapelare una verità incontestabile: Se un ordine può esistere nel caos che tiranneggia il mondo, questo è dettato dall’Amore. E se l’Eros è ciò che muove il mondo, è presente, in questo lavoro, quasi un invito, a volte evidente a volte celato tra le righe, a cimentarsi nella difficile ma necessaria prova dell’autocritica, proposito valido come non mai soprattutto per chi ha deciso di scrivere in versi: «Oh poeta, / per essere pronto / a guardar dalla finestra / devi acquisire buona vista / guardandoti allo specchio» (XXXVI, p. 50). La poesia di Pellegrino è colma di vita reale, vissuta, e abbraccia emozioni, sensazioni, percezioni che filtrano da ogni corpo, da ogni mente, da ogni desiderio. Da queste liriche potenti traspare una volontà di affermazione dell’individuo non come un’isola sperduta e inavvicinabile né come cima di montagna innevata, bensì come parte di un tutto, meritevole di esistenza sempre e comunque. Il verso dell’autore non giudica, non predica, non profetizza ma sembra stringere l’umano in un caldo abbraccio, anche nei momenti più duri, più neri. Una vera Philía si compie in quest’opera, una mano tesa che dal particolare muove all’universale e viceversa; e allora anche il momento intimo, quello della nudità totale dell’autore di fronte al verso, si fa canto universale, capace di dissetare chiunque voglia bere dalla fonte del poeta: «La mia anima è incinta / gravida più che mai / di volontà di vita. / Schopenhauer è tramontato / Eros ed Oniros / ora mi accolgono, / ed il Vesuvio qual sono / ha brama di gorgogliare / ed eruttare ancora» (XLIV, 60). I richiami filosofici, sempre pertinenti, arricchiscono la Parola di Pellegrino, che si fa foriera di messaggi legati a realtà plurime: la vita, la morte, la veglia, il sogno, l’amore, l’odio, l’individuo, la società. Intramontabili tematiche che fin dall’origine del pensiero hanno suscitato l’interesse del filosofo, del poeta e di qualsiasi uomo dotato di sensibilità. Ed è proprio alla società di oggi e al proliferare di tanti, diversificati egoismi che l’autore dedica parole infuocate, schiette, che non lasciano adito a fraintendimenti: «Falsi ego ipertrofici, / maschere di forza / ostentata e rivendicata, / spiriti deboli e menti elementari / deridono altrui struggimenti / e dolori» (L, p.72). D’altronde, se essere poeti ha ancora un senso, questo dovrebbe essere ricercato nello svegliare le coscienze, nello strappare l’arcinoto Velo di Maya, con un gesto, una lirica, un urlo, una carezza. Poesia come momento di rottura, di squarcio dell’establishment, soprattutto di quello culturale (e per cultura intendiamo l’universo umano in toto). Giuseppe Pellegrino ci dice che «L’insensato» spesso abita  «nel rigore della ragione» e che un barlume di verità può esistere proprio nel deviare da quella che per i più appare come la strada maestra. D’altra parte, da Pascal ad Adorno, da Horkheimer ad Arendt, passando per Leopardi, Keats, Blake, è saltato all’occhio che la ragione, intesa come elemento capace di bastare alla felicità dell’uomo, è andata incontro a un totale fallimento. Ecco allora che «i jeans laceri e sgualciti al congresso dei dotti», «una nota stonata al concerto di Capodanno» e «andar fuori traccia nonostante il voto» possono rappresentare l’inizio di un cambio di direzione, dei piccoli ma importantissimi punti di rottura capaci di fare breccia nella mente e nel cuore di chi vuole vivere la propria vita nella verità di un’esistenza sincera, reale, autentica. 






Giuseppe Pellegrino, medico chirurgo e psicoterapeuta, ha completato la sua formazione da "medico umanista", come lui stesso ama definirsi, laureandosi in Filosofia.
Professionalmente si occupa di Psichiatria e Psicologia clinica con particolare predilezione ed attenzione ai disturbi d'ansia e dell'umore, oltre alle dipendenze patologiche.
Socialmente impegnato nei vari ambiti della Medicina Preventiva e nella lotta allo stigma in Psichiatria, Pellegrino è convinto sostenitore, mediante la cosiddetta "Medicina Narrativa", dell'integrazione dei saperi scientifici ed umanistici.
Ha esordito, come scrittore, nel 2013 con "Mostruosità letterarie - Diario di autoterapia" (Milella Ed.). Nel 2014 ha pubblicato "Interni d'uomo" (Besa Ed.) e nel 2016 "Assoluto Relativo - Sociopsicofilosoforismi" (Milella Ed.)


Info: https://www.argomenti.org/pubblicazioni/erotico-caos/