Terra nullius di Doris Emilia Bragagnini (Anterem Edizioni)
«non
s’impara nel mondo del lupo
il
grigio del pelo scolpito dal vento
nel
gelo distante l’occhio sorretto dal ramo ne priva la corsa
l’onda
sul dorso voluta per sé è mano che scardina l’uscio
palmo
ammansito per scambio di fiato».
p.
29
Care amiche e cari amici di Linea Carsica, è
con enorme piacere che torniamo ad accogliere la Poesia di Doris Emilia
Bragagnini. Dopo Oltreverso e Claustrofonia, l’autrice torna in
libreria con questa nuovissima raccolta – Terra nullius, Anterem
Edizioni, collana Nuova Limina, 2026 – che abbiamo avuto il piacere di leggere
per voi. Si tratta di un’opera che abita con ostinazione e precisione una
soglia, quella tra il dire e il tacere, tra l’essere e il dissolversi. Terra
nullius, «terra di nessuno», non è soltanto un titolo, ma un programma
esistenziale e poetico, che si dipana nei luoghi dell’assenza. Bragagnini
costruisce una silloge che matura nell’essenziale, riproponendo quasi il tipico
gocciolio delle cavità carsiche (e qui, nel richiamare il termine «carsico»,
permetteci una piccola effusione d’affetto), che muove stilla dopo stilla. Una
parola che tocca il limen di una bellezza sospesa, che procede in un
risuonare solo e continuo, a tratti sonoro. La prima poesia, che dà il titolo
alla raccolta, stabilisce subito le coordinate di questo mondo sommerso. Ci
troviamo davanti a un’esperienza di confine: «smessa la circospezione / il
guado tentato d’arraffo leggero / la tela miniata del ragno sorpreso /
l’attraversamento infantile senza dare la mano […]» (p. 11), in cui i gesti appaiono
istintivi e senza protezione, proprio come un bambino che attraversa la strada
senza dare la mano a nessuno. Il paesaggio interiore è fatto di cose che non si
toccano e non sono stabili, e si chiude con l’immagine emblematica del «nulla
di ritorno senza più pretese da guarnire» (p.11); una resa che non è sconfitta,
bensì una spoliazione necessaria. Già in questi versi d’apertura, si percepisce
la cifra stilistica dell’autrice: la parola non eccede mai, non si gonfia di
retorica, ma scava con precisione mineralogica.
Bragagnini non teme il silenzio, anzi, lo
abita, come in shhhh (il titolo stesso è già un atto fonico), che appare
come un’imposizione di quiete sul rumore del mondo. La lingua si inceppa: «- la
lingua inceppata che non c’è più niente da dire -» (p. 25); eppure, le parole
continuano a giungere stentoree, forse proprio quelle parole che sembrano non
arrivare mai, «si fioccano quando ti lavi i denti e non sai perché» (p. 25). È
in questa convenzionalità improvvisamente squarciata che la poesia trova il suo
ritmo più autentico. Il quotidiano affaccendarsi diventa fessura che si apre
sull’essenziale, il gesto corporeo più ovvio si trasforma in un’epifania del
vuoto. La lirica si conclude con un’immagine che a noi appare di purificazione
ambigua: «come camminare sull’orlo di una battigia / che dissemina i passi
delle sparizioni e le restituisce / purificate di una schiuma bianca imprecisa
/ gonfiata di niente» (p. 25). Un ritorno, dunque, che non è mai completo, come
una sorta di restituzione che reca seco la cifra dell’assenza.
Il tema dell’identità sospesa attraversa
l’intera raccolta come un filo carsico. In quello che a noi sembra un frammento
quasi di stampo presofista si legge: «appartengo al popolo scomparso /
invisibile, una minatrice nel giorno dei pensieri» (p. 27); sono versi che
condensano una condizione di marginalità quasi genealogica, di chi esiste in
deficit, «un disavanzo tra gli occhi del momento dopo, chiusi» (p. 27). La
soggettività lirica non rivendica presenza, ma la interroga, la mina
dall’interno. Il verbo «appartenere», che normalmente indica radici e comunità,
è qui rovesciato, poiché si appartiene a un popolo che non c’è più, a una
comunità dell’assenza.
