martedì 31 luglio 2012

Spazio e tempo 0.5


"Con l’avvento della moderna scienza matematica della natura il concetto di spazio acquista una realtà sostanziale e autonoma. Cartesio considera infatti l’estensione come l’attributo specifico della sostanza materiale, governata dalle pure leggi meccaniche del moto (meccanicismo). Newton introduce il concetto fisico di “spazio assoluto”, pur ravvisando nello spazio anche una sorta di sensorium Dei, di organo sensoriale col quale Dio imprime nella materia il movimento. Al sorgere dell’età moderna, dunque, influenze fisiche, cosmologiche e teologiche si intrecciano ancora nella concezione dello spazio. Contro la soluzione proposta da Newton si batte peraltro Leibniz, in una celebre polemica col newtoniano S. Clarke. Leibniz nega la realtà oggettiva e assoluta dello spazio: lo spazio è l’ “ordine di coesistenza” dei corpi e dunque qualcosa di relativo e non separabile da essi. Egli nega che lo spazio possa ridursi a mera estensione, essere questa una semplice conseguenza delle forze (“forza viva”) che agiscono nell’universo. Le obiezioni di Leibniz non si limitano peraltro a criticare la concezione fisico-naturale dello spazio newtoniano; esse risentono delle più generali polemiche contro la scienza sollevate dagli empiristi e spiritualisti. In Berkeley e Hume lo spazio si riduce a mera funzione psicologica: sia ad associazione delle idee percepite dalla vista e dal tatto, sia ad associazione di impressioni contigue.
Di qui il grande tentativo kantiano di salvare l’oggettività della scienza newtoniana, senza peraltro postulare uno spazio assoluto in sé. Lo spazio diviene in Kant un a priori formale della intuizione sensibile e cioè una struttura trascendentale (universale e necessaria) di ogni possibile esperienza.
Il tentativo kantiano di tenere unite scienza e filosofia ha poco seguito nell’Ottocento. L’elaborazione puramente concettuale della nozione di spazio tentata nei sistemi idealistici di Schelling e di Hegel (per i quali lo spazio è il modo in cui lo spirito assoluto o idea si aliena nella natura) non influisce sulle ricerche fisiche, che si attengono allo sperimentalismo newtoniano. Anche le critiche degli spiritualisti francesi, da J.-G.-F. Ravaisson-Mollien a H. Bergson (che rivelano l’astrattezza intellettualistica del concetto fisico e meccanico di spazio e propongono invece di concepire la spazialità come un arresto ripetitivo, un’ “abitudine” che si instaura nello sviluppo spirituale della natura), non distolgono la fisica dalle sue concezioni tradizionali. È solo con la rivoluzione scientifica di Einstein che il concetto di spazio torna a essere oggetto di comuni dibattiti tra filosofi e scienziati. In particolare sono A.N. Whitehead, S. Alexander e G.H. Mead a tener conto del concetto einsteiniano  di spazio-tempo e a tentarne una più generale spiegazione filosofica che non sia in contrasto con i risultati della fisica. Nel contempo tuttavia, il concetto di spazio continua a svilupparsi in sede puramente filosofica, presso le correnti della fenomenologia e dell’esistenzialismo, il cui scopo è quello di ricostruire la genesi dell’esperienza vissuta dello spazio. Tale analisi fenomenologica, avviata da Husserl, trova sviluppi in J.P. Sartre, in M. Merleau-Ponty e soprattutto in Heidegger, che considera lo spazio una struttura originaria dell’ “essere-nel-mondo” dell’uomo: l’uomo infatti si costituisce, come coscienza, “incarnata”, mediante un quotidiano “commercio manipolante e usante” con le cose, e la condizione di tale commercio è appunto l’ “esser vicino” e l’ “esser lontano” dell’uomo che si “spazializza” nel mondo e anzi “ha” un mondo come luogo del suo “progettarsi” come esistente".

lunedì 30 luglio 2012

LA SOGLIA DI FUOCO di Marianna Burlando (Il mio libro)


