venerdì 12 aprile 2019

TUTTI I NOMI DI UN PADRE di Nicola Vacca (L'ArgoLibro Edizioni)



Tutti i nomi di un padre di Nicola Vacca (L’argoLibro Edizioni)






«Parlami della ferita che non si medica

stammi vicino con una quantità di dolore

che è amore [...]»

(La verità è amara, p. 47)





Dove si insinuano la perdita e il lutto si apre un vuoto incolmabile. Quando i genitori – coloro i quali hanno donato la vita, non solo e non tanto in senso biologico, ma nel senso dello “stare al mondo” – si dipartono dalluniverso sensibile, occorre fare i conti con un dolore fortissimo e con l’assenza disumana dell’origine. È quello che ha fatto Nicola Vacca con questa densissima e abissale silloge. Tutti i nomi di un padre, L’argoLibro Edizioni, 2019, rappresenta un confronto al limite del possibile, dell’umanamente sopportabile, poiché prende le mosse da accadimenti autentici, vissuti in tutta la loro drammaticità. Vacca, poeta, critico letterario, intellettuale di cui ho sempre apprezzato l’onestà e il mettersi a nudo a costo di sanguinare, buon “allievo” di Cioran e dei suoi squartamenti, ci regala forse la sua raccolta più sentita e intima, il cui incipit è significativo: «Mio padre mi chiede / “dove stiamo andando?” / Da nessuna parte / perché da nessuna parte veniamo [...]» (Il dolore, p. 11). Il punto cruciale di questi movimenti poetici, ricchi di stentorea dinamicità, è proprio questo: il dolore come cifra dell’umano, come tratto ineludibile dell’ànthropos. Risiede qui la grandezza del versificare di Vacca, nel rendere umano ciò che è disumano e, ratio davvero difficile, riuscire a condividere il male dell’accidente nefasto, dell’avversità, con gli altri: «Si apre un altro giorno / qui dove tutto frana. / Occhi che vedono / mani che si stringono / per (r)esistere al dolore. / Non c’è altro da fare / che tentare un abbraccio / il resto non dipende da noi». (Il dolore ancora, p. 12). L’abbraccio, gli occhi, le mani: la fisicità che oltrepassa la materia bruta del male, quasi una metafisica del dono, del darsi all’altro, poiché ciò è una delle poche possibilità che l’essere umano ha di spingere l’inatteso dolore in una posizione di subalternità rispetto alla forza vitale della comunione. Il noi al di sopra dell’io, il plurale al di sopra del singolo. Ma il poeta non crea illusioni, falsi miti, chimere: è cosciente, pur nel momento del supremo scoramento, che il mondo antropico è lontano da un simposio perfettamente solidale: «[...] Nel regno dei vivi / accade di tutto / spesso si incontrano anime già morte / che hanno la presunzione / di durare per sempre». [...]. (Due regni e una sola miseria, p. 19). Poi, d’incanto, s’accende la figura che sovrasta e sottende la struttura della silloge, il padre, uomo capace di essere presente come non mai, proprio nell’eterno frangente della scomparsa. Egli dimora non solo nei pensieri del figlio, ma si muove, sia attraverso le sue idee sia a mezzo degli oggetti, che ne ricalcano la ligia esistenza: «Mio padre era socialista / la libertà, la giustizia e il bene / li aveva nel dna. [...] Mio padre era socialista / perché credeva nell’uomo come fine / abbracciava tutti come fratelli [...]» (Le idee di mio padre, p. 25) e ancora: «[...] Oggi ho indossato la sua fragranza / mi sono fatto la barba con il suo rasoio / ho toccato le cose / con cui ogni mattina mio padre / dava il buongiorno al mondo». [...] (Mio padre, le sue cose e io per sempre, p. 27). Sono versi di una dolcezza disarmante e, al contempo, di una grazia che sa trovare asilo pur nella condizione grama in cui l’abbandono di una persona cara lascia chi rimane. Il poetare di Vacca, privo di orpelli sornioni e ricco invece di elementi che hanno il sapore dell’autenticità, trova nel quotidiano confronto con la condizione dell’oggi l’espletarsi di un verso carico di senso, laddove il senso, provato dalla nostra insufficienza, dall’impreparazione cronica alla dissolvenza fisica, sembra deficitario. Ecco, allora, l’invito a restare umani, a tendere le mani al prossimo, a non lasciarci andare alle teorie e alle pratiche degli smaliziati, dei cinici, di chi vorrebbe – mancanza sua – una società votata al più becero individualismo, noncurante della caducità dell’essere umano, creatura transeunte e debole con manie di onnipotenza: «Teniamoci stretti / perché la storia dei baci finisce. / Teniamoci stretti / perché siamo polvere». [...] (Teniamoci stretti, p. 35). Tenersi stretti non è un cedimento, non è pegno dell’arrendevolezza, è cercare, insieme, un andamento degno d’umanità: «Tutto dovrebbe cominciare con un abbraccio [...] Tutto dovrebbe avere l’odore del pane / da mangiare su una tavola imbandita / di persone che coltivano / un reciproco bene». [...]  (Introspezioni, p. 37). È come se a guidare il pensiero e la mano del poeta ci fosse l’idea, mai superata, di un Sommo Bene, di una possibile perfettibilità dell’umano che può essere solo nel noi, perché è solo nel noi che si può essere anche fragili, anzi, la fragilità, lungi dall’essere derisa, diviene elemento di vera vicinanza: «[...] La fragilità sia la nostra pelle / perché davanti alle avversità / bisogna mostrarsi vulnerabili ma veri». (Fragilità, p. 38). Sono versi, questi, di inaudita bellezza, perché vanno a stringere il figlio, qualunque figlio, in un caldo abbraccio, come avrebbe fatto un padre amoroso e fermo. Poi, quasi in filigrana, ma proprio per questo indubitabile, giunge il momento di guardare per intero la propria esistenza, e qui compare la figura della madre, la cui dolcezza disarma il lettore: «Oggi ho aperto il quaderno / dove mia madre tra numeri e ricette / dava conto al tempo dei suoi giorni. / Mi sono perso nella sua scrittura / come in tutto l’amore di cui è stata capace» [...] (Lei e io, p. 60). Perdersi nella scrittura per ritrovarsi, magari in un lungo abbraccio. Infine, un elemento irrinunciabile dei versi di Vacca: la memoria, uno scrigno di tesori da custodire, tuttavia non in senso monumentale, ma costituente, un registro sociale e civico da vivificare, dando a essa un valore non solo individuale ma anche e soprattutto collettivo, per fare in modo non di rendere l’estremo saluto meno crudo e doloroso ma di affrontarlo con quella giusta dose di coraggio proprio di una vera umanità: «[...] Adesso tocca alla memoria / anche se non sarà facile dirsi addio». (Il rito delle esequie, p. 63). 




Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista «Satisfiction». Ha pubblicato: Nel bene e nel male (1994), Frutto della passione (2000), La grazia di un pensiero (2002), Serena musica segreta (2003), Civiltà delle anime (2004), Incursioni nell’apparenza (2006), Ti ho dato tutte le stagioni (2007), Frecce e pugnali (2008), Esperienza degli affanni (2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (2010), Serena felicità nell’istante (2010), Almeno un grammo di salvezza (2011), Mattanza dell’incanto (2013), Sguardi dal Novecento (2014), Luce nera (2015) - Premio Camaiore 2016, Vite colme di versi. Ventidue poeti dal Novecento (2016), Commedia ubriaca (2017), Lettere a Cioran (2017), Almeno un grammo di salvezza, riedizione (2018).




giovedì 4 aprile 2019

ROSSI PAPAVERI A MONTECASSINO di Paolo Wieczorek (Manni)


Rossi papaveri a Montecassino. Piccole storie familiari nella storia grande della guerra di Paolo Wieczorek (Manni)





«...ho visto oggi in strada una scena impressionante: un

cavallo colpito da un proiettile di artiglieria era crollato a

terra. Quando un’ora dopo sono tornata sul posto ne era

rimasto soltanto lo scheletro: la carne era stata raschiata

via dalla gente dei dintorni che la voleva mangiare».

