giovedì 21 febbraio 2019

NIETZSCHE. CONTRO LA MODERNITÀ di Gianluca Conte (Catartica Edizioni) alla libreria "Volta la carta" di Calimera

Venerdì 22 febbraio, alle 19.00, presso "Volta la carta - Libreria e giocattoleria", via Costantinopoli 35, Calimera, si terrà la presentazione del libro Nietzsche. Contro la modernità di Gianluca Conte (Catartica Edizioni). Dialoga con l'autore Dora Elia. 

Dalla nota dell'autore:
"Questo libro si propone il compito, non certo semplice, di avvicinare il vasto pubblico dei lettori non specializzati alla filosofia di Nietzsche, in modo particolare alla sua "critica della modernità". Ma lo sguardo che abbraccia l'opera è rivolto soprattutto agli studenti delle scuole superiori che, assai spesso, si trovano per la prima volta ad affrontare tematiche filosofiche. il mio impegno, dunque, è stato, per quanto possibile, quello di rendere il lavoro snello, vivace, dinamico e ricco di citazioni del "filosofo del martello". Sono convinto, infatti, che i ragazzi e, più in generale, i lettori, debbano incontrarsi e, perché no, scontrarsi il più possibile con il diretto pensiero dell'autore."


Il libro
«Non sempre una buona lettura costituisce anche momento di riflessione; in questo caso, siamo di fronte ad un’occasione preziosa che coniuga le due esigenze. Attraverso un fluire di pensieri scorrevole e assai limpido, pagina dopo pagina si giunge, senza meno, alla netta percezione che certi contenuti non solo vadano conosciuti, ma anche decontestualizzati, estrapolati dall’ alveo nel quale sono stati concepiti, e curvati sul momento storico che si vive, perché la filosofia in fondo è anche questa. La filosofia non ha tempo e non ha età. Va compresa, vissuta, va fatta propria.»

Dalla postfazione di Maria Antonella Rizzo

L'autore
Gianluca Conte è nato a Galugnano (Le) nel 1972, vive nel Salento, dove insegna Filosofia e Storia nei licei. Tiene conferenze, seminari e laboratori riguardanti la filosofia, la simbologia e l’arte. Ha pubblicato i saggi Il pensiero metacreativo. Nuovi percorsi della mente, Musicaos Editore, 2015; Carmelo Bene inorganico, Musicaos Editore, 2014 e altre opere di narrativa e poesia. Cura diversi blog, tra cui Linea Carsica, Cammini Filosofici, Alimede Poesia e Itinerari Metacreativi.

Copertina a cura di Salvatore Palita, Studio Segno

lunedì 18 febbraio 2019

CLAUSTROFONIA di Doris Emilia Bragagnini (Giuliano Ladolfi Editore)


Claustrofonia di Doris Emilia Bragagnini (Giuliano Ladolfi Editore)





«Il mio cuore è un dinosauro

perduto sommerso mareggiato

non lo troveranno mai e

se anche fosse

sono certa sarà erbivoro



diceva la matrigna che piuttosto

era peloso [il cuore dinosauro]

non ci volevo credere

ho capito poi che forse era davvero

- per proteggermi dal gelo

(L’era, p. 94)