In una Londra multietnica, capitale della cultura e della ricerca scientifica, e in un’India dai contorni evanescenti e ricchi di simbolismo, Marianna Burlando, psicologa in ambito oncologico, ambienta il suo primo romanzo La soglia di fuoco. A metà strada tra il medical thriller e il giallo, quest’opera colpisce immediatamente per l’ottima informazione dell’autrice riguardo tutti i particolari dell’ambiente medico (la sua professione avrà giocato un ruolo importante in tutto questo?!) nonché la scioltezza che promana dalle pagine. Il lettore, infatti, non verrà sommerso da una coltre di nozionismo, ma sarà impercettibilmente guidato attraverso l’intricato e affascinante mondo della biologia e della chimica. La trama, ben delineata, è incentrata sulle vicissitudini di un gruppo di personaggi che, forse loro malgrado, si vedono implicati in fatti loschi che gravitano attorno ad un centro di sperimentazioni farmacologiche. Da una serie di eventi nefasti, che metterà a dura prova la forza psicologica (e in diverse circostanze anche quella fisica) dei protagonisti, nasceranno nuove amicizie e nuovi amori che spingeranno l’intera vicenda verso un finale a sorpresa. Il libro della Burlando, vale la pena sottolinearlo, non si esaurisce nelle scene d’azione e nell’indagine investigativa, ma apre orizzonti di riflessione su un ventaglio di situazioni-tipo che contraddistinguono la società contemporanea. Problemi di carattere morale (non moralistico!), come ad esempio l’annosa questione del fin dove la scienza ha il diritto di spingersi in nome della ricerca e del progresso; oppure se sia giusto o meno scendere a patti, a compromessi, per necessità, per fame. Sono domande grandi, grandissime. E molto impegnative. La cui soluzione non sembra essere dietro l’angolo. Perché un conto è parlare a pancia piena, un altro è provenire da paesi dove la fame è la compagna di vita, e sperare che qualcosa di buono possa accadere trasferendosi nel ricco (?) Occidente industrializzato. Un’urgenza che alcuni personaggi-chiave del romanzo hanno cucita addosso come una seconda pelle. Non sveleremo in questa sede se la coscienza e il senso di responsabilità dei protagonisti – non solo per il presente ma anche nei riguardi delle generazioni future (Hans Jonas insegna!) – avranno il sopravvento sulla penuria e sulla temuta miseria, certamente il lettore non potrà fare a meno di porsi le stesse domande che si pongono i personaggi. L’immedesimazione con gli attori del romanzo è, a nostro modesto avviso, un punto cruciale che non si può eludere: quando si ride e si piange con loro (di più, al loro posto), quando si provano le stesse emozioni, gli stessi stati d’ansia e gli stessi rossori d’amore, si può a ragione dire che l’opera è riuscita nel suo intento comunicativo. La Burlando, autrice di alcune raccolte di racconti e di altre pubblicazioni attinenti il suo campo lavorativo, ha confezionato un bel labirinto d’emozioni che non lascerà indifferenti coloro i quali si addentreranno tra i suoi percorsi. 
La soglia di fuoco, un libro al contempo duro e delicato, per la spietatezza di alcuni frangenti e per la presenza di sentimenti che vanno al di là della stessa morte, si rivela essere un esordio ben riuscito. A voler essere proprio mefistofelici, diremo che avremmo voluto questo romanzo più lungo: una volta assaggiata la pietanza, ci si vorrebbe abbuffare. Ma è un vizio tutto nostro, l’amore non basta mai agli amanti. E non è forse questo un pregio?

