E i sassi e i fiori di Laura Bertolini (Attraverso Edizioni)
«Sola come un papavero,
nonostante i bocci intorno,
dentro a un vento ostile
che ti abbatte
un colpo dopo l’altro
sgualcisci».
Papavero, p. 31
Care
amiche e cari amici di Linea Carsica, siamo felici e onorati di ospitare
nuovamente la poetessa Laura Bertolini. A distanza di qualche tempo, i suoi
versi ritornano a deliziare e infiammare le nostre pagine. L’occasione è la
lettura di una pregevolissima silloge, E i sassi e i fiori, pubblicata
per i tipi di Attraverso Edizioni, nel 2024.
Con
quest’opera, Laura Bertolini approda a una raccolta che è, prima di tutto, un
atto di resa dei conti con il tempo e con la memoria. Come sottolinea Valentino
Fossati nella prefazione, questo libro non si limita a parlare del ritorno, ma è
il ritorno stesso, nella sua forma più assoluta e irreversibile. Dopo quasi
undici anni trascorsi a Davis, in California — anni che hanno plasmato in
profondità la sua concezione di poesia come evento performativo e condiviso —
la scrittrice torna in Italia consapevole che nulla potrà essere come prima. È
questa consapevolezza a fare da ossatura emotiva e formale all’intera raccolta.
Il
concetto cardine attorno a cui orbitano le liriche è quello del «non-ritorno»:
una zona d’ombra in cui l’approdo non conosce reversibilità. Il prefatore
descrive con precisione questo territorio poetico come uno spazio segnato dall’abbandono,
dallo sradicamento, da un esilio interiore che persiste anche una volta
rientrati fisicamente in patria. La poesia di Bertolini sembra nascere proprio
da questa identificazione con l’oscurità: non la fuga dalla perdita, ma il suo
attraversamento, parola per parola, sillaba per sillaba. Il verso diventa così
necessità e mai ornamento, e il tempo si piega verso la dimensione del Kairos,
il momento esatto e irripetibile in cui la parola si manifesta.
Le
singole liriche confermano e amplificano questa tensione. In Lettera per una
figlia, la lirica di apertura, forse una delle poesie più toccanti della
raccolta, Bertolini rivolge alla figlia un «testamento emotivo» di
straordinaria misura. Sembra, infatti che nel momento in cui la mente si stanca
e il mondo appare precipitare, l’autrice suggerisca che «vedrai l’inferno nelle
rose / e la corteccia nei talenti» (p. 17). Resta, dunque, la verità essenziale
del naufrago, maestro nel rimanere a galla. È una poesia di addio che non si
piega alla rassegnazione, ma che trova nella fragilità stessa la sua forma di
resistenza.
Un’altra
poesia che mi ha particolarmente colpito (si può dire?) è l’inquietante Disordine:
«Ho perso la ragione così, / con le formiche nei guanti, / succhiando sassi /
in cerca di limoni» (p. 20). Mi si perdoni l’audace accostamento, ma come non
pensare all’omonimo pezzo (Disorder) dei Joy Division? O alla loro cupa
e devastante She’s lost control? D’altronde ho sempre creduto – e qui l’azzardo
si fa greve – che l’autrice, di cui ho avuto il piacere di leggere altre preziose
raccolte, avesse un’anima alternativa (punk? postpunk?) che ben si delinea nei
suoi lavori.
Felci
è invece una delle composizioni più sensuali e vitali del libro. Qui il corpo
si fa protagonista con urgenza: «Mi avvicino alla finestra / col turbine di
smania / e un corpo salivare, / sul camminare delle due dita / nei miei spazi
senza tregua» (p. 26). Difatti, in questa intensa lirica, il desiderio vibra
nei versi con una fisicità concreta, richiamata dalle dita, dalla cintura, finanche
dal sapore della frutta estiva. Eppure, il tutto è avvolto da una luce naturale
e quasi ancestrale, quella dei «risolini» delle felci, complici silenziosi di
un amore pieno e terreno. Qui la natura non è sfondo decorativo, ma
coprotagonista, ed è dunque tessuta nel vissuto emotivo con profondità.
Dal
canto suo, Il Silenzio dei fiori sembra spostare il registro verso la
perdita: «Dimmi dove cercarti, / se dormi tra i piedi dei fiori / se nel muschio
dei tronchi, / se debba rampicare i rami / o per trovarti / basti sollevare i
sassi» (p. 41). La «bacca di biancospino» diventa un’interlocutrice silenziosa,
cercata tra il muschio, i rami, i sassi. Essa appare come una presenza andata,
che nella memoria fisica rimane come nuvola in fiore, ma che l’acqua ha preso e
portato via. L’immagine finale del picciolo rimasto a sanguinare è di una forza
visiva rara, capace di condensare dolore e bellezza in un singolo fotogramma.
Abbraccio
di amica rivela invece una Bertolini capace di ironia sottile
e affetto autentico: «Finché il fumo del rancore non accenna / teniamo una
facciata da mostrare» (p. 48). In tre brevi strofe (qui ne abbiamo riportata la
centrale) disegna la geometria di un’amicizia vera, quella in cui si tiene la
facciata al mondo mentre in segreto ci si scambiano i rospi e si rovesciano i
firmamenti. La leggerezza non è superficialità, ma un modo diverso di portare
il peso. E Istruzioni per l’anno nuovo chiude il cerchio con un tono
quasi aforistico e impenitente: «Riunisci i tuoi pezzi dalla testa ai piedi. / Combina
l’ironia con il sapere, / Strofina i tuoi pensieri, sii gentile sulle / tue
ferite» (p. 56). La «sfida» è quella di riunire i propri pezzi, strofinarsi i
pensieri, essere gentili con le proprie ferite, ricordare che si vive come un
lampo e con disarmante semplicità
Quello
che emerge complessivamente da E i sassi e i fiori è il ritratto di una
poetessa che ha fatto del «confine geografico», temporale e affettivo, il suo
territorio d’elezione. La lingua di Bertolini è precisa e incendiaria al tempo
stesso, capace di muoversi tra il cosmico e il quotidiano senza perdere mai di
vista la dimensione umana, il volto concreto delle cose. Ancora una volta, Fossati
coglie con acutezza la cifra di questa Poesia quando la paragona alle note di
B.B. King: suoni che hanno eco anche se non hanno eco, che si perdono in un
riverbero profondo ma che, in qualche modo, rimangono lì. È esattamente così
che queste poesie restano dentro, come dardi scoccati per fare centro.
