giovedì 19 luglio 2012

Un iter soletano (ancora su Tafuri). Parte 1.

Per entrare in profondità nella vita e nell’opera del Tafuri è necessario immergersi nell’atmosfera rarefatta di Soleto. Senza camminare per quelle viuzze, perdendosi nella loro magia, nel loro essere “senza tempo”, si rimarrà ai margini della comprensione di questa peculiare figura rinascimentale e se ne avrà una conoscenza soltanto parziale. La mia ricerca è partita da lì, da quel centro storico, dai portali bugnati, dalle colonne angolari, dai palazzi, dalle chiese. Ecco perché ritengo non solo suggestivo, ma anche doveroso parlarne. Un’immersione totale, quindi, nella realtà in cui il Tafuri ha vissuto, studiato e operato.

Appena entrati a Soleto si viene avvolti da una sorta di impercettibile bruma, un’atmosfera arcana, rarefatta. Sembra quasi di varcare un’altra dimensione. Si lascia il tempo della tecnologia e di Internet per entrare, nel tempo che fu, ma che ancora è. Benvenuti nella Grecìa Salentina.
Con gli occhi fissi sul campanile, che già dalla strada invita ad entrare in paese, inizio un percorso che non è solo di case, ma anche di cose, e di sensazioni indefinibili legate indissolubilmente alla potenza storico-evocativa di quelle costruzioni.
Porta San Vito. La sola porta rimasta illesa nel tempo, delle altre – purtroppo – non rimane che il ricordo. Sarebbe arduo menzionare in modo esaustivo tutte le grandi e piccole opere d’arte che si trovano disseminate lungo il tragitto seguito, e questa non è la sede propria per un excursus dettagliato, ragion per cui mi limiterò ad alcuni cenni chiarificatori utili al nostro percorso.
Partendo da porta San Vito mi dirigo in via Umberto I, dove è situato Palazzo Sergio, risalente al XVI sec. Dalla facciata di questa splendida costruzione fa bella mostra di sé una finestra ornata da innumerevoli fregi. Ma ciò che lascia senza fiato è una statua di Atlante, figura mitologica che viene qui raffigurata nella classica posa di reggere il mondo. Qualcuno ha notato, a suo tempo, una certa somiglianza tra l’Atlante di Palazzo Sergio e Matteo Tafuri: il viaggio nella magia è cominciato. A Soleto ciò che appare non sempre è ciò che è.
Proseguendo il mio personalissimo itinerario mi imbatto in via XX settembre. Al numero 8, un’abitazione del XVI sec., anch’essa una piccola meraviglia d’arte e antica sapienza che ci rende increduli di fronte a tanta maestria e padronanza dei materiali e delle tecniche di lavoro. Successivamente al numero 14, un portale bugnato di rispettabilissima bottega. Al crocicchio tra via XX settembre e via Regina Elena è collocato palazzo Blanco o della Zecca. Qui spicca una colonna angolare decorata con dei putti, una fenice e due caratteristici mascheroni

La quantità di decorazioni, lavorazioni e figure è tale da disorientare e da farsi sentire quasi circondato da qualcosa di misterioso. Ho voluto riconoscere in questa sensazione la forza evocativa dell’arte, della poesia, del pensiero di tante menti eccelse. Tra quelle viuzze salta immediatamente all’occhio la dedizione e i sentimenti che questi uomini hanno trasferito alle loro creazioni.
Una profonda spiritualità aleggia in quei cantoni fatti di speranze, credenze, religiosità.
É un’esperienza che non può lasciare indifferenti, non è necessario essere degli esperti d’arte per gustare la bellezza avvolgente di questo centro storico.
In via Regina Elena, al numero 12, troviamo Palazzo Gervasi, in cui ha sede l’associazione culturale Nuova Messapia. Questa costruzione fa sfoggio di un notevole portale del Seicento. Ma ciò che colpisce di più è l’acquasantiera posta nell’atrio. L’iscrizione sulla porta d’ingresso recita: DOMINUS PROVIDEBIT. Questi particolari possono spingere a congetturare che l’abitazione fosse di proprietà di un ecclesiastico. All’interno è presente un camino risalente al 1588, sul quale si legge in latino: PROMETHEI FURTUM SINE DOLO SERVO[1].
Facendo un piccolo passo indietro si prende via Arcudi. Al numero 41 può sorprendere la bellezza di un meniano[2]. Siamo ormai nelle vicinanze della casa strana, di quella stessa casa che qualche anno fa mi affascinò e mi costrinse alla ricerca del mago Matteo, del Socrate di Soleto, come era conosciuto nella seconda metà del Cinquecento.
Ai numeri civici 70 e 72 corrisponde la casa natale di Matteo Tafuri. È ben visibile un’iscrizione: HUMILE SO ET HUMILTA ME BASTA. DRAGON DIVENTARO SE ALCUN ME TASTA[3].

(Nota bibliografica: Luigi Manni - Dalla guglia di Raimondello alla magia di messer Matteo / Luigi Manni. - Galatina : TorGraf; Luana Rizzo - Umanesimo e Rinascimento in Terra d'Otranto: il Platonismo di Matteo Tafuri: Besa Editrice).


[1] Il significato di questa frase è “Conservo il furto di Prometeo, il fuoco, senza danno”.
[2] Ballatoio pensile sporgente a una certa altezza da un edificio oltre la verticale dei muri, che in età romana, aveva forma di loggia o di balcone.
[3] Chiariremo in seguito il significato, letterale e non, di questa iscrizione.