domenica 29 luglio 2012

Nelle braccia dell'ignoto

A chi hai pestato i piedi per finire così in basso?
A nessuno.
Non mi sembri uno abituato ai campi, le tue mani.. sono troppo belline.. delicate.
Sono un ingegnere.
Un ingegnere? E che ci fai qui allora?
Non ho trovato nessun altro lavoro.
Ma come è possibile.. non ci credo.
Credici. È la verità.
Ce la farai qui?
Non lo so. Spero di sì. E poi, non sarà per sempre.
Tutti quelli che vengono qui dicono la stessa cosa.. che non sarà per sempre. E poi, eccoli là, alla soglia della pensione.. smorti come pali della luce e rovinati nel corpo e nella mente.
Parli bene per essere un bracciante.
Non ci vuole una laurea a capire ‘ste cose..
Hai ragione. Quando si comincia?
Non avere fretta, c’è sempre tempo per spaccarsi la schiena.
Prima iniziamo, prima finiamo.
Non è detto. Qui cominci.. e non sai se e quando finisci.
E i diritti? I diritti dei lavoratori?
Diritti? Mai sentiti nominare.
E il sindacato? Che dice il sindacato?
Mai avuto niente a che fare.
Insomma! Questo posto non fa per me.
Scusa.. ma non avevi detto di non avere scelta?
No, ho solo detto che non avevo trovato nessun lavoro.
Mi sembra la stessa cosa.
È qui che ti sbagli. Non è la stessa cosa.
Puoi spiegarti meglio?
Il problema non è scegliere tra il lavoro più pagato e quello meno pagato.. è scegliere tra lavoro e sfruttamento al limite della schiavitù.
Se parli così, tu puoi scegliere davvero, io no.
Certo che puoi scegliere.
Ingegnere.. hai famiglia?
Sì.
Intendo dire: hai figli?
No, figli no.
Allora non puoi capire.
Non accetto la tiritera che uno deve piegarsi perché ha figli da mantenere.. così non si va avanti.
Gli occhi di tuo figlio.. non puoi resistere agli occhi di un figlio.
Sciocchezze! Qui si deve lottare per i propri diritti.
La fame non ha diritti.
La fame esiste perché qualcuno fa in modo che esista.
Tu pensi troppo, ingegnere.. ed io debbo portare a casa la pagnotta.

sabato 28 luglio 2012

Anna My (prima puntata).


Anna My a quel funerale non ci voleva proprio andare. Ai funerali ci stava davvero male. Tanto che se cedeva alla tentazione e finiva per andarci, poi dovevano riaccompagnarla a casa mezza svenuta. No mamma ti ho detto che non ci vado, lo sai che mi prende così. D’accordo mamma, ai funerali stanno male tutti, non solo io, ma io ci sto male di più. Non mi importa se non diventerò mai una donna. E non mi importa neanche di imparare certe cose. No che non sono una figlia debosciata. E adesso non piangere, altrimenti non si capisce chi è la bambina tra me e te. Anna My esce di casa col solo pensiero di andare nella direzione opposta a quella del funerale. Ma per strada incontra Ludovica Linciano e sapete che le dice? Che al funerale ci va anche Giorgio. Giorgio! Avete capito? Giorgio! Quello per cui tutte sbavano. Quello per cui anche la professoressa di disegno aveva un debole. Quello per cui Stefania Romano aveva minacciato di suicidarsi gettandosi dal balcone di casa. Anna My lo sapeva che non stava bene fare certi pensieri con un morto ancora caldo. Ma se uno è morto è morto e non poteva più dargli fastidio nulla. Come dici Ludovica? Giorgio è parente stretto del morto? Claudio Scoletta, andatosene a soli cinquantadue anni, era zio di Giorgio? E lei come cazzo è che non lo sapeva? Non lo sapevi perché abitava a Milano e l’hanno portato qui che era già bello che morto. Grazie Ludovica. Tu sì che sai sempre i cazzi di tutti. Grazie davvero. Ma giacché sei qui a non far nulla, perché non mi accompagni? Su dai, non volevo certo offenderti, permalosa!

venerdì 27 luglio 2012

IL SUONO DELL’OROLOGIO di Anastasia Leo (Luca Pensa Editore, collana Graffiti)


