venerdì 26 luglio 2019

SOSPESA FRA DUE MONDI di Laura Bertolini (MdS Editore)



Sospesa fra due mondi di Laura Bertolini (MdS Editore)


«Mary ha seduto l’anima
e barattato un dollaro
per del tabacco secco.
Una libbra d’ignoto i suoi occhi,
le sue gambe che spezzano
una gonnella d’avorio».
[...]
(Bottom of the Hill, p. 30)



A distanza di tre anni, ovvero dalla pubblicazione della sua interessante raccolta I colori dentro, torno a parlare, con molto piacere – e anche con un pizzico d’orgoglio per averci visto giusto – di Laura Bertolini, che proprio quest’anno ha dato alle stampe la silloge Sospesa fra due mondi, MdS Editore. Si tratta di un lavoro denso, maturo, che si apre su scenari smisurati, come smisurate sono le lande americane, le distanze tra Vecchio e Nuovo Continente e, soprattutto, le praterie interiori dell’autrice. Un lavoro che sembra affondare le radici in una sorta di realismo magico, frutto di uno stretto contatto con la terra e con i suoi abitanti primitivi, come i nativi americani; ma anche con tutti gli elementi naturali – organici e inorganici – di cui è costellato il nostro universo: «La mia riva è una pianta / di linfa assorbi-colore, / gli astri sanno tutto / dei miei deliri di radici». (Lepre in fuga, p. 16). Una “poesia del profondo”, che non si limita alla descrizione di paesaggi e stati d’animo, ma penetra in profondità i luoghi, che diventano metafisici, assoluti e, proprio per questo, paradossalmente vicini e segnanti: «Non posso dirvi niente / delle foreste sradicate, / dell’acqua nei cannoni / sparati sui nativi, / degli occhi che sanguinano, / degli occhi che guardano». (Non ho più parole, p. 20). Dai versi di questa silloge traspare non solo l’anima poetante dell’autrice, che rifulge di purezza antica, ma anche una coscienza civile, che tuttavia non sosta nel luogo comune del J’Accuse, ma è cum patior, vicinanza materico-misterica, introiezione dinamica del dolore, pharmakon biunivoco: «Le stelle si spengono, / sacri fiumi salgono, / io sono con loro / e loro mi salvano». (Thanksgiving, p. 28); in tal modo, il divenire delle parole della Bertolini si avvicina al mondo punk, alla strada, e i versi radicali dell’autrice riportano alla mente certi scambi autenticamente solidali, come il «Chew your meat for you» Drain you dei Nirvana, quel gesto genitoriale, intimo, del “masticare la carne per qualcuno”, che accomuna l’umano all’animale, e l’oggi a un remoto ieri. D’altronde, l’anima musicale dell’autrice si declina anche attraverso dei rimandi intuitivi, a tratti sincronici, e il «passivo-aggressivo» della summenzionata lirica Lepre in fuga può divenire, nella mente del lettore, il Passive Aggressive dei Placebo. Più volte, nei miei interventi, ho sottolineato che, una volta nato, il libro sfugge al controllo dell’autore, dando origine a una miriade di possibilità di lettura; ma ciò succede con le opere che hanno davvero qualcosa da dire, e che proiettano il lettore in zone pericolose e tuttavia preservate da una profonda onestà intellettuale: «Sei un delitto per fame, / un martello di voci, / un corridoio senza chiavi». (Posseduta, p. 55). Laura Bertolini è dotata di una grande forza visionaria, nel senso che sa cogliere le manifestazioni del reale al di là della coltre dell’apparenza; come tutte le grandi anime cela dentro di sé qualcosa di speciale che, per nostra fortuna, sembra voler condividere nei suoi versi. L’autrice, scevra da fittizi voli pindarici, abbraccia il senso concreto delle cose, liberandolo dall’aridità del post-modernismo e consegnandolo a un’ancestrale e magica autenticità: «In questo mio antenato presente / legato da ragioni terrene, / si sfalda e sanguina ciclicamente / la sinapsi tra il muscolo e la mente». (Moon, p. 62). Ed ecco giungere ancora l’eco dell’intimismo musicale, dove il verso gioca con le figure immortali della poesia e del lirismo: «L’albatro riannoda, / chiuso in un armadio, / tutto quello che avevi / dimenticato». (Diomedea, p. 68); così, l’essere Sospesa fra due mondi, non è solo la frase che dà il titolo alla pregevolissima opera della Bertolini, né il trovarsi ontologicamente e metafisicamente nel mezzo di qualcosa di grandissimo, ma è anche abbracciare L’albatro di Baudelaire e Close to me dei The Cure; il tutto, sentendosi perfettamente a proprio agio.

