sabato 14 luglio 2012

Matteo Tafuri: quando la filosofia incontra la magia



L’occasione e il modo in cui conobbi Matteo Tafuri possono dirsi alquanto singolari. Alcuni anni fa, in compagnia di un amico, anche lui singolare, mi trovavo a Soleto, un piccolo borgo salentino non molto distante dal capoluogo e dal mio paese. La serata era tersa e frizzante, ideale per fare una passeggiata, magari nel centro storico. Vecchie case “a corte”, archi, volte, statue, fregi, affreschi. Noi due, studenti di filosofia, affamati di conoscenza, non solo di quella che si apprende sui libri, ma anche di quella diretta, presa o quasi rubata in un attimo, il tempo di sostare, dopo un lungo girovagare, nei pressi di una strana casa incastrata tra altre case strane. Sulla porta era ben visibile un cartello che recitava: Casa natale di Matteo Tafuri Filosofo e Alchimista del ‘500.
Un filosofo? A Soleto? Ma come, avevamo un filosofo del Rinascimento, lì a due passi da casa e non lo sapevamo? In quel momento fummo presi da un sentimento ambiguo, a metà strada tra la gioia della scoperta e l’imbarazzo per aver ignorato una cosa di tale portata. Ma il disagio per quella “ignoranza” lasciò presto il posto alla voglia di sapere di più su questa figura, ma non solo, la vera sfida era quella di poter capire meglio la nostra terra, il Salento. Una Terra di Mezzo ricca di cultura e di esperienze mistiche, filosofiche, magico-rituali.
Il punto di partenza, è stato, come ben si evince da sopra, l’incontro, del tutto casuale, con questo filosofo sui generis, quest’uomo di grande e pluridisciplinare cultura.
Già, prima uomo, Matteo Tafuri, e poi filosofo, mago, alchimista, astrologo, stregone[1], matematico e altro ancora.
L’incipit, quindi, di una ricerca che vuole percorrere il mondo affascinante e, per certi versi, sconosciuto, del Salento ancestrale, ricco di rituali, rappresentazioni ataviche, itinerari attraverso siti megalitici e luoghi di culto che, partendo dalla storia, sfociano nella retro-cultura intima e alle volte inquietante di questa terra magica[2]
Questo studio non vuole essere e non sarà una fredda e distaccata analisi composta a tavolino, né una semplice biografia del nostro; vuole essere piuttosto un atto d’amore verso questo personaggio e verso la cultura salentina, intesa come studio ma soprattutto come emozione, come tendenza ad accogliere nuovi percorsi culturali.

La figura di Matteo Tafuri è avvolta nel mistero e molte sono state, nel corso del tempo, le teorie e gli studi che l’hanno visto, nel bene e nel male, protagonista. Ma sono state  soprattutto le dicerie che inevitabilmente proliferano in casi come questo che hanno spinto verso una “riabilitazione” filosofica del nostro l’impegno di diversi studiosi.
Negli ultimi anni sono stati fatti molti sforzi per liberare il pensatore soletano dal fardello di stregone intento ad edificare, con l’aiuto di potenze diaboliche, la guglia Orsini.
Una serie di studi, condotti anche a livello universitario, hanno voluto emancipare il Socrate di Soleto da una tradizione troppo costretta nelle sue visioni oscurantiste[3]. Tuttavia, voler inquadrare il Tafuri attraverso canoni razionali contemporanei sarebbe forse un errore, come ingannevole potrebbe essere ignorare l’interesse del nostro per il magico e il soprannaturale. Non bisogna trascurare il fatto che in questo campo di ricerca ci si deve confrontare con gli studi e le conoscenze di un uomo vissuto tra il ‘400 e il ‘500. In quel periodo la distinzione tra scienza e magia non era così definita come oggi; le due discipline si compenetravano, fino quasi a diventare, in taluni casi, un tutt’uno.
Nell’età anteriore alla rivoluzione scientifica risulta pressoché impossibile distinguere il mago dallo scienziato e dal tecnico, spesso coesistendo nella stessa persona più figure, le quali rappresentano modi diversi di approcciarsi e di studiare la natura e il mondo.
Allora le ricerche scientifiche si svolgevano in simbiosi con le pratiche magiche, e i più esimi luminari della ratio tecnico-scientifica potevano essere anche esperti di occultismo, ars divinatoria, conoscenze elementali bio-naturalistiche, cabala, astrologia, numerologia atipica.  Questi studiosi in molti casi si dedicarono – se necessario anche clandestinamente – allo studio e alla cura delle arti e delle filosofie ufficialmente scomparse.
La stessa poliedricità del Tafuri dimostra come gli interessi degli intellettuali dell’epoca non si limitassero a una singola disciplina, ma spaziassero in più direzioni[4]. Così abbiamo un Tafuri matematico, uno fisico, uno atronomo-astrologo; ma anche un Tafuri filosofo, letterato e conoscitore del Latino e del Greco.
Prendere in considerazione come valido solo l’approccio scientifico – come lo si intende oggi – dell’intellettuale soletano, vorrebbe dire privarsi dell’opportunità di scoprire a fondo l’uomo Tafuri, un uomo straordinario.