Il suono dell’orologio, opera prima di Anastasia Leo, giovanissima autrice salentina, è una raccolta poetica di trenta liriche (tutte numerate) che appare sospesa – se possibile – tra Simbolismo francese e Beatnik americano, ma mortiferamente viva e a suo agio nella nostra terra, a meridione dell’Occidente. Ovvero sia: non si lasci il lettore fuorviare da un approccio superficiale in cui vengono all’occhio questi pur indubitabili accostamenti stilistici, il versificare della Leo è personalissimo e meglio può essere colto tenendo presente che il Salento ha un lato oscuro ricco di mistero e suggestioni dall’afflato gotico: “L’oblio di / un’esistenza / senza vita … / L’angoscia di un muto silenzio / raccontato ai / cancelli chiusi / di un cimitero in croce …” (1), tanto per cominciare. Con una forza evocativa terribile e dolce al contempo, che solo un’anima adolescente può far materializzare su carta, l’autrice ci dona tuttavia frangenti di inaspettata maturità: “Le parole senza senso / che escono dalla bocca / degli uomini / sono come le foglie d’autunno / al vento: / scappano dalla propria origine / senza rendersene conto” (14) . Forse in Anastasia Leo scorre un DNA poetico, come chiosa Vito Antonio Conte nella postfazione, oppure è la sua anima adolescente, cui Stefano Donno rende giustizia nello scritto introduttivo, a segnare la profondità di queste liriche; quello che sembra fuori dubbio è che l’autrice faccia la sua discesa nell’immensità del suo giovane Io e ne esplori le sue più intime cavità: “… E lentamente muori / nei tuoi silenzi di ghiaccio / nei sogni che fai di notte / … E lentamente muori / mentre con lo sguardo fisso di fronte a te / accarezzi il gatto / seduto sulla pesante poltrona …” (8). Ciò che colpisce, al di là della passione presente nella raccolta, è la crudezza di alcuni passaggi: “Ho scritto merda sulla carta igienica… /  Non ho grana nemmeno per comprare / uno schifo di pezzo di carta…” (3), a conferma che l’autrice sembra essere ben consapevole, in barba all’età anagrafica, che la poesia non è quel contenitore di melensa leggiadria che aleggia sulla bocca dei meno ferrati, ma è fuoco e fiamme, o struggente abbandono: “Nei misteri della notte / si nascondono / i sogni perduti / per sopravvivere alla morte…” (20). Un abbandono alla poesia pura (non purista!), una poesia che si trova ovunque si riesca a scovarla e metterla nero su bianco, anche in quei locali fumosi e claustrofobici che la Leo, tra le righe, evoca. Sogni e incubi metropolitani che ammiccano al desertico onirismo del Sud di tutto, dove è facile perdersi e dove solo la poesia può addentrarsi. Atmosfere ad un tempo rarefatte e al vetriolo quelle dipinte nella raccolta, luoghi arcani che la poetessa frequenta come suo habitat naturale e che, seppur in filigrana, non ha paura di mostrare.
Il suono dell’orologio batte sulle tempie con un ritmo ossessivo e, così facendo, apre le porte a sensazioni che oggigiorno sembrano nuotare nel torpore, ma che, con tutta evidenza, non sono morte.

giovedì 26 luglio 2012

Un iter soletano (ancora su Tafuri). Parte 2


A questo punto dell’itinerario, avendo raggiunto il domus del nostro, ci si aspetterebbe uno stop, se non definitivo almeno prolungato. Ma sarebbe un torto tralasciare così, senza neanche un cenno, altri luoghi soletani, intesi non solo come testimonianze monumentali o come luoghi di storia, ma anche come luoghi geometrici[1] ricchi di simbolismo, densi di storia e di storie, ognuna con le sue particolarità e suggestioni.
In questo modo, proseguendo per via Tafuri, ci immettiamo su via Perrino, raggiungendo il largo della Chiesa Madre. Questa risale alla fine del XVIII sec., e prende il posto di una ben più antica chiesa medievale di rito greco[2].
Il campanile[3] della chiesa, elevato a monumento nazionale, è la guglia che Raimondello Orsini del Balzo, conte di Soleto[4], fece erigere nel 1397. La guglia, alta ben quarantacinque metri è il simbolo di Soleto. Un’esplosione di ricchezza, di fantasia di decorazioni: fiori, archetti, teste scolpite, colonnine, mettono in difficoltà l’osservatore, confondendolo e facendolo smarrire in una miriade di cose che sembrano ruotare vorticosamente e senza pace. Quando si parla della guglia di Soleto non ci si può esimere dal menzionare la leggenda[5] popolare che la vuole eretta dalle streghe e dai diavoli in una notte tempestosa. Capo dei lavori non poteva che essere Matteo Tafuri, il mago. Il tutto si svolse ad una velocità soprannaturale, ma ci fu un imprevisto: la luce dell’alba e il canto del gallo colgono impreparati questi occulti costruttori, così che l’opera viene interrotta e i diavoli vengono pietrificati ai quattro angoli della guglia.
Fuori da leggenda, al termine del Trecento Raimondello diede inizio all’edificazione della guglia, una costruzione senza precedenti nel Salento, per imponenza e valore socio-politico.
Nel 1323 Soleto rientrava nella definizione di casale, in altre parole un centro abitato privo di mura di recinzione, porte d’accesso e torri. Un borgo rurale aperto, sprovvisto di fortificazioni, eccezion fatta per le torri di avvistamento.
Il clero di rito greco e la maggior parte della popolazione, non dovette vedere di buon occhio quella costruzione, che altro non era – o non appariva – se non un monumento alla magnificenza del principe. Una celebrazione della sua potenza, ma non solo, era anche un pezzo di latinità che piombava come un fulmine al ciel sereno a turbare le tranquille notti della grecità. Il rifiuto degli ecclesiastici greci si alimentò del malcontento della cittadinanza, tra cui c’erano personalità di spicco, come il nostro. A voler cercare un significato profondo della leggenda tafuriana, si potrebbe scorgere “una sfida greca, alimentata dal vento dei timori, dei sospetti e delle congetture sacrileghe”[6].
Nella realtà dei fatti, però, la Chiesa divenne proprietaria della guglia, e, come in precedenza ricordato tentò anche la strada per una conversione della stessa a campanile, e quindi da strumento laico – simbolo di un umanesimo troppo libertino – a strumento religioso e spirituale. Ma l’esperimento campanario fallì, e la guglia ritornò alla sua funzione originaria, per l’epoca tutt’altro che disprezzabile, di torre d’avvistamento