(p. 27)







Questo libro è un piccolo grande tesoro di memoria, da custodire con cura, e dal quale attingere a piene mani, soprattutto nei momenti di sconforto individuale, sociale e culturale come quello che stiamo vivendo nel nostro asfittico frangente storico. Rossi papaveri a Montecassino – sottotitolo Piccole storie familiari nella storia grande della guerra – di Paolo Wieczorek, Manni, 2018, con buona pace del titolo, è un libro in cui le piccole storie familiari entrano in simbiosi con la grande storia, fino a esserne parti integranti e costituenti. Non si tratta, infatti, di accadimenti minimi o di episodi aneddotici, bensì di stralci importanti di vite legate a una sorte difficile, tremenda, apocalittica. Il nazifascismo, lo stalinismo, l’oppressione, le violenze, i lager, i gulag, la guerra, la fame, la disperazione, il disfacimento fisico. Elementi catastrofici, dirompenti, vissuti allo stremo delle forze. Polacchi e italiani, due popoli che hanno intrecciato i propri destini, e possono rivivere, attraverso l’opera dell’autore, la doppia natura di tale forte legame, che si è spinto al di là delle differenze culturali, linguistiche, geografiche. La Polonia, terra storicamente afflitta da popoli violentatori, ha subito un duplice torto, dalla Germania hitleriana e dalla Russia staliniana. La popolazione polacca non ha avuto tregua per anni, ma non si è mai piegata alla volontà degli oppressori: ha organizzato fin da subito una resistenza tra le più sentite e coraggiose messe in atto nel continente europeo. Paolo Wieczorek, ponendo l’attenzione sulla similitudine dei totalitarismi di “Destra” e di “Sinistra”, accompagna il lettore in un percorso toccante, dove la rabbia e le lacrime per i patimenti di tante persone si fondono con il desiderio di riscatto, e dove a trionfare, in ultimo, sono le idee della Liberazione. Nell’opera dell’autore, privato e pubblico si fondono, poiché, specialmente nelle circostanze estreme rievocate, le due sfere coincidono senza soluzione di continuità. Polonia e Italia sono i due paesi, le due patrie di Paolo Wieczorek. Egli si trova nel mezzo, con lo stesso amore, la stessa devozione per entrambe le terre, e sente di appartenere a tutte e due queste lande martoriate. La forza di questo lavoro, difatti, risiede proprio in questa espressione di vicinanza, di fratellanza tra le genti: in periodi storici bui, radicalmente tragici, dove la violenza trova diritto d’asilo e soverchia tutto, l’essere insieme, il tendersi la mano, sembra essere l’unica via di salvezza. Per molti lo è stata. Al di là dei singoli eventi storici presenti nell’opera e al di là delle vite individuali – elementi entrambi importantissimi – ciò che rimane saldo nella mente e nel cuore del lettore, dopo aver affrontato questo ineludibile cammino, è il senso di comunità e di speranza legato all’umanità. Rimanere umani, contro ogni avversità e contro ogni totalitarismo, è ciò che ha permesso a tante persone di reggere il confronto contro ciò che umano non era. 

lunedì 18 marzo 2019

SOCRATE, A LECCE UN INCONTRO

Martedì 19 marzo, alle ore 18.30 presso Overeco Academy and workshop, via Antonio Costanzo Casetti 2, a Lecce, per il Progetto Crizia (Sofistica 3.0) Libera lezione a cura dello scrittore e filosofo Gianluca Conte. Introduce l’editore Stefano Donno I Quaderni del Bardo Edizioni.