[1] Il termine “stregone” deve essere, in questo contesto, privato delle valenze negative legate alla figura tradizionale di essere malvagio che opera sotto un influsso malefico e in combutta con le forze demoniache. Qui assume un carattere di “conoscitore” della natura e delle leggi che la regolano, in ultima analisi, un uomo portatore di grande cultura che includeva, tra l’altro,– seppur con tutti i limiti dell’epoca – la fisica, la biologia, la chimica; ragion per cui è quindi più accostabile a specifiche tipologie sciamaniche e demiurgiche che non a quelle occultistiche.
Tuttavia, la nostra analisi storico-filosofica, ad onor del vero, non può non tenere in conto la considerazione che del Tafuri avevano i suoi contemporanei, i quali nel nostro vedevano proprio i lati oscuri e filo-occultistici delle persone ai margini della cultura e della scienza ufficiali (diremmo meglio: dominanti) e a diretto rischio di eresia. Queste sue presunte attitudini gli costarono, come vedremo, non poche disavventure con la Chiesa.
[2] Anche questo termine va inteso secondo una lettura scevra da accostamenti tradizional-popolari che tenderebbero a far ricadere su alcune parole (pensiamo, appunto, al termine “magia”) un significato banalizzante. Fatto salvo un punto di contatto che definiremo “social-popolare”, ovvero quel punto di partenza da cui ha avuto origine l’interesse del nostro per le arti magico-astrologiche e alchemiche, si dovrà ritenere dato inequivocabile, nel corso di questo libro, che le suddette arti sono da considerare in senso filosofico. Naturalmente, la pretesa di filosofizzare tali teorie (e pratiche) conosciute e praticate dal nostro, ha una sua ragion d’essere in illustri predecessori o contemporanei, si pensi, ad esempio, al Cusano; per non parlare di illustri filosofi antichi.
[3] Gli sforzi fatti in questa direzione hanno trovato terreno fertile tra gli accademici e gli studiosi “ufficiali”, in quanto sia gli uni che gli altri hanno ritenuto (non completamente a torto) di dover separare le sorti del Tafuri da quelle di una sorta di mago e praticante di prodigi o pseudo-prodigi. Il rischio che però si è corso è stato quello di operare dei profondi tagli nella vita e negli studi del nostro, che potevano diventare delle vere e proprie scissioni o libere estrapolazioni (seppur coadiuvate da studi coscienziosi).
La riscoperta quindi di un presunto lato oscuro del filosofo soletano non va ad intaccare le qualità del nostro, ma tende a completarne la figura; questo anche a prezzo di eventuali equivoci, nei quali sono incorsi anche altri illustri pensatori e uomini di scienza; si pensi a Giordano Bruno, Raimondo Lullo, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, solo per citarne alcuni. Fortunatamente, negli ultimi anni, c’è stata un’inversione di tendenza, e si è incominciato a considerare l’opera, gli scritti, in ultima analisi l’intero cursus degli autori, come un’occasione di arricchimento, anche quando la realtà delle affermazioni contenute in più parti, potevano apparire “poco scientifiche” o “poco razionali”.
[4] L’intellettuale, il filosofo, lo scienziato: in epoca antica, medievale e rinascimentale, fino alle soglie della già menzionata rivoluzione scientifica, potevano coesistere (come nella realtà molte volte accadeva) nella stessa persona. Questo, in breve, era dovuto sostanzialmente a due fattori, il primo era di natura epistemologica, ovvero la cultura non era parcellizzata come adesso, ed era completamente assente l’idea di specializzazione; il secondo era di natura ontologica, cioè la natura e la sostanza stessa dello “sciente” doveva essere tale da includere tutto il sapere.