(Nota bibliografica: Luigi Manni - Dalla guglia di Raimondello alla magia di messer Matteo / Luigi Manni. - Galatina : TorGraf; Luana Rizzo - Umanesimo e Rinascimento in Terra d'Otranto: il Platonismo di Matteo Tafuri: Besa Editrice).






[1] Qui si intende per luogo geometrico, un luogo con diverse valenze: dalle più “semplici” valenze storiche e monumentali, alle più complicate, ma non meno affascinanti, valenze architettoniche – intese anche e soprattutto come calcolo geometrico-matematico. Non sfugge, a chi si sia interessato alla filosofia e alla letteratura magica, un richiamo al pitagorismo e al simbolismo posto dietro ai numeri e alle costruzioni che con i numeri sono innalzate.
[2] Il rito greco scompare da Soleto alla fine del XVII sec.  Di questo di parlerà più avanti.
[3] La guglia orsiniana non fu edificata con destinazione campanaria, anche se a un certo punto l’Ecclesia soletana ritenne opportuno dotare di campane la torre. Queste però non ebbero vita facile, resesi co-responsabili, insieme al maltempo, dei danni subiti dalla guglia, furono rimosse. 
[4]  Fu Giovannantonio Orsini del Balzo, principe di Taranto e conte di Soleto, figlio di Raimondello a completare la costruzione della guglia, riprendendo là dove l’aveva lasciata il padre.
[5] Una sezione particolare del libro si occuperà di questa leggenda.
[6] Dalla guglia di Raimondello alla magia di messer Matteo, Luigi Manni, p. 17.

martedì 24 luglio 2012

Spazio e tempo 0.4


Uno dei primi tentativi di affrontare la tematica relativa allo spazio, e più in generale, di approccio allo studio della natura, fu sicuramente quello dei pitagorici. Per questi l’idea di spazio era rapportabile agli iniziali progressi dell’aritmetica e della geometria di Pitagora.

Zenone di Elea, con i suoi celebri paradossi, mette in luce le difficoltà inerenti a uno spazio concepito dai pitagorici in modo geometrico, divisibile all’infinito. Le difficoltà logiche sollevate dagli eleati vengono aggirate da Leucippo e Democrito, che riducono lo spazio al vuoto infinito che circonda gli atomi materiali. Né Platone né Aristotele, però, accolgono il meccanicismo democriteo, sicché solo in età moderna l’idea di uno spazio vuoto elaborata dagli atomisti troverà nuovi sviluppi. Platone tenta nel Timeo una ripresa del concetto pitagorico di “regione” (chōra), intesa come spazio cosmico originario in cui la materia primordiale e le forme ideali si compenetrano dando vita all’universo. Per Aristotele, invece, lo spazio si identifica con il luogo (tòpos) o limite dei corpi; lo spazio dell’universo risulta pertanto dall’insieme di tutti i limiti corporei. Ne deriva che lo spazio è un’entità finita coincidente con l’ultimo cielo delle stelle fisse. L’universo aristotelico non è dunque situato in alcun “luogo” o spazio e non comprende, né all’interno né all’esterno, il vuoto.
In polemica con Aristotele gli stoici e gli epicurei pensano lo spazio come un’estensione infinita e incorporea, che si estende oltre i limiti del cosmo: secondo Lucrezio (De rerum natura, v), una freccia scagliata oltre i confini dell’universo finisce per sempre in qualche luogo o spazio. La concezione stoica, unitamente a quella neoplatonica, che considera lo spazio come un’emanazione dell’Uno divino, domina l’alto medioevo, mentre la tarda scolastica preferisce collegarsi alle concezioni aristoteliche.    