A qualche anno dall’uscita di Oltreverso, una sorprendente opera prima, abbiamo l’immenso piacere di ritornare alla poesia di Doris Emilia Bragagnini, questa volta con Claustrofonia, nuova silloge dell’autrice, edita da Giuliano Ladolfi Editore, 2018. Si tratta di un lavoro spigoloso, ironico, a tratti intriso di surrealtà, estremo, radicale, autentico. In quest’opera, la parola – entità sfuggente, mai interamente posseduta nel suo significante/significato – si fa foriera di versi serpeggianti, indomiti, musicalmente penetranti: «cerco la nota distorsiva - quella - capace di cancellare il nesso / l’ordine cruento mille volte verticale rinnegato con lo sguardo [...]» (Sol_a Gratia, p. 34). Nella silloge è in circolo – in alcuni frangenti in filigrana, in altri in modo evidente – un’attitudine alla sospensione, al contrasto, allo sbarramento, in specie per ciò che concerne il “s-oggetto”, l’Io pensante e poetante, con una eco che riporta alla mente suggestioni lacaniane: «c’è un’ora sulle scale quanto certi passi di piombo / si trascina luce dopo luce come una fiammella intirizzita / getta le ombre e i suoni lungo il muro del cordoglio senza nome [...]» (Poco prima, p. 44). La Bragagnini ha posto in essere un suo codice personale, fatto di gesta gravide di vivide svelature, arabeschi linguistici, fonie sghembe, illusioni e disillusioni antropiche. Dal ventre di versi distesi eppure sincopati, si eleva un tratto lirico deciso, stentoreo, che tuttavia sembra originare da un sentire fragile, inquieto, irresoluto, che affonda in un tempo senza tempo, dove passato, presente e futuro coincidono in un unico istante dilatato: «chissà perché tingevano le unghie ai bambolotti / li facevamo camminare sui talloni fino a farne buchi / e serravano le ciglia nel distendersi» (Testolina, p. 47). Un senso di disordine, di caotica mistura rivela l’anima indomita dell’autrice, che di frequente sembra battagliare non solo con il verso scritto ma anche con l’essenza stessa della poesia, quasi che quest’ultima fosse una sorta di Giano bifronte, una divinità a un tempo celeste e sepolcrale, magnanima e crudele. D’altronde, se volessimo prendere in considerazione la lectio di Paul Auster, dovremmo ammettere che “Il linguaggio non è la verità (ma) è il nostro modo di stare al mondo”. Ed è proprio sullo “stare al mondo” che le cose di complicano, poiché la poesia, il più delle volte, rappresenta un oltre-canale d’eccellenza che spinge l’umano a porsi perennemente in discussione: «c’è un piccolo pensiero roditore / dove vaga lo sguardo prima della futura notte [...]» (Sonar, p. 61). Mettersi in gioco, dunque, sapere di non possedere alcuna verità, fosse anche parziale, e tuttavia farsi casa nel caos primordiale, nel sempiterno eccesso poetico che dona fiamme di rinnovata estasi scritturale: ecco, tutto questo è il versificare della Bragagnini: «di là da te / non devo fingere, aspetto senza sapere cosa / una piccola goccia spremuta dal niente / un pallido fiore di caramello [...]» (Forse dicembre, p. 76), una luce accecante dove tutto è esposto e un’ombra cinerea, in cui, alle volte, si può giacere. E se l’incrocio di più campi semantici dona a questo lavoro una complessità e una difficoltà ermeneutica quasi oracolare, vi è – così a noi pare – una linearità di fondo, rappresentata dal manifestarsi del vuoto, dell’ancestrale vacanza pre-atomistica, che disvela l’immanenza del non-senso nel senso, così che l’assenza si fa presenza, trasfigurando in figure alchemiche di chiusura, recinzione, concentrazione, difesa. Di contro, alla paventata condizione asfittica è l’autrice stessa a contrapporre, volens nolens, un volo alto della parola, riuscendo a strappare l’ànthropos dal baratro della a-significazione: «quando - chiuderò la porta - / saprò di non avere mura tra i ricordi [...]» (Da qui a..., p. 95). Tuttavia, qui non vi è la pretesa di una logica dell’illuminazione cui la parola dovrebbe soggiacere, rivelandosi chiara, definita una volta e per tutte, bensì la piena coscienza che l’importanza suprema risiede nel prendersi cura del Verbum, non solo in senso strettamente poetico ma anche nelle infinite declinazioni dell’umana sostanzialità.