Auspicando vivamente che i lettori possano incontrare la poesia di Laura Bertolini, voglio salutarli con alcune parole, davvero significative, dell’ultima lirica presente in questa pregevolissima raccolta, intitolata I libri: «I libri che ho finito, / quelli che non ho aperto, / le note scritte dentro, / la mia generazione, / le copertine di cartone / col prezzo scritto in lire. / Avevo sette anni, / ne avevo ventisette, / avevo ed avrò sempre / De Saint Exupery». 


Laura Bertolini è nata a Cecina nel 1978. Dal 2009 Vive a Davis in California, dove trascorre la maggior parte dell’anno. Ha al suo attivo decine di readings di poesie in Italia e negli Stati Uniti che le hanno valso premi, citazioni e pubblicazioni su riviste specializzate. Nel 2017 con la poesia Posseduta ha vinto il concorso di MdS Editore, Dipendenze per la sezione poesia.  




venerdì 19 luglio 2019

ASPETTA L'INVERNO di Francesco Aloe (Aliberti)




Aspetta l’inverno di Francesco Aloe (Aliberti)







A due anni dall’uscita del bel romanzo L’ultima bambina l’Europa, Francesco Aloe ritorna a stupirci con un’altra grande prova, Aspetta l’inverno, uscito per i tipi di Aliberti, 2019. Con la figura di Gustavo Rol come nume tutelare si alza il sipario sulle vicissitudini del protagonista, anch’egli chiamato Francesco, e dei personaggi che costellano il suo universo, da Sarah (con la h!) a Marione, fino all’inquietante e fascinosa figura misteriosa (di cui non diciamo nulla di proposito) che è l’effettivo alter ego del “primo attore”. Una lingua asciutta, quella di Aloe, senza fronzoli, qualità che avevamo riconosciuto anche nel precedente lavoro, eppure solo apparentemente semplice; tutto è al suo posto: descrizioni perfette – e spesso altamente poetiche, personaggi ben disegnati ai quali ci si “affeziona” subito, una trama costruita chirurgicamente e un dinamismo eccezionale. Tutto ciò rende possibile il sogno di ogni scrittore: far restare incollato il lettore alle pagine! Raramente incontriamo delle storie che ci tengono così legati al libro, lasciando una seria scocciatura perché siamo giunti alla fine. Già: quando una storia ti prende, ti fa viaggiare, non accetti il fatto che sia finita, vorresti non finisse mai o, almeno, che abbia un seguito. Non si accetta che ci si debba separare da quei personaggi che, anche se per un breve ma dilatato periodo, sono diventati una seconda famiglia. Merito dell’autore e del lavoro certosino di ricerca e di scrittura. Quando tutto appare fluido, quando, come disse qualcuno ben credibile di noi, non ci si accorge di leggere, ci troviamo di fronte a un’opera che merita seria considerazione, poiché è qui che risiede la grandezza – intesa non come pompa magna ma come profondità di scandaglio – di un certo modo di scrivere. Altro elemento fondamentale, che corrobora il nostro parere sull’opera di Aloe, è l’onestà di intenti: il padre di Aspetta l’inverno, ama i lettori più di se stesso, ne siamo certi! E questo amore traspare dalla cura di ogni singola pagina, frase, parola; e traspare altresì dai riferimenti a libri, canzoni, luoghi. Aloe ci trasporta nel suo mondo non come ospiti di passaggio, che al terzo giorno debbono sloggiare, ma come amici cari, con cui condividere pane, gioie e dolori. Il libro in questione non è solo un’avvincente storia che taglia trasversalmente il thriller e la fantascienza – e non sarebbe comunque poco – ma è una lente d’ingrandimento che guarda dentro le umane paure, debolezze, violenze, atrocità. Aloe riesce a penetrare la psiche come pochi altri, restituendo una condizione umana a tratti feroce a tratti amabile, uscendo da quel canone stretto che vuole tutto “o bianco o nero”, donandoci l’infinità di sfaccettature di cui è composto l’universo, quello stesso universo così presente nella stesura di quest’opera. L’autore non disdegna – evviva! – di affrontare tematiche scottanti, scomode, mai davvero uscite alla luce del sole; e lo fa a volte con un linguaggio crudo a volte delicato, lasciando al lettore la sensazione, poc’anzi ricordata, di trovarsi di fronte a uno scrittore onesto, che usa la parola con parsimonia, senza abbandonarsi alla frase a effetto o alla volgarità come gancio per afferrare la pancia di chi legge. Piace poi la posizione del protagonista nei confronti delle possibilità che l’universo dona all’umanità, dove spicca l’eterno confronto tra scienza e ignoto e dove una sana sospensione del giudizio sembra essere plausibile quando non auspicabile. Tuttavia, questa tregua non corrisponde, nel romanzo, a una rinuncia all’azione, tutt’altro: il senso di indagine, di sperimentazione, di andare incontro al nuovo e allo sconosciuto è parte integrante del cammino intricato ma eccitante che muove Francesco. Per ultimi, ma non meno importanti, ricordiamo, i profumi, i colori, i suoni: elementi davvero preponderanti e dotati di un lirismo, a un tempo, adrenalinico e commovente. Non aggiungiamo altro se non che Francesco Aloe si conferma uno scrittore capace di dare alla luce libri originali, ben scritti e – cosa importantissima – onesti.