In liminale (p. 32), un componimento
che sembra riassumere l’intera poetica dell’autrice, il paesaggio si popola di
ombre che si dilatano come ventagli, di nomi «tornati dal tempo», in un’attesa
che diventa architettura. La voce non chiama, ma aspetta di essere chiamata: «chi
è? vieni a prendermi, vieni…» (p. 32); e quella domanda sospesa in
corsivo resta senza risposta, come deve restare. La forma stessa della
poesia è soglia; la pagina bianca non è un vuoto da riempire, ma uno spazio in
ascolto.
Notevole è la capacità dell’autrice di destreggiarsi
con parole inusuali che portano il peso semantico di concetti altrimenti
intraducibili: «allampa» (p. 18), «vuotitudine» (p. 44), «sbocconcellato» (p.
44). Questo verso, «un’espressione / allampa sul pensiero / piega le ciglia,
diventa una diga» (p. 18), è forse il più riuscito nell’evocare quel momento in
cui un pensiero si fa barriera, argine trattenuto prima del cedimento. La
terminologia non appare un capriccio stilistico, bensì una necessità, una risposta
all’insufficienza del lessico esistente di fronte a certi stati interiori.
In monodia (p. 44), una poesia dichiaratamente
riflessiva, la voce si rivolge a un tu che è insieme l’altro e sé stessa: «lungo
le stanze della misericordia di una me che avanza / e arretra di ombra in ombra
ti assapora / di composta vuotitudine». Il movimento oscillatorio – avanzare e
arretrare – sembra il respiro stesso della raccolta. Il titolo rimanda a quella
voce sola e continua rievocata anche dalla Caccia in quarta di copertina, un
canto che non cerca armonia esterna ma trae tutta la propria risonanza
dall’interno; questa poesia è minimale e, proprio per questo, si fa assoluta.
Chiude il cerchio determinismo verticale
(p. 45), in cui il falco e la ballerina di Doisneau convivono in una stessa
immagine di grazia e inevitabilità: «goccia a goccia disanimata glossia
all’orecchio del mondo / il dentro insaputo, il baleno di un cielo inciampato».
Un cielo che inciampa: a noi «carsici», sensibili a intuizioni di campaniana
memoria, appare come l’immagine perfetta per una poesia che rifiuta la
verticalità trionfante e sceglie la caduta come forma di conoscenza. Il
«determinismo» del titolo non è rassegnazione al «tutto prestabilito», bensì riconoscimento
di una legge interiore, quella forza carsica che plasma dall’interno,
invisibile eppure formativa e, perché no, ideatica.
Vi è poi un ulteriore elemento che, a nostro
avviso, merita l’attenzione del lettore, cioè la disposizione spaziale dei
testi nella pagina. Le poesie non saturano mai lo spazio bianco, lo lasciano
respirare, lo usano come parte del significato. Alcune sezioni si sviluppano su
pagine distinte, quasi a suggerire stanze di un edificio interiore che si
visita in silenzio e, non potremmo spiegarlo razionalmente, ma ci siamo trovati
catapultati nel Palazzo di Cnosso e tra gli scavi di Pompei ed Ercolano e,
ancora, nelle cattedrali gotiche medievali o nelle lande desolate di Wuthering Heights. Questa cura tipografica è essa stessa poetica: il bianco non è assenza
di scrittura ma scrittura dell’assenza.
Terra nullius è una raccolta rara, complessa, a tratti ermetica,
intima e – azzardiamo – confessionale. Bragagnini ha trovato una lingua propria,
ruvida, minerale, capace di sostenere il peso del vuoto senza crollare sotto di
esso. Come recita quella che sembra un’invocazione «non tornare dall’oscuro
senza eco» (auludel, p. 41), la parola di Bragagnini esce dalle sue cavità
carsiche più epifanica, per un nuovo inizio. Una voce che torna da bui meandri,
e non torna senza eco.