Claustrofonia è una conferma non solo della sensibilità poetica e umana di Doris Emilia Bragagnini ma anche della sua finezza linguistica. Lettura consigliata.

mercoledì 13 febbraio 2019

IL MODO IN CUI LA LUCE di Michele Bellazzini (Kurumuny Edizioni)


Il modo in cui la luce di Michele Bellazzini (Kurumuny Edizioni)



«La tua assenza

è una voragine nella mia terra.

Ha una forma di anfora:

qui è ampia come le note

là è lunga e sottile

come un profumo nei ricordi. [...]»

(La tua assenza, p. 33)







Intimità oceanica, cristallina freschezza e calore genuino. Le prime tre cose a cui ho pensato leggendo questa incredibile silloge di Michele Bellazzini, Il modo in cui la luce, Kurumuny Edizioni, Collana Rosada, diretta da Milena Magnani, 2017. Un sapore antico, ma non di un nostalgico tempo che fu, bensì di un’antichità che, fattasi radice per poi allungarsi al cielo, invita amorevolmente ad abbracciare la dimensione del presente in ciò che di atavico affonda nell’umano.

Sospesa tra quello che appare una sorta di animismo poetico e certe suggestioni che intersecano il realismo magico, l’opera di Bellazzini sorge come un sole diafano, per illuminare di leggera profondità le vite di chi ha la ventura di imbattersi in essa: «C’è vita in ogni cosa / mentre il silenzio prepara la neve [...]» (C’è vita in ogni cosa, p. 24). Dai versi dell’autore si innalzano brume narranti, atmosfere caleidoscopiche che raccontano a bassa voce dello stare al mondo, mentre un vento protettore si alza, e  sembra sottendere l’intera raccolta, una condizione di quiete superiore, che rende palese a noi mortali la forza di una gioia quasi divina che si fa incontro col Tutto: «Avete notato / che quando arriva il momento / nel silenzioso mondo vegetale / sboccia ogni cosa? [...]» (I fiori sono pazzi, p. 29).  Questa silloge, impreziosita dall’opera di copertina Genius loci verticale di Maurizio Esposito che, lungi dall’essere un semplice abbellimento, si rivela un tutt’uno con le parole eternamente nuove di Bellazzini, porta con sé una speranza di resistenza all’orrido mal-vivere contemporaneo, al vuoto susseguirsi di “corse del topo”, alla prepotenza della dis-identità: «Il respiro generoso del cielo / ci porta in volo / su ogni terra / e mare / su mondi non visti. // Fiorire e generare. // L’attenzione d’amore / che ci unisce / è più ampia del vento». (Semi, p. 41). E, così facendo, la parola poetica si fa parola politica, nel senso più alto, più forte del termine. L’amore di Bellazzini è un amore universale, che si allarga nello spazio-tempo, e va ben oltre il sentimento del binomio “io/tu”: questo amore è la Philía per il prossimo, per il “noi”. La parola si fa autenticamente solidale, abbraccia, bacia, sorregge, illumina, benedice. E a prendere la parola non sono solo le persone, gli umani: a parlare è tutto il creato, ogni cosa. È questa la magia più grande di Bellazzini: donare la parola alle cose che abitualmente consideriamo mute. Allora parla la luna, parlano i fiori, parlano i giorni, parlano i pesci. Parlano i luoghi fisici, i luoghi dell’anima, i luoghi del cuore.

Sono riconoscente all’autore. La mia riconoscenza ha ragion d’essere per il semplice fatto che il poeta abbia deciso di pubblicare questi versi assoluti, slegati da ogni schema accademico. Versi sinceri, onesti, limpidi, veri. Gli sono riconoscente perché ha deciso di condividerli con noi lettori, di non esserne geloso (e avrebbe potuto!). È anche qui la bellezza di una persona: donare e donarsi, senza risparmio.  


giovedì 31 gennaio 2019

COPPIE MINIME di Giulia Martini (Interno Poesia)


Coppie minime di Giulia Martini (Interno Poesia)



«Scambi col tuo esilio delle mandorle,

finite in cinque nelle abitudini

contro il cancro che giornaliere abbandoni

se novembre ti entra nelle ghiandole

e non ti cede il posto lo scorpione».