Lettura consigliatissima.


Lautore


Classe 1982, è studioso di letterature moderne e autore di romanzi. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Letterature moderne, comparate e postcoloniali. Vertigine (Lettere Animate, 2008) è il suo primo thriller, tradotto anche in spagnolo e uscito con una nuova edizione italiana nel 2016. Seguono Il vento porta farfalle o neve (Edizioni Ambiente, 2011) e L’ultima bambina d’Europa (Alter Ego Edizioni, 2017).
Nel 2016 ha ideato la collana Versante Est, che dirige per la casa editrice Delos Digital. Per Compagnia editoriale Aliberti dirige le collane E-stories e Love.


mercoledì 26 giugno 2019

ADRIANA GLORIA MARIGO per "Nietzsche. Contro la modernità" di Gianluca Conte


Nota a Nietzsche – Contro la modernità  di Gianluca Conte, Catartica Edizioni, 2018


Una delle epigrafi che Gianluca Conte pone in apertura della sua ultima opera Nietzsche – Contro la modernità, Catartica Edizioni, 2018 così è espressa: Alle studentesse e agli studenti / Alle ragazze e ai ragazzi che amano il pensiero, le idee, la ricerca, la conoscenza. Si evince dunque non solo l’intenzione dell’Autore, ma anche il suo intelletto che si struttura nei caratteri della ratio, si rivolge alla ricerca e contemporaneamente ai modi della relazione che s’intesse di partecipazione, responsabilità, oblatività: è la particolare forma di umanità essenziale per essere docente, per coniugare la specifica disciplina della materia d’insegnamento con la facoltà di comunicare efficacemente con chi è nella posizione di apprendere. Da questi elementi nasce il libretto snello che, in una prosa piana, comprensibile – dono di chi ha metabolizzato il pensiero vertiginoso di Nietzsche – presenta concetti complessi, oscuri, difficili da rendere, se non attraverso il setaccio della visione profonda che si alimenta del pensiero immaginale che legge il simbolico, traduce filologicamente la complessità delle immagini nietzschiane e le trasferisce in un repertorio fluido afferrabile avente il vantaggio di far cogliere l’altezza valoriale di ciò che è inattuale, ritenuto inaccessibile e che invece è lo squarcio nella deformità dell’esistente, la voce profonda del tempo, la dichiarazione della blandizie, della cortina dell’ombra nelle interconnessioni dei piani della realtà.
Ciò che a Gianluca Conte interessa porre in luce nell’Introduzione, nei capitoli La crisi della modernità, La malattia dell’Europa moderna e la cura, infine nell’Appendice che compongono il libro, è il tema della modernità nei gangli della crisi che investe le strutture portanti la società quale diretta conseguenza di un pensiero asserragliato nel «manicomio delle idee moderne», attuale ora come negli anni del filosofo tedesco per il quale «Le nostre istituzioni non servono più a nulla: su questo si è tutti d’accordo. Tuttavia ciò non dipende da esse, bensì da noi. Da quando abbiamo perduto tutti gli istinti, da cui si sviluppano le istituzioni, andiamo perdendo le istituzioni in generale, perché noi non serviamo più a esse. La democrazia è stata in ogni tempo la forma di declino della forza organizzatrice [...]. L’intero Occidente non ha più questi istinti da cui crescono istituzioni, da cui cresce un avvenire.». Questo passaggio esaustivo sulla décadence di tutto quanto riguarda i valori, introduce il problema della morale e del risentimento cui essa è strettamente connessa, poiché «Il contenuto della nostra coscienza è tutto ciò che negli anni dell’infanzia ci veniva regolarmente richiesto senza un motivo da persone che veneravamo o temevamo.»