lunedì 23 luglio 2012

CAFE’ DES ARTISTES di Angela Leucci (Lupo Editore, collana MINI)


Se in questa landa estrema chiamata Salento, assolata e arida, dove imperano la pizzica e il reggae, e dove tutto sembra ruotare attorno a queste premesse geofisiche e culturali (anche certa letteratura) possa giungere una ventata d’aria fresca proveniente d’Oltremanica o magari d’oltre Atlantico è sicuramente difficile dirlo, ma Café Des Artistes di Angela Leucci fa sperare per il meglio.
L’opera in questione, una raccolta di racconti noir – neri che più neri non si può, ma muniti di un’ironia tagliente e tanti tocchi di surrealismo – accompagna il lettore (delle volte strattonandolo) in un viaggio inquietante e distorto, dove niente, o quasi, è come sembra. D’altronde l’autrice, figura anch’essa eclettica e poliedrica per suo stesso dire, partorisce un ensemble narrativo davvero originale sia per ciò che concerne personaggi e ambientazione sia per lo stile letterario. Si fa fatica a pensare che Café Des Artistes sia il frutto di una penna salentina: appena aperto il libro una prosa a metà strada tra un film di Lynch e uno di Tarantino aggredisce il lettore, che non può fare a meno di rimanere soggiogato dallo spumeggiare di verbi, citazioni, nomi, azioni. Sono proprio i nomi, alcuni estremamente suggestivi – uno su tutti: Michele Lamorte, ma anche Alessandro Manzoni – a iniziare chi legge ad un percorso in direzione di un mondo ai confini della realtà, pur rimanendo, nelle storie narrate, un senso di possibilità, di eventualità contingente che rende il tutto più ansiogeno. In questo senso vale la pena di ricordare che nella società umana tutto può accadere, anche ciò che potrebbe apparire altamente improbabile o addirittura impossibile. Il libro della Leucci, nel primo (e più lungo) racconto, o romanzo breve (a voi la scelta) che dà il titolo alla raccolta, prende le mosse da un locale ambiguo di un altrettanto ambiguo paese della provincia salentina. Il suddetto locale, lungi dall’essere il ritrovo più “in” della zona – così nell’immaginario del proprietario, prima dell’apertura – si rivela ben presto un porto di mare, dove confluiscono le più disparate/disperate personalità e dove, come nella migliore tradizione nera, avvengono fatti delittuosi. Spetterà ad una bionda combattuta e incessantemente in balia di pensieri grevi venire a capo delle intricate faccende. Personaggio non facile, nervoso, teso, la detective all’occorrenza sa donare momenti di dolcezza inaspettata e stupire il lettore sotto diversi aspetti. Ma la raccolta, che contiene ben venti racconti, non si esaurisce con le imprese poliziesche della fascinosa argentina (sì, avete capito bene: la detective è sudamericana), si addentra invece nei meandri bui della psiche umana, dove tutto è possibile, mettendo in luce anomalie e perversioni, stati mentali e fisici degni dei migliori incubi mai concepiti. Insomma: una fresca coltre di oscurità che ricopre il lettore col suo manto, senza soffocarlo del tutto, lasciandogli la possibilità di sbirciare da un buco adrenalinico le buie avventure dei protagonisti.
Due chicche sono poi i racconti scritti a quattro mani con Paolo Merenda, giornalista e scrittore dalla maniacale precisione e ricercatezza. Niente è lasciato al caso, tutto ruota attorno alla capacità dei due autori di fondere insieme il proprio sentire e le proprie tecniche, con un risultato veramente intrigante. Ultimo punto, ma non meno importante, le numerose citazioni che l’autrice dissemina nella raccolta, molte delle quali di originalità e acutezza notevoli. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi è tempo di metterli da parte: anche il Salento ha il suo lato oscuro, perlomeno in letteratura.




