giovedì 20 marzo 2014

LA CUCINA ARANCIONE di Lorenzo Spurio (TraccePerLaMeta Edizioni): una nota di Adriana Gloria Marigo

Care amiche, cari amici, vi proponiamo una bella nota della poetessa Adriana Gloria Marigo su La cucina arancione di Lorenzo Spurio, TraccePerLaMeta Edizioni, 2013. Buona lettura.



Venticinque racconti brevi, alcuni brevissimi – in poco più di due pagine tutta la tensione che corre verso il finale sorprendente nella declinazione del grottesco, del surreale, dello straniamento, di qualche assonanza da grand-guignol, comunque sempre sull’ala distesa dell’assurdo – formano La cucina arancione che Lorenzo Spurio, poeta e critico finissimo,  ha dato alle stampe per i tipi di TraccePerLaMeta nel 2013.

A partire dal titolo e dalla copertina che ci comunicano - sullo sfondo di una carta da parati con giglio fiorentino minimale - una distonia, una solitudine che s’invera negli oggetti come medium tra noi e l’altro, nella gradazione dell’arancione molto prossima al rosso sanguigno, siamo condotti alla presenza di una realtà in cui l’accadere - apparentemente normale, ovvio e inevitabile – è il territorio di presenza psichica afflitta da un segno anomalo, distorto, di incomunicabilità e conseguente chiusura in se stessi, nel personale labirinto  delle domande, delle risposte inevase, dell’angoscia.

La cucina, che di millennio in millennio ha rappresentato il luogo della preparazione e consumazione dei cibi, dell’incontro affettuoso e progettuale del nucleo familiare - riferimento che indirettamente segnala che quella centralità ha avuto vita propria, ora quasi esausta, possibile di nostalgia, sostituita da un’altra centralità che si svolge tutta fuori, tutta esposta, tutta proiettata all’incontro, tutta al limine del pericolo – è qui assunta per traslato alla dignità del luogo per eccellenza in cui si svolgono le elaborazioni psichiche “La cosa più intuitiva da pensare era che si trattasse di una sorta di esorcismo, ma sporadicamente la ragazza riacquisiva un minimo di lucidità chiedendo di tacere tutto ai genitori.”, le dinamiche comportamentali “Decisi di alzarmi dalla poltrona e di andare in cucina. Percorsi un corridoio lungo e stretto e al termine entrai. Le pareti erano pitturate di color arancione. Dava un effetto di oppressione e di ridondanza che per poco non mi misi a vomitare. (…) Ritornai in camera e mi sdraiai sul letto. Non mi veniva in mente niente a cui pensare.”, le fughe dalla realtà in rifugi che obnubilano la coscienza e accompagnano dritti all’estraniazione “Cercai di ricordare dove abitassi, ma mi risultò difficile. Feci un ultimo tentativo per cercare di ristabilire chi fossi. Aprii il portafoglio ed estrassi la mia carta d’identità plastificata, sebbene io l’avessi sempre avuta cartacea, e vidi che era stata emessa da un paese straniero. Lesi attentamente. Mi chiamavo Thorbjørn Stoltenberg. Vivevo a Bergen, in Norvegia. Disperato, entrai in un’agenzia di viaggio e chiesi che mi prenotassero un volo per ritornare subito a casa.”

Fuori e dentro la cucina, in piazze pubbliche o reparti ospedalieri, in scuole o location eleganti per eventi di prestigio, Spurio declina un’umanità che s’avvita intorno al demone dell’impossibilità ad essere insieme, a consegnare la parte calda e tenera della relazione affettiva, offrendo ciò che resta in ombra e degenera in manifestazioni iperboliche, ossessive, compulsive, depressive, inscrivibili nella psicosi o nella nevrosi.

Per compiere l’opera i cui protagonisti sono individuati in ogni piano e attività sociale l’autore impiega  la parola precisa e di facile comprensione, il fraseggio sciolto, il periodare di poche subordinate immettendo nel testo la sensazione di inappartenenza, di uno iato tra la vicenda che si racconta e il protagonista, sottolineando in tal modo il senso di estraneità che vive l’uomo contemporaneo e se qualche follia lo abita non è cosa rara o impossibile, poiché ovunque esistono segnali e dettagli di incrinata o alterata relazione con il proprio sé e quello dell’altro.