I passaggi qui citati sono anche chiarificatori della modalità di analisi dell’Autore: manifestano il carattere ermeneutico nella sua formula di “far comprendere”, ovvero di tradurre ciò che di un testo antico è oscuro per complessità anche al lettore di oggi. Tutto questo trova una coniugazione sul versante del pensiero immaginale per il quale Gianluca Conte ha pubblicato nel 2015 il piccolo saggio Il pensiero metacreativo ad alta concentrazione di indagine sul tema della immaginazione creativa «per muovere alla riscoperta del pensiero intuitivo, dell’aspetto prelogico del nostro universo/multiverso, delle forme originarie ed elementali della creatività e dell’arte».
Ora, a proposito di Nietzsche – Contro la modernità, c’è da osservare che, accanto allo sposalizio di ermeneutica e pensiero immaginale – vera e propria investitura di Hermes – sul libro insiste un altro elemento rilevante e che si può riferire al concetto di “antropologia letteraria”, giacché il saggio scritto con lo sguardo rivolto a chi ascolta la seduzione della conoscenza, da riscontro a quanto Renata Gambino ha espresso con « Il testo diviene il luogo in cui la ricerca scientifica e il media letterario si uniscono creativamente, poiché il mezzo letterario, grazie alla sua capacità rappresentativa, si presta in maniera esemplare ad un’analisi delle caratteristiche umane e ad una riflessione sulla natura umana e sui cambiamenti intervenuti nel corso del tempo, trasponendo il risultato della ricerca antropologica entro quella che è stata definita la metafora viva del testo (Ricoeur, 1975)» e, più avanti, con «La letteratura rappresenterebbe, dunque, una forma di antropologia estensiva, in quanto fornisce all’uomo, attraverso la creazione di un mondo virtuale (Phantasmatische Figurationen) uno strumento utile a verificare i possibili rapporti, che di volta in volta si vengono a creare tra l’uomo e il mondo circostante. [...]. Questo processo metterebbe in luce la condizione umana e contemporaneamente indurrebbe a una variazione nella percezione del reale da parte del soggetto, con conseguenze dirette sulla vita del singolo. La capacità immaginativa sarebbe, secondo Iser, non soltanto in grado di creare mondi alternativi, sia in senso sincronico che diacronico, ma permetterebbe di canalizzare nel quotidiano la quantità di fantasia necessaria, affinché abbia luogo lo sviluppo culturale».




Adriana Gloria Marigo

Luino, 24 giugno 2019


Adriana Gloria Marigo vive tra Padova e Luino. Dopo gli studi universitari in pedagogia a indirizzo filosofico, ha insegnato nella scuola primaria. Attualmente cura la presentazione di libri, collabora con associazioni e riviste culturali con interventi critici secondo una visione letterario-psicoanalitica. È responsabile per la rivista di cultura internazionale Samgha della rubrica di poesia “Porto sepolto” e curatrice della collana di poesia di Caosfera Edizioni di Vicenza.
Ha pubblicato Minimalia, Campanotto Editore, 2017 Senza il mio nome, Campanotto Editore, 2015, Un biancore lontano – LietoColle, 2009 e L’essenziale curvatura del cielo – La Vita Felice, 2012, Imperma-nenza, plaquette per le edizioni Pulcino Elefante, 2015.
Predilige la diffusione della poesia in una dimensione multidisciplinare e all’interno di altre espressioni artistiche, quali pittura e fotografia: a giugno 2014 ha presentato a Castelfranco Veneto il lavoro poetico Della natura nostra sulle fotografie di viaggio di Imaire De Poli nell’evento “Di Terra e Arte” del Centro di Ricerca Artistica Immaginario Sonoro.




