ZIBALDONE SALENTINO II e altre rapsodie di Gianluca Virgilio (Edit Santoro)

 


ZIBALDONE SALENTINO II e altre rapsodie
di Gianluca Virgilio (Edit Santoro)

 

 

«Harundo -inis, hirundo -inis: in latino, la canna e la rondine. La somiglianza dei nomi (cambia solo una vocale) mi fa pensare al racconto di papà Pasquale, che ricorda l’estate di tanti anni fa, quando si villeggiava in campagna, e a sera le rondini, a migliaia, andavano a dormire nel canneto: ognuna come foglia oscillante al vento della notte».

 

Gianluca Virgilio, «La canna e la rondine», Zibaldone salentino II, p. 127.

 

 

 

 

Le pagine dello Zibaldone salentino II e altre rapsodie di Gianluca Virgilio, Edit Santoro, 2025, ci restituiscono il profilo di un libro singolare, che già nel titolo dichiara la propria prossimità a una tradizione di scrittura aforistica e meditativa. L’autore, che con sottile ironia si definisce un rapsodo, appare come un «tessitore di canti», un paziente illustratore di pensieri sparsi, che il tempo e la volontà hanno contribuito a dare forma.

Dagli scritti di Virgilio, emergono brani di grande densità riflessiva. Un esempio evidente di ciò lo troviamo in Il tempo passa in fretta, dove l’autore rovescia un luogo comune: non è il tempo a passare, siamo noi a passare, poiché esseri transeunti che hanno inventato il tempo per darsi l’illusione di controllarlo (e il potere sfrutterebbe questa paura per tenerci sottomessi). Quella di Virgilio è una prosa incisiva, che sa condensare in poche righe intuizioni di profonda portata filosofica, letteraria e umana.

Nella sezione sul dicibile e il diario, dialogando con Graham Greene e Giorgio Agamben, l’autore riflette sul fatto che ogni diario è un «regno di omissioni»: si può scrivere solo ciò che può essere detto, mentre il non detto resta fuori, eppure è lì che abita il pensiero più autentico. La scrittura, allora, vive in tensione tra la luce e l’ombra, tra il detto e il non detto.

Particolarmente toccante è la nota autobiografica intitolata Genealogia, in cui l’autore ricostruisce la propria linea familiare — da Fortunato, nato nel 1847, a Donato, a Pietro, a Giuseppe, fino a sé stesso — come una lenta migrazione dalla terra al pensiero, dall’essere contadini all’essere intellettuali.

Il saggio su Calligrafia e scrittura in Edmon Jabès e Guido Ceronetti propone invece una riflessione sulla grafia manuale come indice di equilibrio interiore e di relazione con gli altri: una piccola «apologia» della scrittura a mano in un’epoca di tastiere e altre diavolerie digitali.

Appassionato e pieno di meraviglia è poi Viaggio in Albania, che ricostruisce la storia di un’attesa lunga decenni — l’Albania dista meno di cento chilometri da Galatina, nel Salento, eppure per decenni è rimasta inaccessibile — e di un’attraversata finalmente compiuta, sulle orme dello scienziato ottocentesco Cosimo De Giorgi.

Con quest’opera, Virgilio apre, inoltre, uno scenario davvero interessante: quello del «non detto» e del «non dicibile», riportandomi alle lezioni di alcuni grandi pensatori che si sono confrontati con il limite del linguaggio, inteso non solo come semplice flatus vocis, ma anche come logos, da Wittgenstein a Derrida, da Heidegger a Russell. Molto più di un semplice problema di comunicazione, dunque. Qui è in gioco l’essere stesso. Porre la questione del non dire o, paradossalmente, del «dire senza dire», lascia aperte le porte a una sottile sfida, come se fossimo di fronte a un codice da decriptare, ammesso che un messaggio possa essere veicolato per mezzo di un mutismo connettivo, che – attenzione! – può anche risolversi in una superfetazione della parola. Come dire: se vuoi che qualcosa rimanga celato, mettilo in primo piano. È come se lo Zibaldone di Virgilio lasciasse un’impronta, una traccia da desecretare. In parole povere, ci spinge a voler sapere cosa c’è dietro. «Dire senza dire», dunque, è un modo per proteggere ciò che si cela nell’essenza delle cose. Ma se il «non detto» di cui parla l’autore ha un’importanza pari (se non superiore) al «detto», allora ci troviamo di fronte al desiderio di conoscere, di sapere. L’autore sembra suggerire al lettore che cercare a tutti i costi l’alētheia, il totale «svelamento», non sempre sembra essere una buona idea. Illuminare a giorno l’esistenza comporta dei rischi. Privare l’uomo dell’ombra, del suo cantuccio oscuro o, se vogliamo dirlo con Nietzsche, del dionisiaco, significa non solo esporlo al ludibrio di una luce eccessiva, ma anche renderlo orfano del mysterium vitae, di quell’«essere muto» che mantiene in vita l’insolito, l’inaspettato, l’indecifrabile. Non si tratta soltanto del non dire per pudore o per convenienza, ma del rivelare – cioè, velare nuovamente – la realtà per renderla più affascinante e, in ultimo, più godibile. Sulla questione si è pronunciato Giorgio Agamben – autore che, come detto in precedenza, viene richiamato da Virgilio in questo Zibaldone – che, nel suo Che cos’è la filosofia? (Quodlibet, Macerata, 2016, p. 59) scrive: «Non l’indicibile, ma il dicibile costituisce il problema con cui la filosofia deve ogni volta tornare a misurarsi. L’indicibile non è infatti che una presupposizione del linguaggio». I toni di Agamben possono apparire perentori, e ci sarebbe da riflettere se questi presupposti non facciano pendant con la riflessione heideggeriana sull’impoverimento del lessico. Tuttavia, a cosa tenderebbe il dicibile se non alla chiarificazione dell’oscuro? E siamo sicuri che una somma luminescenza rappresenti per noi umani l’opzione migliore? Con la «luce» occorre essere cauti, ce lo rammentano M. Horkheimer e T. W. Adorno in Dialettica dell’illuminismo: «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura».

Zibaldone salentino II e altre rapsodie è un libro che cattura il lettore fin dalle prime pagine, trasformandosi ben presto in una sorta di viatico per chi è disposto a lasciarsi condurre da un pensiero vivo e divagante, capace di passare dalla «filosofia del tempo» all’autobiografia familiare, dalla calligrafia alla geopolitica adriatica. L’autore non pretende di avere l’ultima parola, non vuole fermarsi in un pensiero fissato una volta e per sempre, sembra invece voler ripartire verso nuove mete. Da qui, neanche tanto velatamente, suggerisce al lettore di fare lo stesso.