Alle origini la parola sofista rappresentava il sapiente ed il saggio, facendo riferimento ad un uomo esperto conoscitore e dall’ ampia cultura. A partire dal V secolo, invece, si denominarono «sofisti» quegli intellettuali che professavano la loro conoscenza per poi insegnarla dietro compenso. Questa commercializzazione del sapere rese i sofisti antipatici a molti poichè, per l’aristocrazia del tempo, il fatto che un filosofo si facesse remunerare per i suoi insegnamenti era un vero scandalo. Solo a partire dal XIX secolo la Sofistica venne rivalutata, e oggi è riconosciuta come un periodo fondamentale della filosofia antica. Ecco i principi del loro sapere: Centralità dell’uomo. I sofisti si interessarono soprattutto di problematiche umane ed antropologiche. Per i sofisti non esiste una verità, ma molte verità. Vi sono una molteplicità di opinioni soggettive le quali, proprio perchè relative, divengono similmente valide ed equivalenti. Dialettica e retorica sono le basi dunque per la trattazione e divulgazione del sapere. E partendo da queste basi e sull’idea dell’azione editoriale come azione di politica culturale per e con la società civile l’editore de I Quaderni del bardo Edizioni Stefano Donno, organizza periodicamente una serie di appuntamenti chiamate Lezioni Pubbliche nella rassegna Il tempo di un Caffè inaugurando il Progetto Crizia (Sofistica 3.0) Lezioni pubbliche sul Sapere (storia, letteratura filosofia, arte, altro e oltre). Alla ricerca della Verità e per Amore del Sapere. Si accettano proposte di interventi seminariali nello spirito di gratuità e di ricerca libera. Nell’appuntamento del 19 marzo 2019 nell’ambito del Progetto Crizia (Sofistica 3.0) presso Overeco Academy and workshop in via Antonio Costanzo Casetti 2 a Lecce lo scrittore e filosofo Gianluca Conte si occuperà della figura di uno dei protagonisti più affascinanti della storia della filosofia: Socrate. Che si parli di armonia o di virtù, di verità o di falsità, di democrazia o di tirannia, ogni cosa per Socrate è una “affare d’amore”, non nel senso romantico e intimistico che in genere attribuiamo al termine, ma in uno molto più vasto. Socrate ci obbliga a superare la distinzione tra vita e pensiero indicandoci, con l’esempio, la sola via per affrontare quanto ci impedisce di essere davvero noi stessi, lasciando cadere maschere, identità e ruoli sociali che non ci rappresentano e ci dividono dagli altri. E la via del dialogo, del confronto che mette in discussione i pregiudizi e porta alla scoperta e alla cura di se stessi, unico modo per amare amarsi e nell’amore addirittura riuscire a governare la polis”.

giovedì 21 febbraio 2019

NIETZSCHE. CONTRO LA MODERNITÀ di Gianluca Conte (Catartica Edizioni) alla libreria "Volta la carta" di Calimera

Venerdì 22 febbraio, alle 19.00, presso "Volta la carta - Libreria e giocattoleria", via Costantinopoli 35, Calimera, si terrà la presentazione del libro Nietzsche. Contro la modernità di Gianluca Conte (Catartica Edizioni). Dialoga con l'autore Dora Elia. 

Dalla nota dell'autore:
"Questo libro si propone il compito, non certo semplice, di avvicinare il vasto pubblico dei lettori non specializzati alla filosofia di Nietzsche, in modo particolare alla sua "critica della modernità". Ma lo sguardo che abbraccia l'opera è rivolto soprattutto agli studenti delle scuole superiori che, assai spesso, si trovano per la prima volta ad affrontare tematiche filosofiche. il mio impegno, dunque, è stato, per quanto possibile, quello di rendere il lavoro snello, vivace, dinamico e ricco di citazioni del "filosofo del martello". Sono convinto, infatti, che i ragazzi e, più in generale, i lettori, debbano incontrarsi e, perché no, scontrarsi il più possibile con il diretto pensiero dell'autore."


Il libro
«Non sempre una buona lettura costituisce anche momento di riflessione; in questo caso, siamo di fronte ad un’occasione preziosa che coniuga le due esigenze. Attraverso un fluire di pensieri scorrevole e assai limpido, pagina dopo pagina si giunge, senza meno, alla netta percezione che certi contenuti non solo vadano conosciuti, ma anche decontestualizzati, estrapolati dall’ alveo nel quale sono stati concepiti, e curvati sul momento storico che si vive, perché la filosofia in fondo è anche questa. La filosofia non ha tempo e non ha età. Va compresa, vissuta, va fatta propria.»

Dalla postfazione di Maria Antonella Rizzo

L'autore
Gianluca Conte è nato a Galugnano (Le) nel 1972, vive nel Salento, dove insegna Filosofia e Storia nei licei. Tiene conferenze, seminari e laboratori riguardanti la filosofia, la simbologia e l’arte. Ha pubblicato i saggi Il pensiero metacreativo. Nuovi percorsi della mente, Musicaos Editore, 2015; Carmelo Bene inorganico, Musicaos Editore, 2014 e altre opere di narrativa e poesia. Cura diversi blog, tra cui Linea Carsica, Cammini Filosofici, Alimede Poesia e Itinerari Metacreativi.