(p. 61)



Di rado, nel proliferare insulso delle (pseudo)raccolte poetiche contemporanee, si scorge una luce densa, compiuta, che squarcia il buio dell’ovvietà e dell’inopportuna saccenteria. Uno di questi rari casi è Coppie minime di Giulia Martini, Interno Poesia, 2018. Fin dai primi versi di questa pregevole silloge sono evidenti la cura della lingua e dello stile, dai quali deriva una notevole con-vergenza poetica: «Calendimaggio d’un maggio d’antan. / Mi cali lemme lente nel lemmario / chansons di gesta. Quale calicanto / del Getsemani tieni tra le mani?» (p. 18). Il lettore deve fare i conti con un innalzamento (evviva!) dell’asticella ermeneutico-emozionale, deve, finalmente, rendersi consapevole che la poesia non è soltanto – se mai lo è stata – quella mitica “corrente di coscienza” calata dall’alto come per miracolo, ma è lavoro certosino, affinamento, limatura. L’autrice sembra condurci verso orizzonti di ghiaccio, di algida raffinatezza e, a un tempo, capaci di ustione, di caustica consistenza, di mordace espressività: «Ti prendo per lacerti in questi giorni / di magra, di magnificat.» (p. 24). Un’odierna odissea linguistica si apre su un mare di sottile inquietudine  – con un senso di surreale smarrimento che sottende l’intero scritto – opportunamente celata nel profondo di componimenti ipnagogicamente sbarazzini: «Tu che sei sempre nata a Todi / mi dici – Again, again: do it» (p. 36). L’impercettibile si fa auscultabile attraverso un piano del reale reso faglia, dove il gioco della lingua è trasversale alla sostanza ontologica del fenomeno/sentimento/fatto. La volontà dell’autrice appare impressa in un’ombra dalle suggestioni quasi borgesiane, sviluppandosi come un tutt’uno con l’ensemble musicale e satiresco dell’universo. A nostro avviso, la compiutezza, in queste liriche, è riscontrabile proprio nell’aprirsi alla natura imperfetta dell’umano e, rischiamo l’azzardo, alla mesticanza tra essoterico ed esoterico: «Se pareba boves. Apparivano / all’alba. Nessuno sapeva dove. / Erano in cinque o tre – comunque dispari. / Flopsy li spingeva davanti a sé». (p. 96). In Coppie minime, la chirurgia della parola non smorza ma accentua il fuoco lirico dei versi, che sono sospesi in una dimensione alterante, tutt’altro che accomodante: solo chi veramente vuole suggere da una fonte aspramente idromelica arriva a farlo, una lettura di superficie non troverà soddisfazione, è il prezzo da pagare per godere della vera poesia: «Amore, niente più si oppone / a che arrivi mezzogiorno.» (p. 79), poiché, se già il titolo della raccolta preannuncia un’ambiguità di fondo, distante e opponente, dove la coppia non muove nel senso dell’ordine matematico bensì del disordine sibillino del verso, occorrerà una liberazione geopolitica degli essenti per insidiare, anche solo per un attimo, le pulsioni/erosioni della Martini, il suo fantasticativo: «Un unicorno – bianco, o forse equivoco – / apparso all’improvviso, ugrofinnico/ – come il latte – da carnevale latitante / illecito dopo le Ceneri;» (p. 103). Ecco, allora, che le antinomie dello spazio-tempo dell’umano, il divario della prossemica amorosa, dello strazio iperbolico del sentimento, sembrano trovare una nebulosa soluzione di continuità proprio dove risiede l’annientamento della concettualizzazione e si origina la vera frattura del reale, la genesi linguistica e meta-ritmica del senso assoluto: «Ma Marta non mi è più contemporanea – / ormai declina a un lontano passato / la rondine il futuro trapassato – / curiosa ancora ma già estranea / come galassia in allontanamento». (pp. 117 e 118). 



