DI NOTTE VADO A RUBARE LE STELLE di Maria Francesca Giordano (Edizioni Esperidi)

 


Di notte vado a rubare le stelle
di Maria Francesca Giordano (Edizioni Esperidi)

 

 

 

«Perlustrare i ricordi

e trovare parole fiammanti

tra luoghi, paesaggi, radici.

Sentire l’estraneità che ci afferra.

E, dietro, una voce già nota,

il dilagare di un’ombra

segugia che ci accompagna

e ci riporta a casa».

 

Intro, p. 36

 

 

 

 

C’è un gesto originario e audace nel titolo di questa raccolta di poesie, edita per i tipi di Edizioni Esperidi nel 2023, «rubare le stelle». Non accontentarsi di contemplarle da lontano, ma andarle a prendere, di notte, con passo furtivo e mani desiderose. Maria Francesca Giordano, scrittrice e poetessa, costruisce attorno a questo gesto emblematico un intero universo lirico, in cui il furto notturno non è infrazione ma atto d’amore: la stella rubata diventa, nelle parole conclusive della poesia omonima, «perla di luce per chi mi vuol bene».

La nota introduttiva di Maria Gabriella Bustini inquadra con lucidità la poetica dell’autrice: Giordano distilla la propria esperienza del reale attraverso metamorfosi in figure animali, vegetali e astronomiche, facendo di ogni verso una narrazione e di ogni narrazione una finzione nel senso alto del termine, figura cosciente di una condizione esistenziale. È una poesia che non si accontenta di descrivere ma vuole costruire ponti, mettere l’interlocutore nelle condizioni di comprendere, condividere, fare proprio il messaggio veicolato dall’autrice.

La raccolta si apre con la poesia-manifesto (p. 13) che dà il titolo al volume, e già qui si rivela la cifra stilistica della poetessa: un linguaggio diretto e nitido, capace tuttavia di accensioni liriche intense. La voce poetica si inerpica «impavida sopra una nuvola / su irti e aspri camminamenti», immerge le dita «nella magica coltre degli astri», per poi tornare al giorno con la sua durezza: «petali infranti sono le ore / nel pugno ostinato della mia mano», senza però cedere alla rassegnazione. Il movimento è sempre circolare e vitale; difatti, ogni notte si torna a rubare, perché la luce va cercata, conquistata, ridistribuita.

Le stagioni scandiscono buona parte della raccolta come archetipi dell’esistenza. In Estate (p. 17) «il sole d’agosto ha estasi / e cicli tempestati di passioni», ma l’estate porta con sé anche «l’odore più acre / delle cose che sono andate…»; come dire che la bellezza e la perdita si tengono per mano. In Alle soglie dell’Autunno (p. 27) lo scirocco «ammorba» e «tiene in ipossia», eppure la voce poetica sa che «nella ciclicità di un anno torneremo / alla vita strillata e vivace». C’è sempre, in Giordano, una fiducia tenace nel rinnovamento.

Particolarmente riuscita è Genesi (p. 23), che rilegge i quattro elementi classici – Aria, Acqua, Terra, Fuoco – come ingredienti di una ricetta esistenziale e poetica insieme: «Impastiamo i quattro elementi / come fecero i più antichi pensatori». Qui il verbo impastare, concreto e artigianale, riconduce la poesia alla dimensione del fare, dell’arte poietica cara all’autrice. La Terra è «madre e nutrice, oltraggiata dagli abbandoni»; il Fuoco «riscalda e divora» con le sue lingue che «non hanno torto». È una cosmogonia personale che si fa etica della cura.

La memoria e l’affetto trovano voce in Ieri (p. 33), con le sue immagini di estate meridionale: le cicale, l’azzurro intenso «come un frutto maturo, la vigna pronta, il «jubox che erogava motivi a gettoni»; e in Ritratti d’infanzia (p. 52), tenerissima istantanea di bambini con «occhi grandi colore del mare», «biglie di vetro», «un pesce rosso di nome Pietro» e «un gatto svampito di nome Peluche». Qui la poesia si fa filastrocca della sera, ninna nanna, incanto domestico; la semplicità è tutt’altro che futile ingenuità.

Giungono, poi, le dimensioni dell’incertezza di Come una preghiera (p. 57): «Figlio è parola-mistero, rebus, mondo, sciarada […]» e quelle spirituali di Via Crucis (p. 69), una poesia raccolta e luminosa, in cui il paesaggio notturno –  una stella che corteggia la luna, gli alberi addormentati, i rintocchi di una campana – si fa cornice a un gesto collettivo di fede. E in Sul tempo che scorre (p. 59), la riflessione si fa quasi senechiana: il tempo non procrastinato, coltivato come una pianta, vissuto senza tracannare ciò che è già consumato.

Come osserva acutamente Bustini, in questa raccolta si avverte «uno stupore continuo che si fa fremito vitale»: la natura è sempre movimento, la vita è garanzia di speranza anche nella sua complessità. Giordano non mistifica la realtà né si consegna allo sconforto; la affronta con «lucida analisi» e con l’audacia di chi sa che guardare in profondità non deve costare la gioia di vivere.

Di notte vado a rubare le stelle è una raccolta che si legge con il senso di chi riceve un dono; esattamente quello che l’autrice promette negli ultimi versi della lirica iniziale: «una lucciola […] sul sentiero», «una fiaccola nell’antro buio», «goccia di sole smarrita nel cielo».