domenica 22 luglio 2012

Tra Scilla e Cariddi ci sono tanti altri mostri peggiori

Bene, anzi male. Il nostro bel Salento che, nel caso occorresse ricordarlo, in questo periodo diventa il testimonial di se stesso incarnando perfettamente (??!!) l'emblematico suo essere "sole, mare e vento", tiene a dire a noi tutti, un po' rincretiniti dal caldo e dalle vacanze (chi se le può permettere, dico!), che siamo alle solite! Siamo alle solite con il menefreghismo/lassismo/qualunquismo. Mentre Porto Selvaggio è di nuovo a rischio cementificazione (notizia già trapelata ormai da diverso tempo e all'ordine del giorno sui quotidiani ah! Se fosse tra noi Renata Fonte!!), le prove del TFA di Lecce - come ben scrive Martina Gentile sul Paese Nuovo di oggi (22.07.2012) - si rivelano essere l'ennesima presa in giro di persone assuefatte a qualsiasi sopruso e angheria, le vie e le piazze del capoluogo sono invase da cartacce ed erbacce, strade e superstrade sono a rischio propagazione incendi, le vittime in mare salgono e quelle di violenze anche, mentre avviene tutto ciò, appunto, il sonno della ragione ha preso la maggior parte della cittadinanza che, complice la congiuntura economica (??!!) e la debilitazione per tanti giorni, ore, minuti di lavoro si abbandona al torpore della controra. La prima cosa che ci si sente dire non appena provi ad affrontare il minimo problema è che dopo una giornata d'intenso (?!) lavoro (?!), uno non ha voglia di pensare a "cose serie", ché tanto i politici sono tutti uguali, che non cambia niente, che a nessuno interessa davvero niente se non rientra nel proprio personale tornaconto. Stanchi troppo stanchi questi uomini d'oggi, anche solo per usare il cervello e riflettere, ché riflettere costa fatica e magari si fa pure sangue acido. Anni e anni di berlusconismo (ma non solo) saranno pur serviti a qualcosa, no? Anni e anni di non-opposizione saranno anche quelli serviti a qualcosa! Se il senso civico è ormai ridotto a un lumicino - e ben venga che quel lumicino continui ad ardere - non è detto che si debba spegnerlo del tutto. Qui non si prospettano soluzioni da bacchetta magica - quelle lasciamole a chi fa populismo e demagogia - ma auguriamoci di incominciare (di nuovo?)  a usare un po' di più il cervello e il cuore. Solo questo. Forse, come auspicava qualcuno, una rivoluzione poetica non sarebbe male.

sabato 21 luglio 2012

Azimut (su come inimicarsi chi non vede oltre il proprio naso, in specie i finti buoni, altrimenti detti ipocriti)


"Un rumore gutturale sale dallo scarico del sanitario e invade il corridoio. Contemplando l’opera estrema, che comporta strani odori di muschio e felce, posso vedere la forma che assume la merda prima che scenda negli abissi dello scolo. Una struttura conica, come di aspidi che s’attorcigliano. Evoco evacuando. Ma anche il biscottino della nonna. Sapete? Quello che sembra un cuore.
Poi la zanzara si fa viva. Sempre a quest’ora del pomeriggio. Sempre la stessa puttana di zanzara. Viene per me. Viene a  succhiarmi il sangue. Ma io di sangue ce ne ho poco. Odio tutto ciò che vola. Compresi gli uomini che dall’alto ti guardano come fossi un verme schifoso. Li odio. Ma un po’ li trovo buffi. Così a modo, così educati, anche quando fingono di essere violenti, irrispettosi. Basta minacciarli e abbassano la cresta. Minacce fisiche, intendo. E già. Sempre la stessa vecchia storia. Parlano, parlano, non la smettono mai di parlare. Inveiscono, si irritano, si azzuffano. Ma solo verbalmente però. Mai che vadano oltre il verbo ‘sti pidocchi. Appena fai per mettergli le mani addosso, si scansano, gesticolano effeminati. La violenza fisica è sempre un’arma risolutiva, l’ultimo baluardo all’idiozia, all’incretinimento. Così mi dicono che sono fascista, o peggio nazista. Io li mando gentilmente a cacare. Loro confondono il puro essere fisico con l’ideologia. Che idioti! Loro confondono tutto. Niente li sopravvive. È tutto incastonato nelle loro menti grinzose, sfatte, consumate come candele. Non sono più animali. L’istinto è andato a farsi friggere nell’olio dei loro pensieri sciagurati. Loro non pensano nulla di proprio, ed eccoli a invocare Nietzsche. Non lo lasciano mai in pace. Lo tirano sempre in ballo, lui che non vorrebbe certo ballare con dei fantocci. Mi sfugge l’ordito delle loro trame, mi scappa. Io ho il mio di ordito. Sono io il mio ordito. Non aspettatevi nulla da me. Caccole. Ho imparato a filare, a tessere. Meglio di chiunque altro. La mediocrità, anche se tinta di nuovo, tira giù. La mediocrità è amica della legge di gravità. Costringe i corpi a seguirla in basso. Loro non sono buoni nemmeno a fare i lacchè. Servono, è vero, ma lo fanno male. Sono dei cattivi servitori". 

