venerdì 19 ottobre 2012

Se il libro ammicca al ventre



Al giorno d’oggi, in ambito letterario, sembrano tutti ossessionati dalla spasmodica ricerca del nuovo che, troppe volte, fa rima con storie shoccanti, che fanno impressione, non di rado intrise di scimmiottamenti pulp. Allora se il povero autore non presenta un testo sconvolgente e pruriginoso, viene relegato in soffitta, tra il vecchiume del déjà-vu. Ebbene, ci si potrebbe chiedere – e sarebbe una domanda più che legittima – cos’è o cosa dovrebbe essere davvero un libro. E come dovrebbe essere una storia raccontata in un libro. Un’idea sana di cosa sia “libro” potrebbe essere la più ovvia: il racconto di qualcuno che abbia qualcosa da raccontare. Un’ovvietà, sì. Ben meno ovvio risulta, invece, raccontare senza voler stupire a tutti i costi. Un libro può essere un buon libro anche se privo di trovate ad effetto. Un libro non è un film né una striscia di fumetto. Sono diversi i tempi e gli spazi. È diversa la profondità con cui vengono caratterizzati i personaggi, sono diverse le modalità d’approccio ad ogni singolo particolare della storia. Sento già qualcuno replicare che i tempi (quelli veri) sono cambiati, che il pubblico è smaliziato, che è sempre alla ricerca della novità che sconvolge, del sangue, delle lamiere contorte dentro cui s’adagia la morte. Non si spiegherebbe altrimenti la morbosità con la quale i media danno in pasto a milioni di persone gli episodi di cronaca nera: vere e proprie rasoiate all’informazione e al buon senso. E poi, nell’era di internet e dei social network l’idea stessa di libro a molti comincia ad apparire obsoleta. Se il pubblico dei lettori è colpevole (dai, per una volta diciamo pane al pane e vino al vino!) di scegliere ciofeche travestite da best sellers, gli editori e gli stessi autori non sono certo degli innocenti agnellini. Il circolo in questione è oltremodo vizioso. Abbiamo a che fare con un gigantesco uroboro senza né capo né coda che tutto inghiotte. In un sistema talmente malato, è difficile individuare una falla, una perdita, un qualsiasi anello debole da attaccare. 
Rosa Luxemburg  diceva che il primo atto rivoluzionario consiste nel chiamare le cose col loro nome. Dunque, perché non si può dire che la merda è merda?