mercoledì 21 maggio 2014

IL VESTITO E LA VOCE, Pensieri, di Isabella Dilavello (Marco Del Bucchia Editore)



Care amiche, cari amici, per le recensioni di Linea Carsica, vi proponiamo questo bel lavoro di Isabella Dilavello. Buona lettura.

«La luce di alcuni giorni è invadente. Spiana, non / si trattiene. / La luce è invadente e tocca, carezza ogni cosa» (Non esistono stati d’animo adatti, p.49). Basterebbero queste poche parole, forse, a illuminare – mi si perdoni il gioco – la vena lirica di Isabella Dilavello, che in questo scritto di prosa poetica (dal forte afflato teatrale) Il vestito e la voce, (Pensieri), Marco Del Bucchia Editore, appare un fiume in piena. Quel che sembra certo è che nella presente opera l’anima teatrica dell’autrice viene fuori in tutta la sua potenza espressiva, in brani che appaiono compiuti nello scritto e soprattutto nell’oralità, nella pronuncia, nella vocalità. Qui, l’arcinoto flusso onirico, a tratti surreale, del poeta maudit, non sfocia mai nell’autocompiacimento, né si regge su esclusivi viaggi psico-poetici, la “prosa materica” della Dilavello, pur colma di suggestioni al di là dello spazio e del tempo, mantiene uno stretto contatto con la realtà, donando all’intero lavoro una credibilità quasi post-realista: «Da principio sono stata contenuta nel corpo di un’altra donna. / No, da principio sono stata pensata, ma non così / come sono» (S/madre, p.58); e ancora: «Ci sono piante da vaso. / E ci sono piante che affondano fiduciose le loro / radici in un terreno fermo» (L’appartenenza, p.59). Nel tramestio della Dilavello, poetico, psichico, biochimico, tutto può accadere, nessuna porta sull’eventualità viene chiusa, mentre un dinamismo quasi futurista s’insinua tra gli aggettivi, i sostantivi, le locuzioni. È la parola parlata, ma mai banale. È la parola pronunciata, declamata, dal palcoscenico così come da una stazione ferroviaria, dall’orto dietro casa o da lande desolate.
Il vestito e la voce è un’opera matura, che mai ripiega su se stessa cedendo a lusinghe adolescenziali. Qui non v’è il cruccio dell’eterno immaturo, né solo il vezzo d’un amore perduto, oltraggiato dagli eventi. Qui vi è una stazione da cui partire, sempre e comunque, forse verso mete inarrivabili, ma pur sempre da bramare. Ed è proprio la stazione (in questo caso ferroviaria), reale o metaforica, a suggerire il dinamismo, la fluidità o, come la stessa autrice sottolinea, il transito: «Amo le stazioni. Le linee di fuga disegnate dagli / incroci dei binari» (Stazioni e transiti, p.79).
“Realtà”, in questo scritto, non è sinonimo di piattume né di fosca quotidianità, perché pur negli angoli bigi, bui addirittura, si intravede un desiderio di “resistenza” . La poesia, il teatro, le arti visive, la musica, possono essere non solo bellissime forme d’espressione, ma dei veri e propri baluardi del resistere, con creatività e trasporto, in quest’epoca di falsa socialità. La concreta matericità poetica della Dilavello sembra affondare le proprie radici in una ricerca a tratti filosofica, dove l’animo umano è ben scandagliato, conservando tuttavia una certa dolcezza, che di tanto in tanto sembra fare capolino tra i momenti crudi, quasi spietati, che l’autrice non risparmia a se stessa e al lettore. Il ritmo ossessivo di alcuni frangenti «Non pensare. / Non pensare. / Non pensare. / Il vicino di casa urla contro il suo telefono. / Non sento le urla del telefono. / È un litigio monco, non ha soggetto, non ha risposte» (Il prossimo rumore, p.62) viene spesso stemperato – ma non annullato – da momenti di magico lirismo: «All’arrivo gli occhi sono asciutti. Hanno / consumato tutta la loro umidità per quella notte. / Si rallenta ad ogni stazione e non ci sono / bambini a salutare il treno che passa. Non è la / loro ora. Ma nell’aria c’è ancora il disegno / della loro mano che s’agita […]» (Bambini che salutano i treni, p.84). Tutto, in questo lavoro, segue delle traiettorie spazio-temporali che attraversano l’umano e il cosmo, toccando ogni corda esistenziale; allora non rimane che percorrere questa via poetica, in silenzio, ascoltando la voce dell’autrice, che presto si diffonderà dalla scena.