(Zeiong Utemberg, pseudo-scritto, XIII Sec. d.C.
redatto in pseudo-tempo)

venerdì 20 luglio 2012

CRONACHE PRECARIE di Greta Rosso (Aìsara, collana Yakamoz)

La poesia che Greta Rosso incide col fuoco nella sua raccolta Cronache precarie penetra sotto pelle come un’iniezione di adrenalina mista a curaro, in grado di far elettrizzare ogni singola cellula oppure di paralizzare nell’attimo istantaneo dei versi: “Stabilire un’età ragionevole per il decesso. / Lasciare la camera in ordine, / possibilmente il letto rifatto” (Senza progetto. II). Un’incredibile potenza evocativa scevra da trucchi ad effetto, quasi una post-poesia, in perfetta ragion d’essere in questo scorcio di millennio appena iniziato, che viene in qualche modo stigmatizzata già dal titolo. Certezze e incertezze relative, cangianti, confluite nella pagina come elastici drammi dell’odierno sentire: “Il mio ciclope ha un occhio solo che piange sangue / Le cose possono essere il peggior tradimento alle cose stesse / Io stessa non so porre fine al mio turbolento malumore” (Universare) e ancora: “Quando giocavo a solitario baravo / seguivo da sotto fogli sottili i contorni dei volti / la notte mi cingevo la vita col mio braccio sconosciuto / mi davo conforto per i soli miei lividi / il mio più grande desiderio era svenire” (Storia isteria. II). Greta Rosso scrive senza pietà, senza freni inibitori e, proprio per questo, tocca le corde di un dire oltre le righe, che non conosce recinti ingabbianti e non vuole conoscerli. Poesia corporale oltre che mentale, slegata da regole e stordente, che trascina il lettore verso antri sperimentali: “il tempo non esiste / è fermo / non c’è mai stato” (Senza progetto. 6). Una sensazione di strana inquietudine percorre il lettore che si cimenta tra le pagine di quest’opera, come se un moto di surrealtà quotidiana (e il fatto di essere quotidiana si rivela tutt’altro che rassicurante) potesse tagliare trasversalmente le umane esistenze, donando a queste ultime quel tocco di follia che, non fosse abbastanza di questi tempi, restituisce un universo roteante e indecifrabile, intuibile soltanto per maldestri tentativi. Tuttavia, le liriche dell’autrice non sembrano rassegnati epitaffi alla vita, bensì parole che pungolano, talvolta sfiorando il sarcasmo, affilate come lame: “Il segreto sta nell’idratazione. / Ti stupiresti di quante gocce vuote cadono nelle comuni conversazioni / gocce che cadono a terra e sparita ogni traccia di sorgente” (Piccolo requiem per vapori). La Rosso non ha paura di guardare nell’abisso – con buona pace di Nietzsche – o meglio, nei tanti abissi che, giocoforza, un immenso Universo ci propina. Non ci è dato sapere se l’abisso guarderà davvero dentro di noi, ma forse l’abisso è solo un punto qualsiasi dello spazio, un punto che noi tocchiamo di passaggio per poi togliere il disturbo: “Come si scrive un inventariato? Te lo dico io: / si scrive con la lista precisa dei corpi che siamo stati / delle  mani che abbiamo sfiorato per errore / dei distacchi di cute che ci hanno resi più terrigni / delle bocche indicibili, notturne, a progetto di parole” (Racconti in forma di cinque righe. XVIII). uQuaQ Tra l’enormità di raccolte di versi sciorinata dall’odierna scena editoriale, Cronache precarie si distingue per originalità e spessore, audacia e ricercatezza espressiva; un libro dai connotati carnali in questo nostro mondo post-industriale. Come dire: la carne e Moloch.