martedì 17 luglio 2012

Spazio e tempo 0.3


I secoli che seguirono furono oscuri, ma forse proprio per questo si ebbe la perfezione dello stile geometrico e l’apice poetico dell’epica omerica. Prima di Omero, tuttavia, due elementi furono indubbiamente determinanti per l’arte greca: la nascita della scrittura e, come più volte ricordato, del mito. La scrittura primordiale, detta lineare A, cretese, a caratteri sillabici, lasciò il posto alla scrittura, anch’essa sillabica, lineare B, utilizzata non solo a Creta ma anche a Pilo e Micene, intorno al 1400-1200 a.C. Ma torniamo ad Omero. L’universo prefigurato nella sua opera è quello dell’areté, cioè, della virtù, che è comunque lontana dall’idea che oggi abbiamo: l’organizzazione sociale achea, infatti, era basata sulla rigida divisione delle classi; da una parte i guerrieri (forieri di superiorità, imponenza militare, doti eroiche), dall’altra la massa, vista negativamente e non tenuta in considerazione. 
Tutti gli uomini, però, anche i più eccellenti, dovevano sottostare all’invincibile, e il più delle volte ostile, destino o fato, che i greci chiamavano ananche, vale a dire “necessità”. A questo incontrollabile destino e alla sua terribile forza non sfuggivano nemmeno gli dei, che su di esso non avevano nessun potere, ma anzi ne erano dominati. C’è però un’altra visione del mondo che non si esauriva nell’eroe omerico e nelle sue prodigiose imprese, ma era invece imperniata sulle figure più umili, quelle dei lavoratori: quest’approccio è quello di Esiodo. Questi aveva aperto i suoi orizzonti poetici ai contadini, agli artigiani, ai muratori; il suo universo era meno leggendario ma sicuramente più umano. Le virtù esiodee non corrispondo dunque alla potenza e alla prevaricazione del più forte, ma trovano nell’umiltà, nella giustizia e nella carità l’esempio da seguire. In questo orizzonte umano ipotizzato da Esiodo c’è quindi una novità assoluta per l’antichità: l’assenza della violenza. L’istinto della violenza aveva caratterizzato tutte le epoche storiche e preistoriche, in quanto inteso come naturale attributo degli esseri viventi e della stessa natura[1]. La posizione esiodea, invece, ricercava una concordia tra universo umano e universo divino; che avrebbe portato, come effetto diretto, al rifiuto dell’istinto di morte o thanatos.









[1] L’idea della natura vista come “matrigna”, ostile all’uomo, è sempre esistita, e si è scontrata con la concezione di “mater natura” che, regolata da leggi benefiche e impostate ad hoc per tutti gli esseri viventi, faceva del suo scorrere un qualcosa di perfettamente razionale e in ragione d’essere.