domenica 26 maggio 2019

LETTERE DA ATLANTIDE di Anna Spissu (Caosfera Edizioni)




Lettere da Atlantide di Anna Spissu (Caosfera Edizioni)





«Sentire che l’anima nostra,

le croci portate e gli alberi fioriti

sono benedetti da qualcuno

come fossimo grazia divina,

tesoro nascosto

finalmente scoperto».

(Come si riconosce un amore, p. 67)







Fin dal titolo di questa pregevolissima silloge, il lettore sembra avere l’impressione di intraprendere un viaggio sospeso tra sensibile e sovrasensibile, dove il mistero del continente scomparso si sposa alla perfezione con un altro, irrisolvibile mistero: quello amoroso. In tal modo, l’autrice ci invita a entrare in un “mondo-altro”, apparentemente lontano, eppure così vicino da poterlo quasi toccare. Lettere da Atlantide di Anna Spissu, edito da Caosfera Edizioni nella Collana Alabaster diretta da Adriana Gloria Marigo, è stato un incontro folgorante ma non del tutto inaspettato, poiché, in passato, ho avuto l’onore e il piacere di leggere L’amore imperfettibile, un’altra gemma della poetessa ligure, che all’epoca mi aveva conquistato per bellezza e profondità. In Lettere da Atlantide, la delicatezza e l’eleganza del verso si coniugano in maniera sopraffina con la potenza delle immagini; il risultato è tale da sconfinare nell’epico: «Per quello che possono le parole / ti dico che sono un uomo / che conosce l’onore. // Ho combattuto con cura centinaia / di rivoluzioni sebbene non abbia mai / sparso una goccia di sangue [...]» (Ti dico che sono un uomo, p. 21). L’armonia della narrazione, che pur nella tensione della passione trova un equilibrio classico, offre un luogo poetico dove pathos e telos coincidono, e dove i continui rimandi tra Lui e Lei sembrano imporre l’entrata in scena dell’umana affannosa condizione: «Una volta mi hai detto che non sai / se sia più feroce uccidere un corpo / o spegnere un desiderio. [...]» (Tu spera, p. 27). A colpire, in questa raccolta poetica, è poi l’assertività di un logos primigenio, che tuttavia non si lega a una “volontà di potenza” del verso, bensì al desiderio dell’alterità, al volgersi in direzione dell’altro-da-sé, inteso sia come persona sia come luogo fisico: «[...] Tu sei così lontano / che dovrei essere capace / di sgusciare fuori da questi muri / chiusi e attraversare a piedi / la lunga distanza della pianura [...]» (Ciascun uomo, ciascuna donna, p. 38). D’altro canto, nelle parole della Spissu si può rinvenire la radice originaria dell’eterno cruccio d’amore, del sempiterno tormento dell’infelice, che fin dai mitici tempi della scissione androgina colloca l’umano in una posizione di subalternità rispetto a Eros, e dove anche il “Destino”, come ineludibile carattere dell’esser-ci, dell’essere-gettati-nel-mondo, edifica, con imperscrutabili facoltà demiurgiche, gli ostacoli che si frappongono tra l’umano e l’unità dell’essere: «Non era destino: / troppo lontani, troppo grandi i problemi / dell’uno e dell’altra, / troppe differenze quotidiane / e alla fine i tarli divorano il legno [...]», (Non era destino, p. 57). Ma accanto alle inevitabili pene, connaturate alla stessa essenza dell’umano, la bellezza muove in tutto il suo splendore, danza nel verso cristallino della poetessa, così che apollineo e dionisiaco si compenetrano fino a raggiungere l’acme di un incantato lirismo: « [...] Io sono una dea. / Sono una farfalla che parla nella tua lingua. / Tu ascolti i suoni / riconosci le parole / ma non puoi comprendere / quello che dico [...]». (Circe. Isola di Ea. Notte, p. 83).



Lettura consigliatissima.