martedì 11 dicembre 2018

IL DOLORE di Alberto Toni (Samuele Editore)


Il dolore di Alberto Toni (Samuele Editore)


«È l’illusione ottica della vita,
la fantasia che corre e spaventa
i più piccoli per un nonnulla».
(p. 25)


Gli incontri con la Poesia, quando quest’ultima si rivela autentica, mi lasciano sempre esterrefatto, poiché instillano in me dei momenti di lucore cosmico, che mi avvicinano, se possibile (a volte lo è), all’essenza stessa dell’esistere, all’intima condivisione dell’umanità, donandomi momenti di sano disordine spirituale. È il caso de Il dolore di Alberto Toni, Collana Scilla, Samuele Editore, 2016. Si tratta di una silloge densa, in cui i riferimenti esperienziali e individuali sembrano intrecciarsi con l’universale condizione umana, ovvero uno stato transeunte, a tratti effimero, eppure liricamente inarrivabile. I versi dell’autore, maturi, finemente complessi e tuttavia immediati, non lasciano alcun dubbio: ci troviamo di fronte a un’opera di rara profondità, in cui il vissuto dell’autore è compenetrato da un alto senso del poetare: «[...] di là da me troppa la vita o forse muore. Non so. Non / so niente di lui che chiede aiuto. Già fermo, ma non per / qualcosa, / niente di lui che d’un tratto si abbandona a se stesso.» (p. 19). Il fuoco centrale, che dà il titolo alla silloge, il dolore, è un tema incredibilmente teso, rischioso, di rado scevro da ipertrofie melancoliche. In questa silloge Toni sembra discendere, con onestà e grazia, nel profondo del baratro, attraversando una condizione duale, che reca, a un tempo, sofferenza e capacità d’interrogarsi sul senso abissale del male, fino all’apertura verso un certo dinamismo essenziale del vivere ulteriore: «È nel triangolo del cielo, / il centro visto dall’alto / è un punto d’incontro o di deflagrazione». (In avvicinamento, p. 41). Il poeta appare come un equilibrista dell’anima, intento a misurarsi con l’assenza, con la perdita, con ciò che il tempo – cattivo maestro? – non restituisce mai, oppure rende come iper-presenza, come ossessione soverchiante. Tuttavia, in questa raccolta non vi è una capitolazione, bensì un tentativo di conservazione del soffio vitale; si tratta di un cammino scomodo e per nulla certo, ma che vale la pena di intraprendere, cercando il presente, il tempo in cui l’essere non cade nel non-essere assoluto: «Toglimi dal futuro / male, ricrea la verità di sempre, / l’arma / più bella del padre e della madre». (p. 44). Il poeta ha un dono (un castigo?), quello di saper guardare al fondo dell’abisso, alla pena che affligge l’umano, senza voltare lo sguardo: «Li vedevo, loro, mangiati dal tempo, sospesi / tra il vecchio e il nuovo, in cerca di salvezza [...]» (p. 74); ma il dono più grande, per chi come Toni possiede la Poesia, è quello di stringere il lettore in una morsa eccezionale di poetico turbamento, fino a farlo sanguinare. Al di là dello stile, ineccepibile ed elegante, è la pregnanza dei contenuti – di questi tempi sempre più rara – a caratterizzare Il dolore di Alberto Toni come una delle più preziose raccolte poetiche contemporanee; i macro e i microcosmi, il male e il dolore come cifre ineludibili del transeunte, le figure ataviche e invincibili del padre e della madre: tutto l’umano e le sue possibilità, perfino la salvezza, assumono nell’opera dell’autore una necessaria dignità.