Copertina a cura di Salvatore Palita, Studio Segno

lunedì 18 febbraio 2019

CLAUSTROFONIA di Doris Emilia Bragagnini (Giuliano Ladolfi Editore)


Claustrofonia di Doris Emilia Bragagnini (Giuliano Ladolfi Editore)





«Il mio cuore è un dinosauro

perduto sommerso mareggiato

non lo troveranno mai e

se anche fosse

sono certa sarà erbivoro



diceva la matrigna che piuttosto

era peloso [il cuore dinosauro]

non ci volevo credere

ho capito poi che forse era davvero

- per proteggermi dal gelo

(L’era, p. 94)





A qualche anno dall’uscita di Oltreverso, una sorprendente opera prima, abbiamo l’immenso piacere di ritornare alla poesia di Doris Emilia Bragagnini, questa volta con Claustrofonia, nuova silloge dell’autrice, edita da Giuliano Ladolfi Editore, 2018. Si tratta di un lavoro spigoloso, ironico, a tratti intriso di surrealtà, estremo, radicale, autentico. In quest’opera, la parola – entità sfuggente, mai interamente posseduta nel suo significante/significato – si fa foriera di versi serpeggianti, indomiti, musicalmente penetranti: «cerco la nota distorsiva - quella - capace di cancellare il nesso / l’ordine cruento mille volte verticale rinnegato con lo sguardo [...]» (Sol_a Gratia, p. 34). Nella silloge è in circolo – in alcuni frangenti in filigrana, in altri in modo evidente – un’attitudine alla sospensione, al contrasto, allo sbarramento, in specie per ciò che concerne il “s-oggetto”, l’Io pensante e poetante, con una eco che riporta alla mente suggestioni lacaniane: «c’è un’ora sulle scale quanto certi passi di piombo / si trascina luce dopo luce come una fiammella intirizzita / getta le ombre e i suoni lungo il muro del cordoglio senza nome [...]» (Poco prima, p. 44). La Bragagnini ha posto in essere un suo codice personale, fatto di gesta gravide di vivide svelature, arabeschi linguistici, fonie sghembe, illusioni e disillusioni antropiche. Dal ventre di versi distesi eppure sincopati, si eleva un tratto lirico deciso, stentoreo, che tuttavia sembra originare da un sentire fragile, inquieto, irresoluto, che affonda in un tempo senza tempo, dove passato, presente e futuro coincidono in un unico istante dilatato: «chissà perché tingevano le unghie ai bambolotti / li facevamo camminare sui talloni fino a farne buchi / e serravano le ciglia nel distendersi» (Testolina, p. 47). Un senso di disordine, di caotica mistura rivela l’anima indomita dell’autrice, che di frequente sembra battagliare non solo con il verso scritto ma anche con l’essenza stessa della poesia, quasi che quest’ultima fosse una sorta di Giano bifronte, una divinità a un tempo celeste e sepolcrale, magnanima e crudele. D’altronde, se volessimo prendere in considerazione la lectio di Paul Auster, dovremmo ammettere che “Il linguaggio non è la verità (ma) è il nostro modo di stare al mondo”. Ed è proprio sullo “stare al mondo” che le cose di complicano, poiché la poesia, il più delle volte, rappresenta un oltre-canale d’eccellenza che spinge l’umano a porsi perennemente in discussione: «c’è un piccolo pensiero roditore / dove vaga lo sguardo prima della futura notte [...]» (Sonar, p. 61). Mettersi in gioco, dunque, sapere di non possedere alcuna verità, fosse anche parziale, e tuttavia farsi casa nel caos primordiale, nel sempiterno eccesso poetico che dona fiamme di rinnovata estasi scritturale: ecco, tutto questo è il versificare della Bragagnini: «di là da te / non devo fingere, aspetto senza sapere cosa / una piccola goccia spremuta dal niente / un pallido fiore di caramello [...]» (Forse dicembre, p. 76), una luce accecante dove tutto è esposto e un’ombra cinerea, in cui, alle volte, si può giacere. E se l’incrocio di più campi semantici dona a questo lavoro una complessità e una difficoltà ermeneutica quasi oracolare, vi è – così a noi pare – una linearità di fondo, rappresentata dal manifestarsi del vuoto, dell’ancestrale vacanza pre-atomistica, che disvela l’immanenza del non-senso nel senso, così che l’assenza si fa presenza, trasfigurando in figure alchemiche di chiusura, recinzione, concentrazione, difesa. Di contro, alla paventata condizione asfittica è l’autrice stessa a contrapporre, volens nolens, un volo alto della parola, riuscendo a strappare l’ànthropos dal baratro della a-significazione: «quando - chiuderò la porta - / saprò di non avere mura tra i ricordi [...]» (Da qui a..., p. 95). Tuttavia, qui non vi è la pretesa di una logica dell’illuminazione cui la parola dovrebbe soggiacere, rivelandosi chiara, definita una volta e per tutte, bensì la piena coscienza che l’importanza suprema risiede nel prendersi cura del Verbum, non solo in senso strettamente poetico ma anche nelle infinite declinazioni dell’umana sostanzialità.

Claustrofonia è una conferma non solo della sensibilità poetica e umana di Doris Emilia Bragagnini ma anche della sua finezza linguistica. Lettura consigliata.

mercoledì 13 febbraio 2019

IL MODO IN CUI LA LUCE di Michele Bellazzini (Kurumuny Edizioni)


Il modo in cui la luce di Michele Bellazzini (Kurumuny Edizioni)



«La tua assenza

è una voragine nella mia terra.

Ha una forma di anfora:

qui è ampia come le note

là è lunga e sottile

come un profumo nei ricordi. [...]»

(La tua assenza, p. 33)







Intimità oceanica, cristallina freschezza e calore genuino. Le prime tre cose a cui ho pensato leggendo questa incredibile silloge di Michele Bellazzini, Il modo in cui la luce, Kurumuny Edizioni, Collana Rosada, diretta da Milena Magnani, 2017. Un sapore antico, ma non di un nostalgico tempo che fu, bensì di un’antichità che, fattasi radice per poi allungarsi al cielo, invita amorevolmente ad abbracciare la dimensione del presente in ciò che di atavico affonda nell’umano.

Sospesa tra quello che appare una sorta di animismo poetico e certe suggestioni che intersecano il realismo magico, l’opera di Bellazzini sorge come un sole diafano, per illuminare di leggera profondità le vite di chi ha la ventura di imbattersi in essa: «C’è vita in ogni cosa / mentre il silenzio prepara la neve [...]» (C’è vita in ogni cosa, p. 24). Dai versi dell’autore si innalzano brume narranti, atmosfere caleidoscopiche che raccontano a bassa voce dello stare al mondo, mentre un vento protettore si alza, e  sembra sottendere l’intera raccolta, una condizione di quiete superiore, che rende palese a noi mortali la forza di una gioia quasi divina che si fa incontro col Tutto: «Avete notato / che quando arriva il momento / nel silenzioso mondo vegetale / sboccia ogni cosa? [...]» (I fiori sono pazzi, p. 29).  Questa silloge, impreziosita dall’opera di copertina Genius loci verticale di Maurizio Esposito che, lungi dall’essere un semplice abbellimento, si rivela un tutt’uno con le parole eternamente nuove di Bellazzini, porta con sé una speranza di resistenza all’orrido mal-vivere contemporaneo, al vuoto susseguirsi di “corse del topo”, alla prepotenza della dis-identità: «Il respiro generoso del cielo / ci porta in volo / su ogni terra / e mare / su mondi non visti. // Fiorire e generare. // L’attenzione d’amore / che ci unisce / è più ampia del vento». (Semi, p. 41). E, così facendo, la parola poetica si fa parola politica, nel senso più alto, più forte del termine. L’amore di Bellazzini è un amore universale, che si allarga nello spazio-tempo, e va ben oltre il sentimento del binomio “io/tu”: questo amore è la Philía per il prossimo, per il “noi”. La parola si fa autenticamente solidale, abbraccia, bacia, sorregge, illumina, benedice. E a prendere la parola non sono solo le persone, gli umani: a parlare è tutto il creato, ogni cosa. È questa la magia più grande di Bellazzini: donare la parola alle cose che abitualmente consideriamo mute. Allora parla la luna, parlano i fiori, parlano i giorni, parlano i pesci. Parlano i luoghi fisici, i luoghi dell’anima, i luoghi del cuore.

Sono riconoscente all’autore. La mia riconoscenza ha ragion d’essere per il semplice fatto che il poeta abbia deciso di pubblicare questi versi assoluti, slegati da ogni schema accademico. Versi sinceri, onesti, limpidi, veri. Gli sono riconoscente perché ha deciso di condividerli con noi lettori, di non esserne geloso (e avrebbe potuto!). È anche qui la bellezza di una persona: donare e donarsi, senza risparmio.